Cercò di uccidere il boss Raduano. L'ammissione di Iannoli in una lettera al Giudice: "Ma non ero con mio cugino"

La lettera di Iannoli è stata al centro dell’udienza del processo con rito abbreviato che vede alla sbarra i cugini Iannoli, i due viestani ritenuti appartenenti al clan del defunto Girolamo Perna, accusati di porto illegale di armi e del tentato omicidio, aggravato dalla mafiosità, del boss antagonista Marco Raduano.

Vieste

Le verità di Giovanni Iannoli affidate ad una lettera. Nelle righe, consegnate spontaneamente al giudice vi è la ‘confessione’ del progetto (fallito) di uccidere il boss Marco Raduano insieme al defunto Gianmarco Pecorelli; circostanza che scagionerebbe, di fatto, il cugino Claudio Iannoli, insieme al quale era stato arrestato all’esito dell’operazione ‘Scacco al Re’.

La lettera di Iannoli è stata al centro dell’udienza del processo con rito abbreviato che vede alla sbarra i cugini Iannoli, i due viestani ritenuti appartenenti al clan di Girolamo Perna (assassinato nell'aprile scorso), accusati di porto illegale di armi e del tentato omicidio, aggravato dalla mafiosità, del capoclan avversario, il 36enne Marco Raduano, messo a segno il 21 marzo dello scorso anno. L’agguato non rientrerebbe, secondo la confessione, nelle strategie mafiose di controllo del territorio, ma in una ritorsione personale nei confronti di Raduano.

Come riporta La Gazzetta del Mezzogiorno nell’edizione odierna, alla luce delle dichiarazioni rese spontaneamente nella lettera consegnata al gup, l’avvocato difensore di Claudio Iannoli, il legale Salvatore Vescera, ha chiesto l’assoluzione per il suo assistito, mentre l’avvocato Michele Arena ha chiesto la condanna al minimo della pena, con l’esclusione dell’aggravante della mafiosità per l’altro imputato, Giovanni Iannoli.

Per i due cugini, il pm della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, Ettore Cardinali, aveva chiesto trentasei anni di reclusione, diciotto a testa. I due, lo ricordiamo, sono stati arrestati nell'ambito dell'operazione 'Scacco al re', il cui processo si celebra con rito abbreviato davanti al gup di Bari Luigia Lambriola. I due, sono anche imputati nell'ambito del processo 'Agosto di Fuoco', sempre con rito abbreviato, per il quale sono stati chiesti altri 20 anni di reclusione, a testa, per le accuse di traffico di droga aggravato dalla mafiosità e detenzione illegale di armi. La sentenza potrebbe arrivare già tra due mesi.

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"Tutto sto sangue non è buono": la 'pax criminale' chiesta da Raduano e "quell'incantesimo" (ri)fiutato dagli Iannoli 

I due sodalizi criminali sono nati a seguito della spaccatura interna al gruppo che fino al gennaio del 2015 era capeggiato da Angelo NotarangeloA seguito del suo omicidio, avvenuto il 26 gennaio di quell'anno, si erano poi create due fazioni contrapposte. La contrapposizione tra i due gruppi criminali ha così dato origine alla faida ancora in atto, che sta insanguinando la cittadina di Vieste. Dal 2015 ad oggi, infatti, sono stati ben 9 gli omicidi, oltre a svariati tentativi di omicidio ai danni di vari esponenti dell’una e dell’altra consorteria criminale, tutti caratterizzati dalla tipica connotazione del “botta e risposta”. L’agguato del 21 marzo 2018 è il secondo della sequenza dei tre “delitti del 21 marzo” ed anche il secondo ad aver già avuto una decisa risposta dello Stato. 

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