A Foggia sfila la rabbia contro l'uccisione di Mamadou: "Non si può morire per un melone"

In città esplode la rabbia: è negli occhi e nella voce di chi chiede la verità sulla morte del 37enne del Burkina Faso, ucciso a colpi di fucile per il furto di tre meloni. In marcia anche Sambare Souleyman, l'amico rimasto illeso nell'agguato

Margherita Bambara

Esplode la rabbia, a Foggia, per la morte di Mamadou Sare, il bracciante originario del Burkina Faso, ucciso a colpi di fucile nelle campagne lucerine. Esplode la rabbia e sfila per le strade del centro cittadino negli occhi e nella voce dei circa 200 manifestanti che chiedono verità e giustizia per la morte del 37enne del Burkina Faso, ucciso da due agricoltori in località ‘Ponte Vaccarella’ per il furto - secondo la versione ufficiale - di tre meloni.

In testa al corteo, un melone spaccato, passa di mano in mano tra i manifestanti, per ricordare il connazionale ucciso. Come un simbolo, una sorta di feticcio. Tra le fila serpentone anche Margherita Bambara, rappresentante del Burkina Faso per il Sud Italia, e Sambare Souleyman, l’amico di Mamadou che era con lui la sera del 21 settembre, ed è rimasto illeso nell’agguato in campagna. Dal particolare al generale, ovvero dalla singola vicenda del bracciante ucciso nel Foggiano ad una piaga sociale antica e sempre e nuova: la manifestazione infatti è nata come una marcia contro il caporalato e ogni forma di sfruttamento nel lavoro che, ieri come oggi, non riguarda solo i migranti.

Da piazza Cavour a piazza Cesare Battisti, i manifestanti – un cartello di realtà e associazioni del territorio tra le quali Cgil, Flai, Cisl, Anolf, Uim Uil, Acli, Arci, Caritas Progetto Presidio, Libera, Centro interculturale Baobab, Amici dei Migranti, Fratelli della Stazione, Vangelo della Vita, Africa United, Gris Puglia, Unione degli Studenti, Link, Rete della Conoscenza Puglia – hanno rivendicato l’importanza dei diritti e della dignità dei lavoratori migranti, denunciando i fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento nei campi e del razzismo.

Benché le associazioni presenti rivendichino il fatto che la Capitanata sia "terra meticcia e antirazzista", per i manifestanti  Mamadou è “morto di razzismo, che continua a provocare vittime ”, come si legge nei volantini distribuiti in strada. “Una drammatica situazione alimentata dall’odio sociale e dalla ‘caccia all’immigrato’ all’interno di una società prossima al collasso - non solo economico, ma anche sociale - che continua ad accanirsi contro il più povero”.

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