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Malattie Infettive e Pronto Soccorso

Malattie Infettive e Pronto Soccorso

Il Natale 'interrotto' del Covid ai Riuniti, le paure e gli sforzi dei sanitari contro il 'mostro' invisibile: "Viviamo un ordine sovvertito"

Il Covid tiene in ostaggio il Natale, ovunque. Ma in ospedale la sensazione è netta. Al 'Riuniti', ogni reparto è una variazione del grado di ansia di chi lo vive. Col camice o senza. Le suggestioni dal Pronto Soccorso, dal reparto di Malattie Infettive e dalla Terapia Intensiva

Le decorazioni sono presenti nei corridoi dei reparti, seppure più parche e discrete. Le luci, che pure non mancano, però sembrano brillare meno. Gli sforzi di medici, infermieri e oss, che cercano di portare un sorriso nelle corsie, valgono il doppio in questa circostanza.

Il Covid-19 tiene in ostaggio il Natale, ovunque; sembra avergli rubato l’anima. E in ospedale questa sensazione è ancora più netta. Al Policlinico Riuniti di Foggia, ogni reparto è una variazione del grado di ansia di chi lo vive. Col camice o senza. A partire dal pronto soccorso, dove la paura e l’incertezza sono i sentimenti dominanti. “In questi giorni le suggestioni sono piuttosto forti”, va dritta al punto la dottoressa Paola Caporaletti (in foto), direttore del pronto soccorso. “Lavoriamo su tre turni pieni e le nostre giornate sono talmente intense da creare una desincronizzazione tra il nostro lavoro e quello che c’è intorno”, spiega.

Caporaletti-3A pesare maggiormente per gli operatori è la paura, di contagiarsi e di contagiare. A pesare per i pazienti che attraversano il percorso dello ‘sporco’ è, invece, il ‘dado tratto’ dell’avvenuto contagio. “In questa situazione ci risulta difficile superare quella distanza che si crea a causa della maledettissima necessità di porre delle barriere interpersonali. Barriere fisiche quali tute, mascherine e visiere che, per fortuna, in molti casi non hanno fermato le comunicazioni più profonde, sguardi di paura o di speranza”. Le emozioni più profonde vengono sempre trasmesse (o tradite) dagli occhi.

“E’ faticoso. Senti che c’è una barriera comunicativa a cui non siamo abituati. Ed è così da mesi”, continua. E’ grande il peso emotivo di dover colmare questa distanza, che si aggiunge a tutti gli altri doveri e responsabilità. Lo è ancor di più nella gestione dei rapporti con i familiari. Il telefono qui squilla continuamente: “Per ogni paziente ricoverato possono chiamare ogni giorno anche quattro o cinque congiunti”, spiega Caporaletti. “A causa dell’isolamento, avviene una interruzione completa nel rapporto con il caregiver, per i quali vi è una vera e propria difficoltà ad accettare questa lontananza; una situazione che spesso si trasforma in ‘tensione’ o degenera in un atteggiamento ostile e polemico che si riversa sul personale medico”, continua.

Per quanto riguarda i pazienti, invece, ci sforziamo di aiutarli nel gestire la solitudine. Ci proviamo, e anche se non siamo noi l’affetto di riferimento, cerchiamo di dare loro affetto”. Rispetto allo scorso anno, il numero di accessi al pronto soccorso di Foggia è calato drasticamente. “Si è ridotto del 40%”, puntualizza Caporaletti. Questo perché “si è ridotto il ricorso improprio al sistema di emergenza-urgenza (ed è un aspetto positivo), ma è pur vero che molte persone si stanno trascurando giungendo da noi con scompensi già gravi”.

In questi giorni, la struttura di emergenza-urgenza viaggia sui 95 accessi giornalieri, di cui una parte è legata all’infezione da Sars-Cov2. “Non siamo nella situazione di iper-afflusso vissuta alcune settimane fa e culminata con l’immagine delle ambulanze in fila all’esterno del pronto soccorso (circostanza registrata per un solo giorno), ma questo virus ci ha insegnato che non possiamo mai cantare vittoria. Tutto può precipitare da un momento all’altro. In questi giorni ci sono dai 12 ai 15 pazienti all’interno del pronto soccorso, ovvero (nonostante la possibilità di ricoverare pazienti in altri reparti), tra ingressi e uscite, il pronto soccorso non è mai vuoto”.

Come altri suoi colleghi, si appresta a vivere un Natale diverso, con il cuore in famiglia (“ma i miei genitori sono nella parte opposta della Puglia e non vedo loro da mesi”), e la testa e il corpo in ospedale, “con la paura di quello che potrebbe succedere e il pensiero ai colleghi che lavorano con le forze ridotte, anche dal virus”

E’ una sensazione di “ansia e allarme generalizzato” quella che si fa quasi  palpabile nelle stanze della Rianimazione. Questa l’immagine resa dal dottor Livio Tullo (in foto), responsabile della Terapia Intensiva.Livio Tullo-2In passato, nonostante il dolore e sofferenza dei parenti, l’atmosfera del Natale riusciva a filtrare anche qui, attraverso i rumori delle strade, l’umore degli operatori”, spiega. “Quest’anno è tutto diverso, viviamo un ordine sovvertito. E in questa situazione diventa difficile anche mantenere quel ‘patto di fiducia’ che deve esistere con pazienti e familiari”. Invece è tutto ridotto ad una voce dall’altra parte del telefono. E creare un rapporto, instillare fiducia o consolazione diventa impresa ardua.

“Il carico emotivo è notevolissimo. Fino a quando il paziente non è fisicamente uscito dalla corsia, i congiunti continuano a vivere in uno spazio indefinito di ansia, paura e incertezza. Non si riesce ad avere un ritorno in termini emotivi dai familiari e, soprattutto, il modo in cui si lavora è spersonalizzante. Sono passati mesi ormai dall’inizio della pandemia, ma non ci si riesce ancora ad abituare a vivere immersi in questa tuta che ci separa completamente dal mondo circostante e da quello che vive il paziente”, continua.

In questi giorni, nel reparto di Rianimazione (che attualmente è allocato nel plesso Maternità) ci sono circa trenta pazienti. “C’è un lavoro di collaborazione tra tutti i reparti Covid, quindi ci sono pazienti - nell’ordine di 2-3 al giorno - che vengono trasferiti in strutture a minore intensità di cura, ma altrettanti che vengono ricoverati”, puntualizza. La situazione muta di settimana in settimana. “La forchetta dei ricoverati si è allargata notevolmente: abbiamo pazienti di 34 anni accanto a ultraottantenni”.

La rianimazione in questi giorni non scoppia ma è piena. “In questa fase è come se riuscissimo ad avere un equilibrio dinamico, per cui tra i pazienti che riusciamo a ricoverare (che sono tanti) e quelli che trasferiamo in reparti a minore intensità di cura, sembra esserci una sorta di equilibrio. Quanto sia stabile, o quanto potrà durare, questo equilibrio non lo sappiamo. Non abbiamo dati certi  su cui creare una proiezione. Certamente, come struttura, siamo pronti ad un incremento, anche notevolissimo, dei ricoveri”.

Tullo parla con la lucidità di chi, il Covid-19, lo ha vissuto sulla propria pelle. “E’ stata una esperienza che mi ha mostrato le specifiche di questa particolare forma di contagio. Sicuramente l’aspetto del supporto psicologico andrebbe curato molto di più per questo tipo di pazienti, molti dei quali vivono la malattia nella piena coscienza e consapevolezza, nel pieno delle loro capacità cognitive. E tutto questo per un lungo periodo, perché il Covid è una malattia grave ma anche lunga”.  Sfibrante, in tutti i sensi. Per questo si sente in dovere di lanciare un appello: “Richiamo la gente alla responsabilità. E’ sufficiente seguire semplici regole per evitare che questa pandemia esploda ulteriormente ed evitare che il contagio sia poi numericamente difficile da gestire”.

Sentimenti diversi, invece, quelli che animano il reparto di Malattie Infettive, dove arrivano i pazienti che scendono dalla Rianimazione (consapevoli però che il percorso è ancora tutto in salita) e quelli per il quale viene disposto il primo ricovero. Sono tutti pazienti Covid al momento, 46 su un totale di 50 posti lettoFoto Prof.ssa Teresa Santantonio-2La quasi totalità con supporti per la ventilazione. “Alla vigilia del Natale che ci vede ancora in trincea nella guerra contro il nemico invisibile, il virus responsabile della corrente pandemia, siamo tutti un po’ smarriti e stanchi”, spiega la professoressa Teresa Antonia Santantonio (in foto), direttore della Struttura di Malattie Infettive. “E’ un Natale difficile da vivere sia fuori che all’interno dell’ospedale, e in particolare nei reparti Covid, dove alla sofferenza della malattia si aggiunge per i pazienti la solitudine e la lontananza dai propri cari”.

“In questa situazione un unico pensiero deve sostenerci: resistere, continuare a stare uniti e lavorare con professionalità ed umanità”. Questo, per lei, è e deve essere lo sprone per superare l’emergenza. “Da questa pandemia abbiamo imparato una lezione importante: nessuno in questo mondo può vincere da solo, soltanto la fratellanza, lavorare e combattere insieme ci consentirà di ritornare ad una vita normale. E oggi abbiamo una speranza in più, la scoperta di un vaccino che speriamo ci consentirà di riabbracciarci e di tornare alle rassicuranti banalità delle vita quotidiana che oggi tanto ci mancano”, conclude.

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