Costringevano bulgare a prostituirsi sulla SS16 vicino San Severo: arrestati

Le ragazze erano costrette al meretricio sulla strada statale 16 nei pressi di San Severo. Arrestato un 42enne di Manfredonia e tre cittadini bulgari, legati da vincoli familiari con il bracciante agricolo trovato morto

Il manfredoniano arrestato

Due operazioni diverse, un unico comune denominatore: quello dello sfruttamento della prostituzione. Vittime designate giovanissime ragazze bulgare – tutte poco più che maggiorenni – costrette, da parte di loro connazionali o cittadini italiani, a svolgere attività di meretricio lungo la strada statale 16, nelle vicinanze di San Severo.

In entrambi i casi, le vittime – che spesso hanno in Bulgaria marito e figli – sono arrivate in Italia per il tramite di connazionali, inseguendo il miraggio di un lavoro onesto e dignitoso: badante o cameriera, queste le aspettative principali, presto infrante sulla strada.

Nel primo caso (primo solo in ordine temporale), gli agenti della squadra mobile di Foggia, del distaccamento della polizia stradale del capoluogo dauno e di San Severo, unitamente al commissariato di Manfredonia, hanno eseguito un fermo di polizia giudiziaria nei confronti di C.A., 42enne del centro sipontino, incensurato.

L’uomo dovrà rispondere dei reati di violenza sessuale, sfruttamento della prostituzione e lesioni: secondo quanto accertato dalle forze di polizia, infatti, avrebbe costretto sei ragazze di origine bulgara al meretricio.

Ogni giorno offriva loro un “servizio navetta” per portarle lungo la statale 16; per tale servizio, lo sfruttatore pretendeva da ognuna di esse un compenso di 50 euro giornalieri nonostante poi sottraesse loro anche l’intera somma di denaro guadagnata, promettendo loro di restituire tutto in caso di bisogno.

Ma il 24 giugno scorso, una delle vittime – che aveva necessità di rientrare in patria per risolvere dei problemi familiari – dopo aver comunicato all’uomo l’intenzione di tornare per alcuni giorni a casa, è stata da questi violentata e selvaggiamente picchiata al punto da dover ricorrere alle cure mediche del pronto soccorso cittadino.

Lì la vittima ha fornito le prime indicazioni sulle violenze subite (tra le quali avrebbe dichiarato anche un tentativo di strangolamento). L’uomo, temendo l’avvenuta denuncia, ha provato a crearsi un alibi credibile recandosi spontaneamente al commissariato di Manfredonia per notificare una verità diversa da quella della denunciante. Un tentativo di depistaggio che non ha convinto affatto gli inquirenti ed ha contribuito solo ad aggravare la sua posizione.

Il secondo caso, invece, ha visto impegnati ancora una volta gli agenti della squadra mobile di Foggia, insieme a quelli di Campobasso e dei commissariati di San Severo e Termoli i quali hanno eseguito un fermo di indiziato di delitto emesso dalla procura distrettuale antimafia di Bari per i reati di sfruttamento della prostituzione, con l’aggravante dell’uso di violenza e minacce e riduzione in schiavitù.

Il provvedimento riguarda i membri di un’intera famiglia composta da tre cittadini bulgari: una donna di 46 anni, il marito 51enne e il figlio di anni 27. Secondo la ricostruzione degli agenti, i tre avrebbero costretto con violenza e continue minacce una loro giovanissima connazionale a prostituirsi lungo la SS 16, nella zona del comune di San Severo.

Al vertice del gruppo criminale vi era la madre: il suo, secondo gli inquirenti, era un ruolo chiave: si occupava di controllare costantemente la vittima, a casa come sulla direttrice verso San Severo, presenziava il contatto con i clienti con i quali “contrattava” pagamenti e prestazioni, ed infine ne riscuoteva il denaro controllando che alla ragazza non andasse nemmeno un euro.

La vittima infatti, che viveva in condizioni di forte asservimento psicologico (sia perché non conosceva la lingua italiana, sia perché non era assolutamente autosufficiente), veniva costretta a vivere in condizioni misere e precarie all’interno di un casolare di campagna, sotto il controllo costante della famiglia-carceriera.

La ragazza, che in Bulgaria ha un marito ed un bambino, era obbligata al meretricio a causa delle continue minacce di ritorsioni nei confronti suoi e della sua famiglia che ignorava la vera natura del suo lavoro. Anche i brevi e rari contatti telefonici con il marito avvenivano sotto il controllo di un membro della famiglia affinché non trapelasse nulla della sua reale attività e condizione.

La famiglia è legata da vincoli familiari con Valentin Ivanov, il bracciante agricolo di 49 anni, il cui corpo è stato trovato ieri mattina senza vita.

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