Picchiate con corde e cavi se rifiutavano di prostituirsi. Percosse anche al figlio di una delle vittime

Sgominata associazione dedita allo sfruttamento della prostituzione con sede a Lesina. Le ragazze venivano condotte in Italia dietro la promessa di trovare condizioni di vita migliori. Numerosi gli atti di violenza accertati nei confronti delle vittime

Nella giornata di sabato, gli agenti della Polizia di Stato appartenente alla Squadra Mobile della Questura di Foggia, del Commissariato di San Severo e della Sezione Polizia Stradale di Campobasso, coadiuvati da pattuglie del Reparto Prevenzione Crimine “Puglia Settentrionale”, al termine dell’attività d’indagine posta in essere nell’ambito di due procedimenti penali connessi, entrambi coordinati dal sostituto Procuratore dr. Ettore Cardinali della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, hanno dato esecuzione a due ordinanze applicative della custodia cautelare in carcere a carico di Donko Georgiev e Andrey Krastev, nonché a carico di Iwona Barbara Gebska destinataria della misura degli arresti domiciliari; sono tutti ritenuti responsabili di aver costituito un’associazione a delinquere nel comune di Lesina (Fg), finalizzata alla tratta, riduzione e mantenimento in schiavitù di un gruppo di ragazze di nazionalità bulgara costrette all’esercizio dell’attività di meretricio sulle statali foggiane.

VIDEO | Le intercettazioni e le immagini del blitz

L’attività investigativa, condotta anche attraverso numerose attività tecniche, ha disvelato l’esistenza di un sodalizio criminale, con base logistica a Lesina, dedito alla tratta di ragazze straniere, convinte da Donko, capo dell’associazione a delinquere, a giungere in Italia con la promessa di trovare condizioni di vita migliori. A tale modus operandi, spesso si accompagnava la contrazione, da parte delle famiglie di origine delle ragazze, di debiti. Quest’ultimi sarebbero dovuti essere estinti proprio una non meglio precisata attività lavorativa da parte delle singole ragazze.

In alcune occasioni, invece, Donko, che vantava l’esistenza di attività lecite ben avviate in Italia, convinceva i genitori delle vittime, scelte tra le classi meno abbienti di alcuni paesi della Bulgaria, ad approvare il fidanzamento con la ragazza ed il relativo trasferimento in Italia con la promessa di un’agiata vita coniugale e di un futuro migliore.

Le donne, però, una volta giunte in Italia venivano costrette, anche mediante il ricorso a metodi violenti o minacce di ritorsioni in patria nei confronti di membri delle loro famiglie, a prostituirsi lungo la Strada Statale 16 e consegnare i lauti proventi di tale attività illecita al Donko.      

Inoltre, grazie ai numerosi servizi di osservazione e pedinamento realizzati dagli investigatori della Polizia di Stato, si accertava e documentava il ruolo della Gebska nell’accompagnamento delle ragazze lungo le piazzole di sosta ove erano costantemente monitorare dalla donna e da Krastev durante le 10-12 ore di “lavoro”.

L’incrocio dei dati acquisiti tramite i presidi tecnici ed i servizi di video-monitoraggio attivati permetteva di accertare lo stato di sottomissione e sfruttamento delle donne, nonché in qualche occasione il tentativo di sfuggire ai loro aguzzini chiedendo la complicità dei numerosi clienti conoscuti durante le ore di lavoro.

Difatti, sempre grazie ai numerosi presidi tecnici attivati, si riusciva ad accertare  molteplici atti di violenza nei confronti delle donne costrette a prostituirsi, che, quando rifiutavano di prostituirsi o introitavano quotidianamente scarsi guadagni, venivano brutalmente picchiate, anche con corde e cavi elettrici. In alcuni casi, per rafforzare la portata intimidatrice, il sodalizio accompagnava a tali atti di spregiudicata violenza il ricorso a pesanti minacce di ritorsione nei confronti delle loro famiglie in Bulgaria, rese concrete dai frequenti viaggi in Bulgaria dal Donko.

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La crudeltà delle condotte poste in essere dal Donko e dagli altri sodali, al fine di far permanere tra il gruppo di ragazze un vero e proprio clima di terrore che garantisse ingenti introiti giornalieri derivanti dalla prostituzione delle medesime, si spingeva sino alle percosse ai danni di un bambino di 4 anni, figlio di una delle ragazze sfruttate, e convivente con la madre all’interno della struttura ove tutte le vittime venivano recluse a fine giornata dopo aver svolto l’attività di prostituzione in strada.

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