Luisa Fantasia, la donna seviziata e brutalmente uccisa per una "Ragion di Stato". "A un dolore così forte si sopravvive"

Il 30 novembre, a Manfredonia, il premio 'Virgo Fidelis' alla memoria di Luisa Fantasia, tra le prime donne vittime di una vendetta trasversale. PietroPaolo Mascione: "Raccontare una storia così drammatica, ma affrontata con così tanta dignità, può essere di monito e di esempio per tanti"

Mascione e i funerali del 1975

Al suo nome è legato un intero quartiere a San Severo nonché la sede (insieme al nome di Stella Costa) del Reparto Prevenzione Crimine della città. Al suo nome, i più anziani possono legare l'immagine del feretro che, 44 anni fa, sfilò per le vie cittadine durante i funerali di Stato celebrati in tre città: San Severo, appunto, San Nicandro Garganico e Milano.

Ma della drammatica vicenda di Luisa Fantasia - giovane donna di San Severo, moglie di un carabiniere, seviziata e brutalmente uccisa nella sua abitazione a Milano, nel 1975 - si conosce poco o nulla. Solo pochi mesi fa, durante la Giornata della Legalità, a San Severo, il suo nome è tornato pubblicamente su un palco della sua città. E questo per due ordini di motivi: innanzitutto perché la vicenda fu secretata per le indagini dell’epoca, in secondo luogo per la tenace volontà della famiglia di tutelare la memoria della donna e il proprio dolore.

A distanza di decenni, la sua storia verrà raccontata nell’ambito dell’edizione 2019 del Premio 'Virgo Fidelis' dell’Associazione Nazionale Carabinieri, che il prossimo 30 novembre, a Manfredonia, dedicherà un premio alla memoria di Luisa Fantasia, tra le prime donne vittima di una vendetta trasversale. A ritirare il premio, e a farsi carico di questo esercizio di memoria, sarà Pietro Paolo Mascione, vicepresidente nazionale dell’associazioneUltimi’ del prete anti-camorra don Aniello Manganiello e figlio (in seconde nozze) di quel giovane carabiniere cui la criminalità uccise la moglie. A lui il compito di riaprire vecchi cassetti e ferite, e restituire alla comunità questa storia dolorosa, mantenendo fede a quell’abito di dignità da sempre indossato dalle famiglie Fantasia e Mascione.

Pietro Paolo Mascione chi era Luisa Fantasia?

Chi era? Oggi nessuno la conosce. Questo non per il tempo trascorso nel frattempo (oltre 40 anni), ma perché la sua è stata una storia tenuta volutamente ‘sotto chiave’ da mio padre che, insieme a mia sorella Cinzia (figlia di Luisa) ha subìto il trauma e il lutto più grandi. Soprattutto mio padre (che poi ha ricoperto altri incarichi nell’Arma, che hanno richiesto una maggiore protezione familiare) non ha mai sopportato l’idea che la moglie fosse stata uccisa per una “Ragion di Stato”, che l’ha portato poi a formattare completamente la sua vita.

Ti è stato affidato un fardello pesante…

Il compito è durissimo. E non so se ci riuscirò fino in fondo. Ho dovuto aprire il vecchio baule di mio padre, dal quale sapevo che sarebbero usciti i più grandi demoni della nostra famiglia. Solo pochi mesi fa ho visto i giornali dell’epoca. Ho visto quelle immagini e quei titoli insieme a mio padre. In quel momento mi sarebbe piaciuto essere un viaggiatore del tempo, per tornare in quegli anni ed essergli vicino.

Perché raccontare adesso, cosa è cambiato nel frattempo?

Perché ho avuto il placet di mia sorella. “Non voglio far morire mia madre due volte”, mi ha detto. Ovvero non vuole che sua madre venga dimenticata. Perché nonostante al suo nome sia legato un intero quartiere a San Severo pochi ricordano chi fosse. Luisa Fantasia è stata una delle prime donne di Capitanata vittima di una vendetta trasversale. E credo che al giorno d’oggi raccontare una storia così drammatica, ma affrontata con così tanta dignità, possa essere di monito e di esempio per tanti.

Tuo padre, che ha sempre scelto la strada del silenzio, è d’accordo?

Non mi ha ancora parlato, ma mi ha staccato un sorriso. E so che per lui equivale ad un consenso. A casa siamo cresciuti con una forte ritrosia e riservatezza nel parlare di questa storia. Anche quando arrivava l’anniversario di quella morte ci si stringeva ognuno nel proprio dolore. L’omicidio di Luisa Fantasia ha mietuto tante vittime, ha scalfito profondamente (seppur per motivi diversi) ognuno di noi.

Ricordi quando hai saputo di questa vicenda?

Ero adolescente, me ne parlò la sorella di mio padre. Ma è una storia che ho ricostruito nel tempo, pezzo dopo pezzo. Quando ero bambino vedevo mia sorella lasciarci per le vacanze o per le feste comandante, perché le trascorreva in parte con i parenti di San Severo (la famiglia di Luisa Fantasia, ndr). Parenti che, quindi, erano suoi e non miei. Era chiaro che mancasse un pezzo, un raccordo, nel nostro quadro familiare. Ma mi sono tenuto sempre tutto dentro. Arrivai persino a credere che uno dei due, tra me e mia sorella, fosse stato adottato… Poi ricordo un pomeriggio dell’agosto 1993. Avevo 13 anni ed eravamo in vacanza. Mio padre mi chiese di fare un giro in auto (che era il suo modo per farmi una strigliata oppure per parlare di cose serie). Lungo la strada che collega San Nicandro a Torre Mileto mi disse, con le lacrime agli occhi, che doveva parlarmi. Io dissi che sapevo già tutto e troncai subito. In realtà non sapevo, o forse non volevo sapere. A 15 anni poi, mia zia mi raccontò il resto della storia, che però strinsi bene con mia sorella. Ci siamo raccontati tutto. Lei aveva sempre saputo, ero io che ero stato ‘protetto’ da questa verità che ha avuto su di me un risvolto importante: ha provocato un sussulto di giustizia, un estremo desiderio di legalità. Don Aniello mi ha sempre detto: “Tu solo due cose potevi fare: o il poliziotto o il prete”. Bene, tra le due ho deciso di vestire la divisa per contribuire a scardinare determinati sistemi, per aiutare gli altri nonostante tanto male subìto…

Cosa che hai potuto realizzare a Scampìa, dove hai incontrato, appunto, il prete anti-camorra don Aniello Manganiello…

Sì, Scampìa è una destinazione che ho scelto, non mi è stata affibbiata. Ero stato mandato al commissariato di Ischia, dove si stava benissimo. Mio padre fantasticava persino di comprare una casa sull’isola per trascorrere le vacanze insieme. Ma non era il mio posto. Ho resistito circa 8 mesi, poi ho fatto domanda per essere trasferito a Scampìa e Secondigliano.

Perché Scampia?

Sono arrivato nel 2006. Lì avevo ciò che volevo. Volevo riscattare la morte di una persona.

Quella di Luisa Fantasia. Mi spieghi meglio?

Nel 1975, mio padre lavorava al Reparto Investigativo dell’Arma di Milano. Gli fu chiesto di lasciare le attività e le pratiche relative al terrorismo e di indagare sui traffici di droga in territorio lombardo, in particolare su una grossa partita di droga di una delle prime ‘ndrine calabresi presenti nel capoluogo lombardo. Era stato organizzato un primo incontro che però fallì (forse qualcuno aveva subodorato il tranello); infine un successivo appuntamento, al quale però nessuno si presentò, perché in quel momento i criminali attesi erano a casa di mio padre a seviziare, violentare e uccidere barbaramente la moglie, alla presenza della figlia di appena 18 mesi.

Per questo prima hai detto che Fantasia è stata “uccisa per una Ragion di Stato”?

Sì, l’omicidio di Luisa Fantasia si incardina, a mio avviso, in una logica statale. Ci furono funerali di Stato in tre città: San Severo, San Nicandro Garganico e Milano. Fu insignita della medaglia d’oro al valor civile dal Presidente della Repubblica e le fu dedicato un quartiere a San Severo. Mio padre, all’epoca, rifiutò un indennizzo di 100 milioni e qualunque vantaggio (corsie preferenziali per i figli delle vittime del dovere, sussidi mensili e qualunque altro benefit riservato a questo status). E’ stata una vicenda che mio padre ha custodito nel suo cuore con riservatezza ed estrema dignità. E che ha difeso con le unghie e con i denti. Mi ha insegnato la dignità con cui affrontare il dolore.

Torniamo a Scampìa…

Sono andato a Scampìa per il mio conto aperto con il mondo della droga. Ero pronto a tutto. Ero pronto anche a non tornare. La presenza di Luisa la sentivo sempre nei casi limite, su quei lunghi ballatoi delle "vele" di Scampia. Era una forte presenza notturna. Quel quartiere era una centrale dello smercio della droga, arrivavano gruppi criminali da tutt’Italia per il loro 'carico'. Ho visto tanta bella gioventù perdersi per la droga. Cercavo di svolgere il mio ruolo senza risparmiarmi, associando al ruolo istituzionale anche quello sociale. Eppure sentivo un grande senso di impotenza di fronte al quel ‘sistema’. Mi confidai con don Aniello e lui mi disse: “Perché il male trionfi basta che gli uomini per bene non facciano nulla. Quello che puoi fare, lo stai già facendo. Quindi sei una persona del bene”.

Come ha reagito tuo padre alla tua decisione di trasferirti lì?

Non mi ha parlato per un anno intero. Ci sono stati forti divergenze a casa per questa mia decisione.

Lì hai avuto il tuo primo incontro con Don Aniello…

Sì, era ‘famoso’ a Scampia. Si parlava solo di lui e di Saviano. Lo vedevo sempre nelle piazze dello spaccio, nelle case, nei luoghi frequentati dai tossicodipendenti, ai margini della società sempre per questioni legate alla droga o alle affiliazioni alla camorra. Inizialmente lo guardavo con sospetto. Dovevo comprendere il suo ruolo. Poi ho iniziato a frequentare la sua ‘parrocchia di frontiera’ e ho imparato a conoscerlo. Non gli ho raccontato subito la mia storia, nonostante lui mi abbia salvato da Scampìa. Mi ha aiutato a moderare, a non spendere un’altra vita.

Nonostante il vissuto drammatico, tuo padre non ha mai abbandonato la divisa…

Se ti dovessi definire la personalità di mio padre, forse non ne sarai capace fino in fondo. E’ molto complesso, riservato. Io penso, ma è solo una mia idea, che la sua rivalsa sia stato un maggiore impegno all’interno delle fila dello Stato; il passaggio a un’altra configurazione dell’Arma forse è stata la sua ‘vendetta’. La prospettiva di un altro matrimonio, un altro figlio, un’altra vita, invece, è stata la sua àncora di salvataggio.

Come si vive con un peso del genere?

Si sopravvive. Nonostante tutto.

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