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Martedì, 5 Luglio 2022
Cronaca San Severo

Femminicidio Roberta Perillo: la pubblica accusa chiede 21 anni di reclusione per l'ex fidanzato Francesco D'Angelo

E' quanto richiesto dalla pm Rosa Pensa, al termine della sua lunga requisitoria dinanzi alla Corte d'Assise di Foggia (presidente Mario Talani)

Da una parte la “dinamica straziante della morte della povera Roberta” prima strangolata e poi annegata nella vasca da bagno; dall’altra il “continuo tentativo di screditare la vittima in fase di confessione, che stride con l’idea di un pentimento reale ed effettivo”. Questi i passaggi principali della lunga requisitoria della pm Rosa Pensa, nell’ambito del processo a carico di Francesco D’Angelo, accusato dell’omicidio volontario aggravato dell’ex fidanzata Roberta Perillo, avvenuto l’11 luglio 2019, a San Severo.

Tutti elementi che hanno portato la pubblica accusa a formulare la richiesta di condanna a 21 anni di reclusione, ritenendo inoltre l’imputato non meritevole delle attenuanti generiche. In Corte D’Assise, dinanzi al presidente Mario Talani, la pm ha ripercorso le varie fasi del dibattimento, ripercorrendone i tratti più importanti e confrontando le versioni fornite dai vari testi, tra cui alcuni luminari della psichiatria che si sono espressi circa il presunto vizio di mente dell’imputato.

L’intero procedimento, lo ricordiamo, poggia sulla stima della capacità, o meno, di intendere e volere dell’uomo. Sul punto, infatti, si sono espressi diversi periti, giungendo a risultati a volte opposti: per il professore Alessandro Meluzzi, noto psicologo e criminologo, nominato consulente dei familiari di Roberta Perillo, D’Angelo era capace di intendere e volere.

Di diverso avviso, invece, il dottor Angelo Righetti, consulente tecnico della difesa che, ascoltato a lungo durante la scorsa udienza, ha concluso per la totale incapacità di intendere e di volere dell’uomo al momento del fatto. Nel mezzo, si pone la relazione del consulente della procura, prof. Roberto Catanesi (parziale vizio di mente). Il ‘nodo’, quindi, verrà sciolto nelle prossime settimane, quando la Corte sarà chiamata ed emettere la sentenza sul caso.

Ripercorrendo gli anni precedenti al grave accadimento, la pm ricorda la testimonianza di una ex fidanzata dell’imputato, aggredita nell’androne del condominio, con modalità del tutto sovrapponibili (se non per gli esiti, in quel caso non fatali) con quanto avvenuto nel luglio di 3 anni fa, nell’appartamento di via Rodi, dove “Roberta si stava affacciando alla vita”, sottolinea la pm. “Parliamo di un soggetto con una famiglia presente alle spalle, che gli ha offerto - come dimostrato dalle testimonianze dei testi della difesa - una miriade di possibilità di approcci terapeutici, opzioni tutte valide e qualificate, che però lui ha puntualmente disatteso. Probabilmente, se si fosse curato - conclude Pensa - non si sarebbe giunti al triste epilogo”.

A seguire, le discussioni delle parti civili, quelle degli avvocati Consiglia Sponsano (sintetizzata in un documento consegnato al presidente Talani) e Roberto De Rossi, argomentata alla Corte in una lunga e dettagliata discussione: “Un omicidio brutale ed efferato, commesso nella piena capacità di intendere e volere dell’imputato”, ha esordito il legale che ha poi passato in rassegna i tratti salienti del procedimento ormai giunto al termine; infine l'appello alla Corte: “Non consentiamo che Roberta muoia una seconda volta”. Il processo proseguirà nelle prossime settimane, con la discussione dell’ultimo patrono di parte civile, l’avvocato Guido De Rossi, e quella della difesa, rappresentata dall’avvocato Michele Curtotti.

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