Il volto peggiore della città, un pugno nello stomaco e quel 'se voi abitaste a Foggia cosa fareste?"

Il volto più duro della città di Foggia nel servizio di Gaetano Pecoraro de Le Iene. Tra commenti e reazioni, si attende l'altra parte del racconto: quello di una città che sceglie di non soccombere, e di provare a cambiare le cose

Pizzo, minacce, bombe, omicidi. La violenza della ‘Società Foggiana’ in prima serata su Italia 1. A raccontarla è il giornalista Gaetano Pecoraro de ‘Le Iene’, impegnato ad indagare i bassifondi della quarta mafia d’Italia - la ‘Società Foggiana’, appunto - una organizzazione criminale sanguinaria e senza scrupoli. "E se voi abitaste a Foggia, cosa fareste?", l'interrogativo dell'inviato pesa come un macigno. 

Il servizio, andato in onda ieri sera, è stato, indubbiamente, un pugno nello stomaco. Mostra il volto peggiore della città, quello in guerra perenne, quello sopraffatto da una criminalità che ne soffoca ogni slancio, ogni tentativo di crescita. Perché sì, a Foggia c’è la mafia. Perché sì, a Foggia c’è chi soccombe e non collabora. Ma c’è anche tanto altro. Perché a Foggia, sì, c’è chi ha perso la vita pur di non piegarsi alla ‘Società’. Perché a Foggia, sì, ci sono familiari delle vittime che si spendono, anima e corpo, da decenni in questa battaglia. Perché a Foggia, sì, c’è stata la presa di coscienza dei 20mila in marcia contro la mafia e il malaffare.

Eppure, dopo anni di colpevole negazione del fenomeno, la mafia foggiana viene definita (ancora) ‘emergente’. E, al microfono della Iena Pecoraro, c’è chi sostiene che “la mafia non esiste” e che le batterie sono solo fantasie dei magistrati. Si fanno i nomi, ben noti alle cronache locali, dei capiclan di quelle ‘batterie’, tutte ‘decapitate’ dalle eccellenti operazioni antimafia degli ultimi tempi. Si ascoltano commercianti e piccoli imprenditori che negano il fenomeno estorsivo o fanno ‘spallucce’. Un racconto (parziale) che ha indignato quei cittadini che - ipocritamente o strumentalmente - hanno ‘scoperto’ la mafia solo ieri; un racconto (parziale) che voleva essere uno ‘scossone’ per cambiare le cose.

“Il racconto di ieri è figlio di una scelta giornalistica per aprire una finestra sulla realtà foggiana, che emerge in tutta la sua drammaticità”, spiega Daniela Marcone, vicepresidente nazionale di Libera. “Certo, ne è uscita fuori una realtà che lascia poco spazio alla speranza: viene raccontata una criminalità pericolosa, una città piegata e un fenomeno da attenzionare fortemente”. E basta. “E’ terribile vedere così la città: noi abbiamo fatto la nostra parte per raccontare anche la reazione a questo stato di cose. I nostri impegni sono tantissimi”, continua la figlia di Francesco Marcone, il direttore dell'ufficio del registro ucciso a Foggia nel marzo del 1995.

Pecoraro, a Foggia per più giorni poco dopo la grande manifestazione #FoggiaLiberaFoggia, ha raccolto anche le storie e le testimonianze di tante persone, tra cui familiari di vittime di mafia ed esempi di antimafia sociale. “Immagino che questo altro aspetto verrà fuori, come ‘reazione’. Il racconto di un pezzo di resistenza”, continua Marcone. “Il nostro impegno però non deve calare. Non dobbiamo mollare perché  un servizio ci ha raccontato così. Anzi, dobbiamo stringere i denti e fare rete davvero. Le iniziative sono tante ma c’è sempre la tendenza a disperdersi” conclude Marcone.

Prende del tempo, invece, il procuratore capo di Foggia, Ludovico Vaccaro (tra gli intervistati della iena Pecoraro), e taglia corto: “Ho bisogno di analizzare meglio il servizio prima di rilasciare qualunque dichiarazione”. Attende con ansia il ‘capitolo secondo’, invece, Giovanna Belluna, nuora di Giovanni Panunzio, imprenditore edile ucciso a Foggia, nel novembre del 1992, per essersi opposto alle estorsioni dei clan. “Se il servizio dovesse finire così resterei molto delusa - spiega Giovanna - perché in questo modo è stato mostrato solo il lato terribile della città, senza affiancare al marcio (che purtroppo c’è) ciò che di buono c’è e stiamo facendo, come associazioni (fa parte dell’associazione ‘Giovanni Panunzio - Eguaglianza Legalità Diritti’, ndr) con la parte buona della città”.

A preoccuparla, maggiormente, è l’effetto che tale comunicazione può avere sulla città: “Ultimamente abbiamo constatato che la gente è molto demoralizzata. In passato un servizio come questo poteva fungere come uno ‘scossone’ per la società; oggi rischia di essere più un fattore demotivante”. Interviene a titolo personale, come giovane cittadino impegnato, Sasy Spinelli (nelle fila di ‘Libera Foggia’): “Non sono rimasto particolarmente felice del servizio”. Va dritto al punto. “Mi auguro verrà fatta presto una integrazione per completare il quadro. La situazione foggiana è gravissima, per carità. Ma c’è anche altro.  E in questo momento storico la nostra comunità ha la necessità di essere raccontata nel profondo. Non possiamo più permetterci la superficialità”. E per i tanti che hanno ‘scoperto’ la mafia solo ieri? “Hanno trovato il giusto rifugio per chi continuerà a dire che a Foggia non si può far nulla, che non si potranno mai cambiare le cose. Ecco perché, accanto alla drammaticità della situazione, è importante raccontare anche quel pezzo di impegno che c’è, ed è altrettanto reale”. Perché sì, a Foggia c’è la mafia. Ma c’è anche tanto altro. E merita di essere raccontato (al più presto).

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