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Sabato, 2 Luglio 2022
Cronaca

Se la mafia non è invincibile anche Foggia può sconfiggerla

Trent'anni fa la morte di Giovanni Falcone, della moglie e dei tre uomini della scorta

Il 30 agosto 1991, nove mesi prima della strage di Capaci del 23 maggio 1992 in cui morirono Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre uomini della scorta, in un’intervista rilasciata a RaiTre a Gianfranco D’Anna, il magistrato palermitano definì la mafia “un fatto umano” che avrebbe avuto anche una fine, perché, “non è affatto invincibile”, sottolineò.

In quella occasione Falcone, di cui oggi ricorre il trentennale dalla sua uccisione, riferendosi sempre alla mafia, aggiunse che “bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”.

Evidentemente è dello stesso avviso il procuratore della Repubblica di Bari, Roberto Rossi, che alcuni mesi fa, a margine della conferenza stampa sui 32 arresti compiuti dai carabinieri dei Ros sul Gargano nell’ambito dell’operazione Omnia Nostra, aveva dichiarato che ci sarà un momento in cui la mafia foggiana sarà un ricordo. “I cittadini devono avere fiducia”. Rossi aveva portato l’esempio della battaglia condotta per anni in Puglia al fenomeno del contrabbando: “Vogliamo dire ai cittadini che non molliamo e succederà per la mafia foggiana quello che è accaduto per il contrabbando” assicurò. 

Se, come dice Falcone, la mafia non è invincibile, anche Foggia può sperare di sconfiggerla, purché finisca il tempo dello scoramento e della rassegnazione, la società civile reagisca in tutta la sua forza e l'azione di prevenzione e repressione della Squadra Stato cominciata all'indomani della strage di San Marco in Lamis, non si esaurisca. 

La lotta alla mafia secondo Vaccaro

A suonare la sveglia nell’aula magna del dipartimento di Studi Umanistici in occasione del convegno ‘A trent’anni dalle stragi’ – sempre nell’ambito del percorso sull’antimafia sociale attivato dall’Università di Foggia – era stato venerdì scorso Ludovico Vaccaro. Davanti agli studenti, il procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Foggia, aveva parlato di un’aria ancora stagnante, in una terra “bellissima e disgraziata”, proprio come Borsellino definiva la sua Sicilia. Ci sono stati imprenditori che hanno avuto il coraggio di denunciare, “pionieri che hanno aperto questa strada”, ma sono ancora poche le persone che li hanno seguiti. "Sono ancora troppo poche le denunce e le testimonianze. C’è ancora troppo silenzio, assoggettamento, troppa assuefazione al crimine, troppa rassegnazione”.

Questo il pensiero di Vaccaro sul pericoloso circolo vizioso innescato. "Il mondo imprenditoriale, in questi ultimi decenni, ha subito la pressione criminale, si è rinchiuso in sé stesso e si è messo sulla difensiva. Così facendo ha, in qualche modo, paralizzato lo sviluppo. Ha consentito che quella che è l’azione della criminalità di impoverire il territorio si realizzasse”.

In quella occasione Vaccaro aveva illustrato, per grandi linee, il modello investigativo a Foggia: oggi in città lavorano cinque pool specializzati che lavorano, ad esempio, per contrastare il caporalato o il reinvestimento dei proventi illeciti. L'attività è focalizzata sulla lotta ai reati lucro genetici: colpire i mafiosi nel patrimonio. Agli studenti che avevano presentato il manifesto ‘La città che vorrei’, aveva rivolto un accorato invito: “Che non sia un condizionale di speranza, deve essere la città che volete. Pretendete una città diversa”. La parola chiave, per lui, è partecipazione.

La mafia foggiana secondo Rossi

“Qui c'è un'emergenza nazionale perché è una criminalità organizzata molto simile alla 'Ndrangheta che è molto pericolosa perché da una parte ha la violenza della mafia rurale e dall'altra ha l'"intelligenza" della mafia degli affari. È vero che si è sottovalutata ma qualcosa è incominciato a cambiare. A partire dalla strage di San Marco in Lamis nel 2017 è cominciato a cambiare tutto e molto di questo lo dobbiamo alle vedove delle vittime della strage. È incominciato a cambiare tutto anche sulla spinta delle vedove delle due persone uccise che hanno fatto molto e stanno continuando a fare molto per svegliare le coscienze". Così Roberto Rossi, procuratore capo di Bari, a 'Studio Aperto Mag', andato in onda a febbraio su Italia Uno.

La mafia foggiana è globalizzata

Altro che mafia pastorale, la quarta mafia è già globalizzata nel senso che ha già rapporti fortissimi con la criminalità organizzata albanese. Tant'è vero che noi abbiamo un asse con la procura antimafia albanese, chiamiamola così, noi qui abbiamo una collaborazione straordinaria primaria che ha dato dei risultati anche investigativi importanti. Ma quello che è importante è che purtroppo, essendo una mafia che sta incominciando a investire molto, è chiaro che ha dei rapporti economici che vanno lì dove ci sono i flussi di denaro più interessanti, quindi l'Italia del Nord, i Balcani, la Colombia".

Figli dei boss studiano a Milano

"Alcuni figli di boss hanno studiato a Milano, voglio dire anche a università di pregio, quindi è significativo purtroppo non tanto del segnale di voler rompere con la propria famiglia, al contrario, si vanno a formare nei contesti sociali dove circola la ricchezza e i redditi sono più alti" ha proseguito Rossi riferendosi ai figli dei boss garganici, aggiungendo che gli interessi della Società Foggiana a Milano vanno dalla ristorazione alla droga.

Quarta mafia più forte al Nord

"Le mafie pugliesi agiscono separate, non ci sono connessioni tra loro e non esiste una cupola. Ci sono invece maggiori rapporti con la cosiddetta 'batteria', cioè la Provincia di Trani-Barletta-Andria, perché poi ci sono i territori limitrofi e meri accordi sul traffico di stupefacenti. Non c'è dubbio, la criminalità foggiana è diventata più forte al Nord. Quella barese è più limitata, forse perché più contrastata negli anni con maggiore energia da parte dello Stato, quindi è in difficoltà, e poi perché, anche per ragione sociale, è radicata solo in alcuni quartieri, a volte in qualche paese, a seconda anche degli arresti che ci sono, ma ha difficoltà a espandersi al Nord".

Le donne dei boss reagiscono"Direi che le vere avversarie della criminalità organizzata foggiana sono le donne. Cioè, tra le prime che hanno cominciato a reagire sono state loro. C'è un caso anche abbastanza famoso di una mamma di 4 figli, diciamo di boss, che ha deciso di collaborare per eliminare questo rapporto tra figli e genitori e padre, nel timore che poi alla fine finissero nelle tipiche faide. Il ruolo delle vedove delle vittime è un ruolo importante nella coscienza sociale del foggiano, quindi le donne le ho viste protagoniste della reazione. Certo, sono ancora poche, però è significativo proprio per questo motivo".

La 'Quarta Mafia' secondo la Dia

“Foggia è la componente significativa e importante della Quarta Mafia e quindi rappresenta oggi uno dei primi obiettivi di contrasto alle organizzazioni criminali di matrice mafiosa. Una mafia, quella di Foggia, che si infiltra nelle attività economiche che non spara soltanto, usa violenza per sottomettere la popolazione, per far soggiacere le imprese e, inoltre, condiziona le Pubbliche Amministrazioni …”. La relazione semestrale della Dia (relativa ai primi sei mesi del 2021, ndr) analizza la situazione nella provincia di Foggia partendo dalle parole del Procuratore Nazionale Antimafia Federico Cafiero De Raho, pronunciate in occasione dell’incontro ‘Parliamo di (anti)mafia’ tenutosi nell’aula magna del Dipartimento di Economia dell’Università di Foggia il 29 settembre scorso.

La relazione fotografa dettagliatamente le caratteristiche, le evoluzioni e il modus operandi delle organizzazioni mafiose presenti in tutta la provincia, a partire dal capoluogo. A Foggia la mafia mostra una “pervicace capacità di permeare il tessuto economico”, che è alla base del suo rinnovamento. Una “mafia degli affari” alla costante ricerca di un equilibrio fra tradizione e modernità.

La propensione agli affari è confermata dalle operazioni ‘Grande carro’ (ottobre 2020) e ‘Decima Azione’ (novembre 2018). D’altra parte, non può passare inosservato l’atteggiamento intimidatorio verso esponenti delle pubbliche amministrazioni laddove la comunicazione si traduce in forza intimidatrice e corruttiva, favorita peraltro da un contesto ambientale verosimilmente assuefatto e sempre più predisposto a logiche clientelari. La capacità dei sodalizi mafiosi di influenzare a proprio vantaggio il processo decisionale della pubblica amministrazione è confermata dai provvedimenti di scioglimento dei consigli comunali di Monte Sant’Angelo, Mattinata Cerignola, Manfredonia e da ultimo dall’insediamento il 9 marzo 2021 della Commissione d’accesso presso il Comune di Foggia al fine di verificare l’eventuale sussistenza di collegamenti tra la criminalità organizzata di tipo mafioso e gli amministratori ovvero forme di condizionamento tali da alterare il procedimento di formazione della volontà degli organi elettivi e da compromettere il buon andamento ed imparzialità dell’ente. L’indagine ispettiva ha portato il successivo 6 agosto 2021 all’affidamento per la durata di 18 mesi della gestione del Comune ad una commissione straordinaria. L’esigenza di avviare accertamenti in ordine all’amministrazione comunale di Foggia sarebbe scaturita anche dagli approfondimenti informativi svolti dalle Forze di Polizia a seguito dell’adozione di interdittive antimafia nei confronti di imprese legate da rapporti contrattuali con il Comune di Foggia.

L’analisi del fenomeno mafioso dimostra come la criminalità organizzata foggiana, nella tradizionale distinzione tra società foggiana, organizzazioni criminali del Gargano e gruppi del Tavoliere conservi, come punto di forza una tipica impenetrabilità connessa alla struttura familistica e al forte radicamento sul territorio.

La mafia foggiana

Anche nel semestre di riferimento, si conferma come la società foggiana sia articolata in 3 segmentazioni Moretti-Pellegrino-Lanza, Sinesi-Francavilla e Trisciuoglio-Prencipe-Tolonese tutte dotate di margini di autonomia decisionale e operativa, ma facenti capo a un nucleo direttivo costituito dalle figure di vertice delle singole batterie. La sinergia tra i clan sarebbe funzionale alla pianificazione e gestione delle attività illecite nonché alla condivisione degli interessi economico-criminali che consentono di governare la complessità del processo espansionistico partendo da un comune epicentro fondante che si espande sempre più verso l’esterno. Capaci di stabilire interconnessioni al loro interno attraverso l’adozione di modelli tendenzialmente federali e al passo con la modernità le tre batterie mafiose sono in grado di influenzare le dinamiche criminali nelle altre aree della provincia (Gargano e Alto Tavoliere) estendendosi in altre regioni come l’Emilia Romagna, il Molise e l’Abruzzo. Una possibile condizione di stallo fra le articolazioni criminali in conseguenza delle recenti attività di contrasto non consente di escludere una presumibile spinta di riassetto finalizzata a stabilire nuove gerarchie ed equilibri.

La batteria Moretti-Pellegrino-Lanza dotata di pervicace forza e carisma criminale estenderebbe la propria influenza mafiosa nell’Alto Tavoliere grazie all’appoggio del sodalizio La Piccirella–Testa nell’area garganica in virtù dei collegamenti con il clan ex Romito, con il quale si è schierata militarmente nella faida contro i Li Bergolis e nel basso Tavoliere con il gruppo Gaeta di Orta Nova.

Il clan Sinesi-Francavilla è tradizionalmente collegato ai cosiddetti Montanari dell’area garganica, in particolare al clan Li Bergolis e ai Nardino di San Severo. Opera prevalentemente nel capoluogo di provincia ed è attivo nelle estorsioni, nei traffici di stupefacenti, usura, riciclaggio nonché nel gioco illegale.

La batteria dei Trisciuoglio-Prencipe-Tolonese, apertamente schierata in favore dei Moretti-Pellegrino-Lanza, ha infine sviluppato sinergie con elementi mafiosi della provincia, in particolare con il clan Romito operante a Manfredonia e con elementi della criminalità di Orta Nova.

La mafia garganica

Nella relazione il quadro più complesso è quello della macroarea del Gargano. Lo zoccolo duro resta quello rappresentato dal clan dei Montanari, in seno al quale svolge un ruolo chiave la famiglia Li Bergolis di Monte Sant’Angelo. Il clan dei Montanari risulta allo stato dotato di maggiore influenza nell’area garganica, grazie ad un processo evolutivo generatosi non solo dalla centralità acquisita nel traffico di stupefacenti anche fuori regione, ma dalla capacità imprenditoriale finalizzata al controllo dei settori economici più importanti e remunerativi. Mimetizzando i caratteri più cruenti ed efferati dell’organizzazione la mafia garganica 114 riesce infatti a penetrare nel tessuto socio-economico controllandone i settori più importanti. Sulla capacità di stringere alleanze, si fa riferimento alla presenza di 2 garganici nelle operazioni ‘Handover’ e ‘Pecunia Olet’ che hanno colpito la cosca calabrese Pesce-Bellocco.

Oltre agli stupefacenti, i sodalizi del promontorio foggiano controllerebbero il tessuto economico dell’area, segnatamente quello agricolo-pastorale, secondo la Direzione Investigativa Antimafia anche attraverso i Di Claudio-Mancini e i Lombardi-Romito-Ricucci.

La pervasività del fenomeno mafioso nel tessuto economico garganico si manifesta anche nel territorio di San Nicandro Garganico, a nord del promontorio dove la famiglia Tarantino, contrapposta ai Ciavarrella, ha sviluppato nel tempo sinergie con la criminalità organizzata sanseverese e garganica assumendo un ruolo strategico anche in ambito extraregionale grazie alle nuove leve. 

A Vieste risulterebbe egemone il gruppo Raduano, sinergico ai Romito e contrapposto agli Iannoli-Perna, che sebbene indebolito, starebbe cercando di ricomporre il tessuto criminale oltre che per il tramite della frangia mattinatese dei Romito, anche grazie al ruolo di un pregiudicato considerato il reggente del clan in grado di tenere vivo l’asse con Mattinata.

L’area di San Giovanni Rotondo rappresenta uno snodo strategico e di interesse per le altre espressioni criminali della zona come conferma l’arresto nel mese di maggio di un pregiudicato, figura emergente e di rilievo della criminalità organizzata della provincia di Foggia. Il soggetto, sebbene legato alla società foggiana, in particolare alla batteria Moretti-Pellegrino-Lanza, secondo la Dia interagiva con i Martino e i Romito, a conferma di come il promontorio rappresenti nelle dinamiche mafiose una delle principali cerniere della provincia.

La mafia a San Severo

Nell’Alto Tavoliere, la città di San Severo si confermerebbe epicentro delle dinamiche criminali della Capitanata, per il ruolo strategico assunto nel traffico degli stupefacenti con proiezioni anche extraterritoriali grazie ai forti legami con la camorra, la ‘ndrangheta e la criminalità albanese. La funzionalità dell’asse Puglia-Campania è emersa in particolare nel settore dello smaltimento dei rifiuti che rappresenta un business altamente remunerativo per la criminalità organizzata foggiana. Nel semestre in esame con l’operazione ‘Eco’ 126 è stata documentata l’esistenza di un sistema criminale promosso da un gruppo di imprenditori di San Severo e della provincia di Caserta finalizzato all’illecita movimentazione di rifiuti speciali derivanti dallo scarto di quelli solidi urbani provenienti dalla Campania, nonché al successivo smaltimento in discariche abusive.

La città presenta profili di maggiore metamorfosi e instabilità dovuti ai vuoti di potere e alla contrapposizione armata tra diverse fazioni che potrebbero favorire un parziale ritorno agli assetti del passato. La fluidità dello scenario criminale, dovuto alla continua ricerca di nuovi assetti, non sempre coincide con il raggiungimento di stabili equilibri nella gestione delle attività illecite. In tal senso si può inquadrare l’agguato del 1° gennaio 2021 nei confronti di un pregiudicato attivo nelle piazze di spaccio e i recentissimi omicidi del 12 luglio 2021 e del 14 agosto 2021 che attestano una percettibile destrutturazione della criminalità organizzata sanseverese come conseguenza del passaggio dell’assetto orizzontale a quello verticistico.

Sebbene siano incisive, infatti, le influenze dei Moretti-Pellegrino sul panorama criminale di San Severo, si deve individuare “una vera e propria mafia sanseverese non più articolazione della società foggiana”, così come è emerso dagli esiti investigativi dell’indagine ‘Ares’ del 2019 che ha ridisegnato lo scenario mafioso della provincia di Foggia. Sarebbe infatti confermata l’operatività nella zona tra San Severo e Torremaggiore dei clan La Piccirella-Testa e Nardino contrapposti in una cruenta guerra per il controllo delle attività illecite nella zona.

Ad Apricena permane la contrapposizione tra i gruppi Di Summa-Ferrelli e Padula-Cursio, quest’ultimo capace di interagire nello scenario generale della provincia grazie ad alcune figure di riferimento tornate in libertà negli ultimi anni e sicuramente potenziali e qualificate interpreti di nuove dinamiche criminali.

A Lucera la decapitazione delle storiche famiglie dovuta alla costante attività di polizia e giudiziaria degli anni passati ha mutato gli equilibri a tal punto che alcune di esse sarebbero praticamente scomparse dallo scenario criminale. Nel tempo l’evoluzione dell’autoctono tessuto mafioso avrebbe generato diversi nuovi gruppi, alcuni dei quali di qualificato spessore criminale come i Papa-Ricci, Cenicola e Barbetti. La destrutturazione del tessuto malavitoso favorirebbe inoltre l’ascesa di nuovi elementi operanti in modo trasversale nello scenario provinciale.

La mafia a Cerignola

Cerignola continua a svolgere un ruolo dominante nell’area del basso Tavoliere. Secondo gli investigatori della Dia, la malavita cerignolana, grazie a un modus operandi sempre più complesso, manifesta una comprovata capacità di assoggettare il tessuto criminale locale affermandosi nel quadro nazionale e, in alcune occasioni, superando addirittura i confini italiani.

La mafia cerignolana - identificabile soprattutto con i clan Di Tommaso e Piarulli - conferma il forte radicamento sul territorio che le consente di essere un punto di riferimento per altri sodalizi, oltre che anello di congiunzione tra clan foggiani e baresi ed i gruppi della criminalità andriese e bitontina.

La sua strategia si articola su più direttrici, tutte finalizzate alla schermatura dei proventi illeciti attraverso il reinvestimento dei capitali. Tra le attività condotte con forme di pendolarismo, quella degli assalti ai portavalori, ha permesso nel tempo alla criminalità cerignolana di essere riconosciuta come una delle espressioni più efficaci dell’intero territorio nazionale.

Rispetto agli altri fenomeni provinciali, la mafia cerignolana ha completato un processo evolutivo nel quale partendo dal controllo del territorio attraverso la compagine militare è stata in grado parallelamente di sviluppare anche strutture economiche ed imprenditoriali così da poter essere considerata l’autentica mafia degli affari della provincia di Foggia.

Lo stesso dinamismo si riscontra anche nei settori delle armi e degli stupefacenti, nei quali Cerignola si conferma snodo cruciale per l’intera regione anche grazie alla capacità di disporre di più canali di approvvigionamento.

L’intera area dei Cinque Reali Siti (Orta Nova, Stornara, Stornarella, Ordona e Carapelle) pur risentendo in modo significativo dell’influenza della criminalità cerignolana, annovera realtà come quella di Orta Nova, il cui forte tessuto criminale sarebbe caratterizzato dall’egemonia del gruppo Gaeta. Quest’ultimo, allo stato sembra convivere con figure trasversali capaci di ben interagire con la mafia cerignolana e foggiana.

Un’altra dinamica realtà di questa area è rappresentata dal borgo di Carapelle, dove è stato individuato un sodalizio composto da pregiudicati locali ma anche di nazionalità magrebina, capace di introdurre nel territorio nazionale ingenti quantitativi di hashish provenienti dalla Spagna e di smistarli nell’intera provincia di Foggia e in alcuni territori della Campania e della Lombardia.

A Stornara, le dinamiche criminali risultano legate alla famiglia malavitosa dei Masciavè e soprattutto alla criminalità cerignolana che può utilizzare quel territorio come base logistica per le proprie attività illecite.

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