Albanese, lo 'sgarrista' del clan "dal grilletto facile". Il killer di Dedda tradito dalla camminata: "Oh, è tale e quale"

Per il fatto è stato arrestato, Giuseppe Albanese, 38enne volto noto della polizia, già coinvolto nell'operazione 'Ripristino'. Oltre ai dati tecnici, l'uomo fu riconosciuto in alcuni filmati da due collaboratori di giustizia

Albanese Giuseppe e le telecamere

Le carte del decreto di fermo emesso a carico di Giuseppe Albanese, il 38enne foggiano ritenuto dagli inquirenti “pericoloso killer della batteria dei Moretti-Pellegrino-Lanza”, danno l’idea del lavoro tecnico eseguito in questi anni dagli agenti della squadra mobile di Foggia e del Servizio centrale operativo. Un lavoro 'chirurgico' - fatto di rilevazione di dati e posizioni, di analisi di filmati di videosorveglianza e di acquisizione di celle telefoniche - per ricostruire le fasi che precedettero e seguirono l’agguato messo a segno il 23 gennaio del 2016 ai danni di Rocco Dedda, uomo dei Sinesi-Francavilla assassinato in modo cruento sull’uscio della porta di casa, davanti alla compagna e al figlioletto di 4 anni. Insomma, una vera e propria ‘esecuzione’.

LO ‘SGARRISTA’ | Chi è Albanese, gravato da innumerevoli precedenti di polizia e penali, è chiaro agli inquirenti. Nel 2011 scampò miracolosamente ad un agguato e il suo nome è ricorrente nelle inchieste degli ultimi anni. Recentemente è stato coinvolto nell’importante operazione di polizia ‘Ripristino’ del 2016, coordinata dalla DDA, che mise sotto scacco il clan Moretti-Pellegrino. A definire il suo ruolo all’interno del clan, fu un collaboratore di giustizia ascoltato dagli inquirenti con l’intenzione di definire meglio i meccanismi interni della consorteria mafiosa foggiana. Albanese, spiega, “stava nel sistema grande con noi. Nella batteria - continua - era ‘sgarrista’. Come ti posso spiegare, dottoressa?”.“Quello è il nome del ruolo che tieni, picciotto, picciotto d’onore, sgarrista…”. Una sorta di ‘grado’ all’interno del clan, dove lo stesso era inserito e dal quale - secondo confidenze raccolte dagli inquirenti - percepiva una sorta di stipendio di 1500 euro mensili.

IL METODO | Tutti dati raccolti sono stati messi a sistema tra loro, facendo combaciare rilevazioni gps con le immagini di videosorveglianza recuperate lungo il percorso battuto dai sicari. E ancora, confrontando questi ultimi con le posizioni con le celle telefoniche agganciate in quel dato lasso di tempo. Un metodo, questo, consolidato dallo Sco, ormai padroneggiato dagli investigatori foggiani e ben illustrato nelle 84 pagine di ordinanza della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari. Grazie a questo lavoro di isolamento di celle telefoniche, è stato possibile individuare un “pacchetto” di schede telefoniche, tutte con intestazioni fittizie, ma riconducibili a soggetti legati alla consorteria mafiosa dei Moretti-Pellegrino-Lanza a vario titolo coinvolti nell’omicidio, nelle fasi preparatorie e nel successivo allontanamento dal luogo del delitto. Di queste schede, cinque sono state attivate per essere utilizzate “punto – punto” in vista del fatto di sangue da mettere a segno; di queste, due sono attribuite in uso ad Albanese (circostanza acclarata anche da due brevissime telefonate scambiate con la compagna proprio quel giorno).

LE TELECAMERE | Alcuni mesi dopo l’agguato, la polizia - d’intesa con la Procura distrettuale - decise di diffondere le immagini estrapolate da una telecamere per la videosorveglianza che ritraeva i killer di Dedda allontanarsi dal luogo del delitto: uno, più robusto, viene sorpreso mentre parla al telefono; l'altro invece, più esile, viene riconosciuto per la sua particolare andatura: è Albanese, e la conferma arriva anche da alcuni collaboratori di giustizia. Tra questi, vi è Raffaele Bruno, collaboratore di giustizia da alcuni anni, e fratello di Rodolfo, assassinato poche settimane fa, a Foggia. Assunto a sommarie informazioni testimoniali, Bruno non ha esitato a riconoscere in quelle immagini Albanese sia per la “camminata a papera” che per l’abitudine di coprire il capo, essendo calvo, anche al fine di non essere riconosciuto.

BRUNO: Dal modo che cammina, dal modo… dagli atteggiamenti della testa, cioè proprio da come cammina, io anche se si mettesse una cosa proprio sul viso del tutto, io lo riconoscerei in Albanese Giuseppe. Mi posso pure sbagliare, dottoressa, però… In modo veloce! Quando guarda con la testa che fa così; capito? Questo atteggiamento qua del collo proprio.

PM dr.ssa GIORGIO: Cioè quando lei dice atteggiamento qua del collo, che gira in continuazione la testa, che cosa vuole dire?

BRUNO: sì, sì, proprio lui, cioè hai visto quando una persona tu la conosci, diciamo che cammina in quel modo… perché qua non è che si vede bene se è lui o no, capito?

PM dr.ssa GIORGIO PM: qua intende in quel frame?

BRUNO: Però nel modo in cui cammina e dagli atteggiamenti che fa con la testa lui….

PM dr.ssa GIORGIO: che sarebbe… ? Ascolti!

BRUNO: guarda, io cammino così, cioè… Giuseppe!

PM dr.ssa GIORGIO cioè lui…

BRUNO: cioè hai visto quando uno ha un tic e tu lo sai.

PM dr.ssa GIORGIO: ho capito

Le dichiarazioni rese dal collaboratore confermano un dato investigativo emerso dal traffico di una delle celle telefoniche analizzate, che consente di collocare l’uomo sul percorso di fuga a piedi dei killer. Nello stralcio delle dichiarazioni rese, Bruno specifica ancor meglio: “Questa persona è Albanese Giuseppe che ha qualche anno di differenza da me. Io dico che è lui perché siamo stati detenuti insieme. Quando camminavamo in carcere nell’ora d’aria lui in testa si metteva sempre una bandana. Per come cammina e per gli atteggiamenti della testa e del collo in particolare lo riconosco”. E ancora: “Ho collegato anche Albanese all’omicidio di Dedda perché ricordo che nel 2007 lui allacciò stretti rapporti con dei miei familiari”.

“SEI USCITO ALLA TV…” | Oltre a Bruno, anche il collaboratore di giustizia Pietro Antonio Nuzzi riferiva che durante un periodo di detenzione presso il carcere di Foggia, ebbe l’opportunità di vedere in tv le immagini sull’omicidio Dedda che inquadravano i killer intenti a camminare e, nella circostanza, il suo compagno di cella, Alessandro Moretti, affermava che uno dei due fosse Albanese. “Quando eravamo in cella con Alessandro Moretti è stato mostrato un video alla televisione dove magari si… veniva mostrato questo video dove venivano mostrate due persone, uno grosso e alto e l’altro un po’’ più basso con la corporatura esile, coperto il viso da un passamontagna e Alessandro Moretti saltava ridendo e diceva: “Quello è Giuseppe Albanese! Quello è Giuseppe Albanese! E’ strano che non l’hanno riconosciuto, come mai non l’arrestano?”

Allora viene chiesto se Moretti avesse riconosciuto anche l’altro uomo. Ma Nuzzi risponde: “Non riusciva a riconoscerlo (l’altro, ndr), però di Albanese era convinto al 101 per cento, anche dalla camminata. Dice: “Oh! Si vede tale e quale!”. In un’altra circostanza, emerge come l’argomento sia stato affrontato direttamente con Albanese, in occasione di un incontro con lo stesso in carcere, presso l’infermeria: “Là sei uscito alla televisione, hai visto? Ma sei tu?”, chiede Moretti. Ma lui risponde “Ssssh! Non parliamo di niente, stiamo zitti ancora siamo intercettati”. Ammettendo implicitamente le sue responsabilità. Atteggiamento che ha scatenato ancora una volta il commento di Moretti, come riferito da Nuzzi: “Hai visto che è come dicevo io? L’ho riconosciuto bene. Giuseppe è un cornutone, è un cornutone” ovvero “un tipo dal grilletto facile, che spara”.

MAFIA E OMERTA’ | Per gli inquirenti, l’omicidio di Dedda è la risposta della batteria Moretti/Pellegrino ai precedenti fatti di sangue posti in essere dai militanti in forza alla batteria Sincsi Francavilla. Non a caso, l’omicidio si verifica solo qualche settimana dopo la gambizzazione di Michele Bruno, soggetto storicamente contiguo ai Moretti/Pellegrino. “Pertanto - si legge nell’ordinanza - sussiste in maniera evidente l’aggravante di mafia rientrando chiaramente l'omicidio di Rocco Dedda nell'ambito della guerra di mafia esplosa tra le batterie Sinesi/ Francavilla e Moretti/Pellegrino. Anche in considerazione delle sue modalità di consumazione, rappresenta un ulteriore tragico tassello di quella dinamica di ‘botta e risposta’, che ha caratterizzalo la guerra di mafia esplosa nel periodo 2015-2016 tra le due batterie”. “Il clima di assoluta omertà in cui si sono svolte le indagini – sottolineano gli inquirenti - e la capacità di controllo del territorio da parte degli attentatori, resa evidente dalle modalità eclatanti e spregiudicate che hanno caratterizzato l’azione omicidiaria, danno conto della sussistenza del metodo mafioso oltre che della finalità di agevolare la batteria Moretti/Pellegrino. Le stesse modalità comprovano altresì la sussistenza dell’aggravante della premeditazione, trattandosi di un evento delittuoso che si inserisce in una più vasta guerra di mafia, preventivamente deliberato come risposta armata a pregressi fatti di sangue, pianificato e curato in tutti i suoi dettagli, anche con riferimento alla fase di occultamento e distruzione delle prove del reato”.

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