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Mons. Vincenzo Pelvi (foto di Roberto D'Agostino)

Mons. Vincenzo Pelvi (foto di Roberto D'Agostino)

Mons. Pelvi ai foggiani nel giorno della ‘Santa Patrona’: “Siate più responsabili e meno spettatori"

La parabola dell'impossibile dell'arcivescovo di Foggia, Mons. Vincenzo Pelvi, nel giorno dell'anniversario delle apparizioni della Madonna dei Sette Veli

Dopo la toccante processione dell’Iconavetere tra le strade di Foggia, nel giorno dell’anniversario delle apparizioni della Madonna dei Sette Veli, santa patrona del capoluogo dauno, avvenuto nel 1731, mons. Vincenzo Pelvi, arcivescovo dell’arcidiocesi Foggia-Bovino, ha mandato un messaggio ai cittadini.

LA PARABOLA DELL’IMPOSSIBILE. Città, nella nostra comunità ecclesiale, siamo liberi o schiavi; sfiduciati o entusiasti; spenti o luminosi? Sono interrogativi che suscitano un sussulto di entusiasmo e di passione per costruire una comunità cittadina più giusta e umana. A nessuno sfugge quest’aria un po' caotica di crisi e cambiamento: la corruzione, l’impoverimento urbanistico e ambientale, le difficoltà nella gestione del territorio, la crisi economica, la disoccupazione giovanile e l’emergenza abitativa, le tensioni dovute all’immigrazione.

Sembra che ciò comporti una perdita di appartenenza reciproca e una crescita incontrollabile di individualismo. Stanno venendo meno, così, quelle relazioni interpersonali che esprimono accoglienza degli altri, mentre si diffonde, tante volte in maniera invisibile, ma contagiosa, la malattia dell’indifferenza. Non si vuole accusare o condannare, ma risvegliare la Città perché sia più attiva e unita. Particolarmente noi credenti non possiamo accontentarci di annunciare princìpi generali, senza sporcarci le mani promuovendo le realizzazioni possibili dei valori evangelici.

La Chiesa e i cristiani sono compagni di strada nel realizzare il bene possibile con la testimonianza e l’impegno alla partecipazione. Foggia non crescerà se non insieme. Ha bisogno di ritrovare il senso autentico di una casa comune, del progetto per il suo futuro. Ha bisogno di recuperare il principio della responsabilità, vincendo la “sindrome dello spettatore”, adagiato e rassegnato. Assimilato, ormai, il tempo dei diritti, dovremmo far crescere quello dei doveri in vista di una buona convivenza fondata sull’esigenza di una cittadinanza responsabile.

Abdicare o delegare l’esercizio di cittadinanza nella concretezza, nell’organizzazione e nel funzionamento della pubblica amministrazione, rende vana la consapevolezza che ciascuno è costruttore di socialità cittadina e responsabile con e verso tutti gli abitanti, nessuno escluso. I nostri concittadini aspirano a qualcosa di più e desiderano nuova energia d’impegno per le sfide della vita sociale. Ciò non cadrà dal cielo, ma è compito di tutti. Ognuno al suo posto costituisce un elemento indispensabile del tessuto cittadino, e tutti abbiamo il dovere di esaminare il nostro comportamento.

Occorre renderci disponibili a un cambiamento nell’atteggiamento e nel modo di pensare, non trascurando il legame fra crisi sociale, crisi ecologica e crisi spirituale. Ripensiamo i nostri stili di vita e apriamoci a comportamenti di semplicità e condivisione. Non vogliamo continuare a lamentarci, amareggiarci. È bello credere nelle nostre capacità, vedere tutto il bene che esiste accanto a noi: la vita di famiglie meravigliose, la formazione giovanile, la disponibilità verso coloro che soffrono, il lavoro ben fatto, le tante forme di volontariato, l’accoglienza degli immigrati, l’attenzione ai beni artistici e culturali.

Vi è tanta ricchezza nascosta nei cuori della nostra gente, tanta speranza nell’agire di molti. Ognuno, nel proprio ambito, è responsabile dell’avvenire della Città. Questo richiederà coraggio e audacia; qualità che non sono mai mancate, ma che invocano l’impegno di tutti. In realtà le vere soluzioni ai problemi non verranno in primo luogo dall’economia, per quanto sia importante, né da prese di posizione e azioni di pochi. Verranno dall’impegno di tutti, dal “fare insieme”, coinvolgendo soprattutto le categorie più deboli e marginalizzate. In altri termini fare insieme per valorizzare i doni di tutti senza trascurare l’unicità irripetibile di ciascuno.

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