La 'Faida della Montagna': quella lunga scia di sangue che ha macchiato per sempre il Gargano

Il focus della trasmissione 'Cose Nostre' di Rai Uno, nello speciale 'A mani nude'. Il procuratore Volpe: "A Foggia e provincia 360 omicidi o tentati omicidi di mafia in 40 anni; l’80% sono rimasti irrisolti”. Dati inquietanti, come il silenzio che vi gravita attorno

Il sangue scorre da decenni sul Gargano. Dai Monti al mare, in una spirale di ferocia che non conosce fine. E’ la storia della faida del Gargano, vera e propria mafia, arcaica e pastorale, che ha segnato profondamente quel lembo di terra.

Una storia fatta di alleanze e vendette, di agguati e tradimenti, ricostruita in 90 minuti circa nell’approfondimento ‘A mani nude’ della trasmissione ‘Cose Nostre’ di Rai Uno. “Per troppi anni c’è stato silenzio su questi argomenti”, spiega il procuratore distrettuale antimafia di Bari, Giuseppe Volpe. “Per troppo tempo non si è divulgata la conoscenza del fenomeno, che è antico. A Foggia e provincia, negli ultimi 40 anni,  abbiamo avuto 360 omicidi di mafia o tentati omicidi, circa l’80% dei quali rimasti irrisolti”. I dati sono inquietanti. Tanto quanto il silenzio che vi gravita attorno.

La faida inizia tra due famiglie: i Libergolis e i Primosa-Alfieri, inizialmente alleati. Il loro business principale? Il furto di bestiame. L’alleanza si è spezzata nel 1978, con l’eclatante omicidio di Lorenzo Ricucci (legato ai Primosa-Alfieri), freddato a fucilate in un agguato nel quale rimase ferito anche il figlio 12enne. I Libergolis non rispettano più l’equilibrio della ‘Montagna’, vogliono essere loro a dettare le regole e marcano il territorio con la forza e la violenza.

Si definiscono così due scenari contrapposti: da una parte il boss Raffaele Primosa, dall’altra Francesco ‘Ciccillo’ Libergolis, che portano avanti una guerra sanguinosa per il controllo del Gargano, con decine di morti ammazzati da una parte e dall’altra. Così fino al 1982, quando in un conflitto a fuoco con la polizia, rimane gravemente ferito il boss Raffaele Primosa: a 35 anni, l’uomo rimane paralizzato. Dubbi e ombre su quell’episodio non fanno altro che alimentare l’odio tra le due fazioni: l’agente che ha sparato, infatti, era il cognato di ‘Ciccillo’ Libergolis.

A Pietro e Giuseppe Alfieri il compito di vendicare l’affronto subito, ma dopo vari attentati falliti, vengono uccisi il 1° marzo 1989. L’inizio degli anni ’90 vede la famiglia Primosa-Alfieri perdente, ma la debolezza del ‘clan’ non assopisce l’odio nelle nuove generazioni. Si avvia una nuova stagione sanguinosa, che vede cadere sotto i colpi di pistole, fucili e lupare Matteo Libergolis, 27 anni, figlio di Ciccillo, e Michele Alfieri, con una vendetta giunta anni dopo. Nessun testimone per questi omicidi, nessuna parola. A rompere il silenzio è Antonia Alfieri, perché vede in pericolo la vita dei suoi figli. Pagherà le sue parole con la morte del figlio Nicolino Primosa, nel 1992, fuori dal Gargano. Un omicidio in trasferta. 

Per la giustizia, nonostante il lungo elenco di morti e di lutti, sul Gargano non c’è mafia. Così si sottovaluta una situazione incandescente, pronta al salto di qualità: i Libergolis, in posizione di forza (gli uomini dell’altro schieramento sono, infatti, tutti morti o fuggiti), vogliono pensare in grande, in quel territorio che si apre al turismo e al divertimento. Un nuovo business, che si apre alla rotta balcanica per l'approvvigionamento di droga e armi.

‘Ciccillo’ Libergolis, con i nipoti Matteo, Armando e Franco, vuole scendere dalla montagna e ha bisogno di nuovi alleati. Li cerca e li trova a valle, tra Mattinata e Manfredonia, nella famiglia di Francesco Romito, con la quale si stringe una nuova alleanza, quella dei due ‘Ciccilli’, e nasce il cosiddetto clan dei Montanari. A Manfredonia, i Romito avevano costruito un impero reinvestendo i proventi del contrabbando delle sigarette in altre attività (commercio, onoranze funebri, stabilimenti balneari, ristoranti, bar e pescherie).

Ma ben presto l’alleanza inizia a scricchiolare, fino a spezzarsi definitivamente. E’ un omicidio eccellente a provocare la scissione: quello di Michele Santoro, braccio armato del clan dei Montanari e uomo di fiducia dei Libergolis. Come se non bastasse, all’affronto omicidiario si aggiunge il tradimento. Durante una riunione plenaria del clan, nella masseria Ortifrenti dei Romito, qualcuno ha teso una trappola ai Libergolis. E ad ascoltare “confessioni tombali” su omicidi ed esecuzioni vi erano anche i carabinieri che, sulla scorta di quelle informazioni, hanno eseguito una operazione capitale con 90 ordinanze eseguite su 123 emesse, e centinaia di capi di imputazione in riferimento a 30 anni di crimini e 33 omicidi solo sul Gargano.

I Libergolis sono spalle al muro, nel 2005 viene arrestato anche il boss Ciccillo, latitante da oltre un anno. Si nascondeva nella ‘sua’ montagna. Per la giustizia, il clan Romito (che ha sempre rinnegato di aver collaborato con le forze dell’ordine) è avulso da logiche mafiose: manca infatti una sentenza che sancisca la mafiosità del gruppo. Intanto, Ciccillo, anziano e malato, viene rimesso in libertà; i nipoti Armando e Matteo vengono condannati per omicidio, droga e associazione mafiosa. Franco, il nipote preferito, viene condannato all’ergastolo e, da latitante, diventa uno dei ricercati più pericolosi d’Italia.

La carneficina riparte dopo poco, con un duplice omicidio a Manfredonia, dove vengono trucidati Franco Romito e il suo autista; la risposta all’agguato viene 6 mesi dopo con l’omicidio del boss dei boss, Ciccillo Libergolis. “Mai condannato per mafia, ma è stato condannato dalla mafia”, chiosa il servizio. “La sua leggenda inizia e finisce a Monte Sant’Angelo”.

A cadere, ancora, in questa guerra perenne, è Michele Romito mentre era in compagnia di Mario Luciano, forse vero obiettivo dei killer. La sete di vendetta colpisce anche la generazione dei nipoti. Mario Luciano troverà poi la morte, nell’estate del 2017, nella strage di mafia alla stazione dismessa di San Marco in Lamis, dove insieme al cognato Matteo De Palma, rimasero uccisi anche i fratelli Luigi e Aurelio Luciani, due agricoltori della zona, vittime innocenti di una guerra senza fine.

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