Le mani sulla città del Pizzomunno: 'soldati' disposti a tutto per la droga, 'benzina' per comprare "armi e persone"

Contestata l’aggravante dell’art. 416 bis 1. Per gli inquirenti è risultato evidente come l'associazione fosse caratterizzata dall’aggravante del metodo mafioso e dal fine di agevolare la compagine criminale di riferimento

Immagine di repertorio

Gli investigatori ne sono convinti: le importanti operazioni di polizia messe a segno sul Gargano e la massiccia presenza di forze dell’ordine sul territorio hanno evitato che a Vieste venisse messo a segno un agguato - l’ennesimo - ai danni di esponenti del clan capeggiato da Marco Raduano, ex luogotenente del boss Angelo Notarangelo e ora a capo degli “scissionisti”, impegnato nella guerra in atto con i rivali del gruppo di Girolamo Perna, per il predominio del territorio.

Non un omicidio, come i tanti che si sono susseguiti nel tempo a Vieste (tre solo dall’inizio dell’anno). Ma una strage, come si evoca chiaramente in alcune intercettazioni ambientali captate dagli inquirenti: “Li dobbiamo uccidere tutti, altrimenti la botta non la sentono!”, ribadiscono. Un progetto, vanificato dagli arresti di questa estate, pianificato nonostante il perenne fiato sul collo di polizia e carabinieri che da mesi stanno disarmando il Gargano, sequestrando stupefacente (la ‘benzina’ per gli affari illeciti) e impoverendo di uomini e mezzi le consorterie criminali. “Ce li stanno arrestando tutti”, lo sfogo proveniente dai sodali del gruppo Perna, già orfano del capo perché sottoposto agli arresti domiciliari, con braccialetto elettronico. Ed è proprio questo gruppo ad aver accusato gli ultimi pesanti colpi inferti con l’operazione ‘Agosto di fuoco’ coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia ed eseguita dagli uomini della Polizia di Stato che ha portato, nel complesso, all’arresto di 13 persone accusate, a vario titolo, di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti (soprattutto cocaina e marijuana), detenzione e porto di armi da sparo, tutti reati aggravati dal metodo mafioso.

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Ed è proprio questa la nota più importante dell’operazione: il riconoscimento, in sede cautelare, della contingenza secondo la quale la gestione del traffico di droga a Vieste in particolare, e sul Gargano in generale, sia connotata dalle dinamiche proprie della mafia. La DDA di Bari, infatti, ha contestato all’intera organizzazione l’aggravante dell’art. 416 bis 1, perché è risultato evidente che la stessa associazione era caratterizzata dall’aggravante del metodo mafioso e dal fine di agevolare la più vasta compagine criminale, nell’ambito della guerra in atto con la fazione opposta (ovvero il clan Raduano, già colpito dalle operazioni coordinate sempre dalla DDA ed eseguite dall’Arma dei carabinieri). Alla luce del quadro tratteggiato dalla DDA, quello della droga è il terreno sul quale a Vieste si ‘misurano’ gli uomini, che sono al tempo stesso soldati e pusher, due aspetti che non possono essere scissi. Conquistare il predominio sull’attività di spaccio, spiegano gli inquirenti, significa gestire la ‘ricchezza’ che arriva dalle coste opposte dell’Adriatico e, con essa, tutto il resto. “Servono soldi”, ribadiscono in una intercettazione ambientale. “Con i soldi compri armi e persone. I compagni poi li trovi”. La gestione di questi traffici si fa sempre più sofisticata, sempre più attenta. “Non possiamo più nascondere la droga sotto terra, se no la trovano”: il passaggio di un’altra intercettazioni cristallizza la preoccupazione dei soldati-pusher per i continui sequestri operati nella zona e la necessità di trovare una nuova organizzazione, una nuova gestione della materia. “Abbiamo inferto un altro duro colpo alle organizzazioni criminali imperanti su Vieste”, spiega il questore Mario della Cioppa. “Ho già rassicurato gli amministratori locali che l’impegno dello Stato non verrà meno. Vieste troverà la serenità che la città e i suoi cittadini meritano”.

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