“Non siamo razzisti, ma niente migranti”. Il sindaco di Motta: “Se arrivano ci dimettiamo”

Il Consiglio comunale approva all’unanimità la delibera. Il documento è stato inviato alla Prefettura di Foggia, al ministero degli Interni e al presidente Mattarella

Immagine d'archivio

Non siamo una comunità razzista. Ma niente migranti a Motta Montecorvino o ci dimettiamo tutti. È questo, in sintesi, il contenuto della delibera approvata ieri all'unanimità dal Consiglio comunale del piccolo centro dei Monti Dauni. Dopo i fatti di Gorino, arriva Motta. Che emula e va oltre. Il documento che esplicita chiaramente la volontà politica anti-accoglienza è stato inviato alla Prefettura di Foggia e, in queste ore, anche al Ministero degli Interni ed al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

"Sono stato anche io figlio di migranti - esordisce Domenico Iavagnilio in aula - quindi so bene cosa significa lasciare il proprio paese ed i propri affetti. [...] Ricordo e sento ancora oggi, a distanza di tanti anni, il pianto di mio padre nel salutarmi prima di partire. [...] Non ho avuto una bella infanzia ma sono orgoglioso di essere figlio di migranti". Standing ovation, insomma. E però...

E però il discorso strappalacrime è melodrammatica premessa per un ragionamento opposto: qui i migranti non ci possono stare. Perché? "Queste povere persone - si legge in delibera - hanno diritto ad una degna accoglienza che noi non siamo in grado i assicurare, non abbiamo la disponibilità di poliambulatori, non un pronto soccorso, non abbiamo viabilità adeguata. Quello che ormai ci resta è la dignità di una popolazione che va rispettata, sentita ed ascoltata". Ergo, la Prefettura non pensi di calarceli dall'alto o le restituiamo la fascia tricolore.

750 anime Motta Montecorvino. 40/50 i migranti che avrebbero dovuto essere ospitati in una struttura alberghiera, La Bicocca, situata al centro del paese. L'assenso del proprietario, poi la rivolta popolare (sindaco in testa) ed il rapido dietrofront del gestore della struttura ricettiva. "Io non sono razzista e non ho visto ragioni per rifiutarmi" raccontava qualche giorno fa a Foggiatoday, Gianni Di Iorio, "ma il paese ha detto no".

"Cerchiamo di essere seri - prosegue il sindaco Iavagnilio nel documento - se ospitalità bisogna dare, va data in maniera seria e non trasferire queste povere persone in alberghi al solo scopo di lucrarci sopra. È necessario che vengano predisposti progetti specifici e puntuali di accoglienza" .

E dunque, "considerato che il servizio di accoglienza dei migranti deve essere legato alla peculiarità del contesto territoriale [...], evidenziato che il Comune di Motta Montecorvino è formato da una popolazione prevalentemente anziana il cui tessuto sociale non potrebbe aprirsi ad ulteriori e significative forme di i burlerebbero di implementare i servizi socio-sanitari, di sicurezza e controllo del territorio [...], ritenuta l'assoluta inadeguatezza del sistema di accoglienza presso la struttura che vorrebbe essere designata, a mezzo di  affidamento diretto, dalla Prefettura, tra l'altro ubicata nel centro cittadino, che vedrebbe ammassati una rilevante quantità di persone di nazionalità diversa nella quale dovrebbero passare giornate intere senza alcuna occupazione [...], evidenziato che l'amministrazione comunale e l'intera comunità è assolutamente estranea a fenomeni di razzismo e xenofobia e che ciò che la popolazione mottese vuole evitare è un trasferimento massivo, coatto e irragionevole di immigrati in numero proporzionalmente inverso alla reali capacità di accoglienza del territorio, [...], dato atto che questa amministrazione ritiene sovrana la volontà popolare [...]", dato atto tutto ciò, i migranti non sono accettati. E se - la minaccia - la Prefettura dovesse comunque procedere, tutti, sindaco e consiglieri, rassegneranno le dimissioni. 

Sette su sette i voti: Domenico Iavagnilio, Michele Renzone, Pietro Piccirilli, Antonio Di Iorio, Michele Di Genova, Roberto Calabrese, Paolo Di Iorio. Motta, dunque, dice no e va oltre i fatti di Gorino, provocando una crepa nei rapporti istituzionali tra gli enti di governo locali. Si teme il rischio emulazione e un inquietante effetto domino.

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