La violenza e il ruolo dei cittadini: parla la comunità Pastorale Giovanile di San Severo

In relazione agli atti violenti verificatisi in città e in alcuni centri limitrofi negli ultimi giorni, l'Ufficio di Pastorale Giovanile di San Severo invia un comunicato con alcune riflessioni circa la violenza e il ruolo dei cittadini in merito.

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di FoggiaToday

"Mai più guerra! La violenza chiama violenza!" (Papa Francesco). E non è necessario aspettare che esplodano bombe come a Gaza o che il fuoco bellico devasti case o quartieri. La violenza non è solo guerra eclatante. Spesso si nasconde dietro piccoli atti quotidiani che sono sotto gli occhi di tutti ma ai quali, purtroppo, ci si assuefa portando ad una coscienza che si addormenta. La violenza non è un proiettile sparato o una macchina incendiata. Quelle sono solo le sue manifestazioni. La violenza è un modo di pensare, uno stile di vita che viene inculcato soprattutto con l'esempio. Sono sotto gli occhi di tutti gli episodi violenti che hanno scosso l'opinione pubblica del nostro territorio nelle ultime ore e alle quali ha fatto eco un tam tam di notizie via cavo e sui social network rimbalzato di bacheca in bacheca, non escluse (e anzi soprattutto) le bacheche dei tanti giovani che hanno facebook come seconda casa. Che i commenti a tali atti fossero, nella maggior parte dei casi, negativi, c'era da aspettarselo, ma lo sconcerto sono i commenti di giovani che, rassegnati e demoralizzati, forse anche seguendo la massa (che veicola il sogno di una città felice ovunque purché fuori il proprio paese di nascita), hanno scritto di non voler più vivere in una città che sta diventando peggio dei quartieri più violenti di tante note metropoli americane.

Come dar loro torto? Come biasimarli? Di sicuro non è giusto scappare davanti ad un problema, ma come pretendere da un giovane un atto di coscienza che gli adulti non gli hanno mai insegnato? Come pretendere il coraggio di scelte impegnative se l'atteggiamento più diffuso è un insipiente appiattimento alla forza della violenza? Si parla sempre dei giovani come speranza del futuro, ma con cosa coltiviamo e alimentiamo questa speranza? Quanti adulti, responsabili, educatori, genitori, uomini e donne, nelle loro scelte quotidiane continuano ad insegnare ai più giovani i valori dell'impegno, del sacrificio, della gioia? Quanti, invece, insegnano ai loro figli la regola d'oro del "fatti lupo altrimenti ti mangiano"?

Forse aspettiamo che la violenza termini da sola? Scompaia all'improvviso come se il ruolo di ciascuno di noi contasse nulla? Se davvero vogliamo bandire le azioni violente dobbiamo iniziare a farlo riprendendo in mano le nostre vite, le nostre scelte, i veri principi, e insegnarli a chi apprende con l'esempio più che dalle parole, seppur importanti. Essere persone di pace non significa parlare di pace, ma agire secondo la pace. E non è una prerogativa solo dei giovani e degli uomini cattolici. L'impegno civile per la pace è una responsabilità di ogni uomo che si senta tale. Annientare la violenza con il pugno di ferro sarebbe come chiedere il silenzio urlando. Per inibire la spirale di degrado umano che ci sta travolgendo, per iniziare a costruire oggi stesso un futuro migliore, dobbiamo avere il coraggio di fare il bene.

È questo ciò di cui i giovani, tutti i giovani, hanno bisogno: esempi di persone che, consapevolmente, abbiamo la forza di scegliere ogni giorno il bene. Di scegliere il coraggio del dialogo e della denuncia del male, di ciò che è sbagliato, preferendolo all'insensata forza della violenza e all'omertà della paura. Se ognuno che ne ha coscienza riprenderà in mano il proprio ruolo educativo verso i più giovani, allora davvero scoppierà una bomba! Ma sarà una bomba positiva: quella del coraggio degli adolescenti e dei giovani che, se guidati e sostenuti, sono in grado di fare la differenza e farla in grande. Ora spetta a ciascuno di noi scegliere, con il proprio impegno in prima persona, da che parte stare. Se dalla parte del bene o da quella della violenza. Il non scegliere significherebbe insegnare ai più giovani ad essere spettatori della vita anziché protagonisti attivi di un vero e possibile cambiamento positivo.

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