Cronaca

Mario Nero, l'uomo che ha fatto la cosa giusta. Il racconto struggente della nuora di Panunzio: "Per noi è stato tutto"

Giovanna Belluna, nuora dell’imprenditore Giovanni Panunzio e donna in prima linea contro la mafia, ricorda il testimone di giustizia scomparso lo scorso mercoledì sera. Sull’onda dell’emotività, ne restituisce un ritratto autentico, forse più intimo e familiare: “Ora più che mai, per la comunità deve rappresentare un motivo di orgoglio”

Mario Nero con Giovanna Belluna

Quello che in questi ultimi 28 anni ha legato la famiglia Panunzio al testimone di giustizia Mario Nero non era un debito morale, ma un profondo senso di gratitudine per “un gesto bellissimo, di lealtà e giustizia, del tutto gratuito. Mario a noi, alla nostra storia non doveva nulla. Eppure ha deciso di mettere in gioco la sua vita per la verità”.

Giovanna Belluna, nuora dell’imprenditore Giovanni Panunzio e donna in prima linea contro la mafia, è ancora scossa per la morte, improvvisa e inaspettata, di Mario Nero (questo il nome che gli fu dato una volta dentro il programma di protezione). E, sull’onda dell’emotività, ne restituisce un ritratto autentico, forse più intimo e familiare: “Per noi e per la nostra famiglia Mario ha rappresentato tanto, se non tutto. Forse senza di lui non ci sarebbe stato alcun processo. E ora più che mai, per la comunità deve rappresentare un motivo di orgoglio”, rivendica.

Il pensiero ricorrente, in queste ore, è uno solo: “Ci chiediamo se potevamo fare qualcosa di più per lui. Per alleviare la sua rabbia, il suo dolore”. La vita ha pagato il suo gesto di coraggio con la moneta sbagliata. Il primo incontro della famiglia con il testimone chiave del processo per l’omicidio del costruttore Giovanni Panunzio avvenne un mese dopo l’assassinio. “Mancava poco al Natale di quell’anno, il 1992. Ho visto un uomo esile, minuto fisicamente, eppure animato da una grandissima forza”.

Cosa abbia spinto un ragazzo di 29 anni ad affrontare quel percorso così difficile lo spiegò lui stesso: “Vide un appello in tv di mio marito Lino. Ci confidò di aver letto la disperazione negli occhi di un suo coetaneo e sentì di dover fare la cosa giusta. Il giorno dopo, senza informare nemmeno la sua famiglia, andò in questura”.  Per lui fu l’inizio di un calvario.

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Con Lino Panunzio si strinse subito un rapporto stretto. “Per tutto il percorso del processo (per l’omicidio dell’imprenditore venne condannato in via definitiva, a 26 anni di reclusione, Donato Delli Carri, ndr) si sono fatti forza a vicenda”, ricorda. “Si era creato un rapporto quasi fraterno tra loro. Nonostante non potessero vedersi e i contatti telefonici erano davvero difficili per via del sistema di protezione, Mario trovava sempre un modo per farsi sentire”.

Con gli anni, il rapporto di amicizia si è consolidato anche con Giovanna, con la quale ha attraversato a testa alta i percorsi dell’antimafia sociale, raccontando la sua vicenda a Foggia e non solo, anche attraverso l’associazione che porta il nome di Giovanni Panunzio, e della quale Mario Nero è stato socio onorario. “Non aveva un carattere facile, questo è risaputo. Ma come dargli torto, con tutto quello che ha passato”, continua Belluna.

“L’ho visto affrontare il processo con determinazione e consapevolezza, ma lo Stato non ha saputo sostenerlo. Era impreparato: Mario Nero è stato il secondo testimone di giustizia in Italia, nel 1992 mancavano le norme sulle procedure, mancava una legge al riguardo”. Così ha pagato lo scotto dell’incapacità di fornire una residenza sicura o i documenti per servizi necessari come, ad esempio, un ricovero in ospedale.

“Ripeteva spesso, e me lo ha detto anche nella nostra ultima conversazione, poche settimane fa, che lui ha combattuto la mafia ma anche una parte dello Stato”, confida Giovanna. “Questa frase mi ha sempre scosso molto”. Ed è da questo che è scaturita gran parte della rabbia che lo ha divorato per tutta la vita. “Per le sue mancanze lo Stato ha pagato. Ma non è un risarcimento a ridare la dignità ad una persona. La dignità passa per una vita a testa alta, per un lavoro, per la considerazione sociale”.

Mario Nero invece ha sempre lamentato di essere rimasto solo. Anche la sua famiglia gli voltò le spalle in quegli anni difficili: “La verità porta all’isolamento. E noi lo sappiamo bene perché lo abbiamo vissuto sulla nostra pelle. A quel punto, ci siamo proposti di essere la sua famiglia: non sarebbe stata la stessa cosa, ma avrebbe trovato sempre - in me, in mio marito Lino e anche nell’associazione - una spalla, qualcuno pronto a sostenerlo. Come lui ha fatto con noi”. Allora il suo proposito è quello di mantenere viva la memoria del suo gesto: “Dobbiamo parlarne, sempre di più. Raccontare e far capire chi è stato Mario Nero e cosa ha fatto”.

Un uomo e non un’ombra, come quel cognome potrebbe evocare. “Far capire alla comunità e ai suoi figli - i due grandi del primo matrimonio e i due piccoli avuti dalla compagna - che grande uomo è stato il loro papà”.

Oggi Giovanna è una donna esposta contro mafia e malaffare. Ma non è sempre stato così: “Ai tempi dell’omicidio Panunzio ero terrorizzata. Avevo 21 anni, avevo paura di espormi perché temevo di perdere anche mio marito, come mio suocero. Poi qualcosa è scattato anche in me”, confessa.

A darle forza, nei momenti più difficili è il ricordo di un abbraccio. “Abitavo ancora nella villetta di Giovanni, e Mario era con noi. Ero molto scossa perché da poco la mia famiglia aveva ricevuto telefonate di minaccia”.

L’incubo era vivo e presente. “Prima di andar via, Mario che sapeva delle mie remore e delle mie paure, mi abbracciò forte e mi disse ‘Abbiamo fatto la cosa giusta: io a testimoniare, voi a costituirvi parte civile’. In quell’abbraccio ritrovo tutta la forza e le motivazioni per andare avanti. Ora anche per lui”.

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