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Cronaca

"Mio zio era irriconoscibile". La drammatica testimonianza in aula di Alfredo: "C'era sangue dappertutto"

Il processo in Corte d’Assise, a Foggia, relativo alla sanguinosa rapina al bar 'Gocce di Caffè' proseguirà a dicembre, con l'esame degli imputati

Procede spedito, in Corte d’Assise, a Foggia, il processo relativo alla sanguinosa rapina al bar 'Gocce di Caffè' al termine della quale venne ferito a morte il titolare, il 38enne Francesco Traiano. 

Questa mattina, dinanzi al presidente Mario Talani, è stata raccolta la testimonianza - lucida nella sua drammaticità - di Alfredo Traiano, nipote e dipendente della vittima, tra i primi testi di parte civile: “Era mio zio all’anagrafe, ma eravamo come fratelli. Nel bar, invece, avevamo un rapporto titolare - dipendente, ci alternavamo alla cassa”, ha chiarito.

Alfredo, rappresentato dagli avvocati Gianluca Ursitti e Raul Pellegrini, ha ripercorso gli attimi immediatamente successivi alla rapina: “Avevo terminato il turno ed ero tornato a casa (abito sopra il bar) quando il citofono e il telefono hanno iniziato a suonare insieme. Erano i dipendenti che mi chiedevano di scendere immediatamente”, racconta.

“In via Salvo d’Acquisto ho visto le prime gocce di sangue a terra. Pensavo ad un incidente poi, alzando lo sguardo, ho visto mio zio, in piedi dopo la colluttazione, andare verso la porta: era pieno di sangue e aveva la parte laterale del volto tumefatta. Non mi rispondeva, mi guardava con l’unico occhio visibile”, spiega.

Nella concitazione del momento, Alfredo non trova le chiavi dell’auto, pertanto – spiega – “ho chiesto aiuto ai miei cugini che hanno una attività accanto alla nostra. Poi ho recuperato uno strofinaccio per coprire il volto di Francesco. Era irriconoscibile”. 

Con il cugino, Alfredo ha portato l’uomo in auto in pronto soccorso: “C’era sangue dappertutto”, ricorda, cercando di mantenere il controllo delle emozioni. “In quel momento ho avvertito il suo cedimento fisico. Era un peso morto, non riuscivo ad estrarlo dall’auto. Di quei momenti ricordo solo il sangue”, ha concluso.

“Gli imputati erano frequentatori abituali del bar?” ha chiesto l’avvocato Raul Pellegrini. “Certo, quasi tutti i giorni. Di uno potrei dire perfino la marca abituale delle sigarette che usa. Qualche giorno prima, era anche stato al bar perché voleva acquistare la moto di mio zio”. Nessuna domanda, invece, è stata posta dalla pubblico ministero, Rosa Pensa, né dalla difesa. La prossima udienza è fissata a dicembre, quando è in programma l’esame degli imputati.

Alla sbarra, quattro giovani foggiani - Antonio Bernardo, Christian Consalvo, Antonio Pio Tufo e Simone Pio Amorico (l’unico sottoposto ai domiciliari e con una posizione subalterna al gruppo - , di età compresa tra i 21 e i 24 anni, arrestati dalla polizia: secondo l’accusa, avrebbero preso parte tanto al piano quanto al progetto rapina, poi sfociato nell’omicidio di Francesco Traiano.

E’ stato invece condannato a 16 anni di reclusione, al termine del processo con rito abbreviato celebrato al Tribunale per i Minorenni di Bari, il quinto elemento del gruppo, minorenne all’epoca dei fatti, e accusato di aver sferrato il fendente che ha ferito Traiano sopra un occhio e che si è rivelato mortale.

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