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Strutture sanitarie rifiutano 83enne in coma. La nipote: “Nichi Vendola ci aiuti”

Da venti giorni è ricoverato in rianimazione presso gli Ospedale Riuniti, ma rischia di essere dimesso e di restare senza assistenza sanitaria. Si cerca una struttura che lo curi e non lo lasci morire

Mio nonno ha il diritto ad essere curato. Non lo si può trattare come un pacco postale, in barba ad ogni regola morale ed umana. Non è questa la sanità che paghiamo. Mi appello al presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola: mi dica dove devo portarlo”. Ancora non ci crede Simona D., 27 anni, foggiana, che da circa venti giorni vive un’odissea tra le corsie degli Ospedali Riuniti di Foggia. Il nonno, A., 83 anni, lo scorso 16 luglio rimedia una rovinosa caduta (dovuta forse ad un’ischemia) che gli provoca una gravissima contusione al cranio.

Di corsa al Policlinico foggiano: tac e 5 ore di delicatissimo intervento. L’operazione riesce. Ma la vita dell’83enne precipita in un limbo: coma irreversibile, la diagnosi è tranchant. Ma questo è solo l’inizio. L’inizio del calvario per una famiglia già duramente provata e colpita negli affetti. Fermo da 19 giorni in Rianimazione, A. – che è un uomo forte e senza particolari patologie -  da una settimana ha ripreso a respirare. Bella notizia? “Il paradosso è che non lo è” commenta amaramente la nipote. “La respirazione autonoma comporta il trasferimento dal reparto di rianimazione a quello di Neurochirurgia, nonostante il coma. Il problema è che il nuovo reparto ha già provveduto a comunicarci che, tempo qualche giorno, dovranno necessariamente dimetterlo.  Toccherà a noi prendercene cura”.

Come? Si cerca una struttura che possa prenderlo in carico e curarlo degnamente. Invano. Le porte si chiudono una dopo l’altra. Nessuna struttura sul territorio pare disposta ad accettarlo. “Ma le persone in stato di coma che fine devono fare? Non hanno diritto anche loro ad essere assistite fino alla fine dei loro giorni?” si sfoga la nipote.  La 24enne guarda in faccia la realtà: “Noi amiamo nostro nonno, lo porteremmo a casa di corsa se solo potessimo. Ma non saremmo mai in grado di sostenere le enormi spese che un caso del genere richiede. Abbiamo bisogno – supplica - che la Sanità, quella per cui paghiamo fior di soldi, ci aiuti ad assisterlo fino alla fine. Vendola ci aiuti”. Ci spera Simona D., continua a lanciare appelli, qualcosa – si dice - avverrà. “Non posso credere – commenta - che un uomo sarà lasciato morire così, che la società in cui viviamo si accollerà la responsabilità di una simile mostruosità”.

La storia di A. fa il paio con quella di circa 150 disabili, prevalentemente allettati, che in Capitanata dal prossimo 11 agosto saranno nuovamente lasciati senza le cure domiciliari di cui necessitano. I dipendenti della CSS – la cooperativa che eroga il servizio per conto dell’Asl di Foggia - torneranno ad incrociare le braccia. Nessun seguito, pare, all’intesa trovata lo scorso 7 luglio con l’Asl di Foggia per intercessione del Prefetto. I lavoratori continuerebbero a non ricevere stipendio e mensilità arretrate (ben 8), “andiamo avanti – dicono - per pietas e spirito di abnegazione”.

Sul piede di guerra l’associazione Superamento Handicap: “E’ una vergogna!”tuona il vicepresidente nazionale Giancarlo Caputo. “Abbiamo notizie che l’Asl abbia corrisposto le somme dovute alla Css ma che queste non vengano girate ai lavoratori. Ci appelliamo all’Asl di Foggia, affinché vigili sul rispetto degli accordi presi. Lo faccia come atto di umanità: ponga fine a questo calvario”. E pensare che il senso di umanità – che oggi si supplica - dovrebbe essere il principio ispiratore della Sanità. Quella sana. Quando funziona.

 

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