C’era una volta “La Scartatella”, quando il pallone rotolava nelle strade di Foggia

Le porte con le pietre, la scelta dei giocatori, la fine della partita per varie ragioni e la rabbia degli abitanti del quartiere

La scartatella

Foggia: anni 70. Mese di giugno, primo pomeriggio, tra le 16.30 e le 17.00, appena gli effetti della “controra” si attenuano. La scuola è oramai terminata dalla fine di maggio, quando buona parte degli studenti si è già “ritirata” avendo terminato le interrogazioni. Ci vanno ancora quelli che devono recuperare qualche brutto voto, per “salvarsi” in “calcio d’angolo” della riparazione settembrina. Siamo ragazzi: dai 13 ai 16/17 anni.

Abbiamo finito di pranzare già da tempo, qualcuno ha fatto anche la pennichella (costretto dalla mamma!). Non c’è bisogno di guardare l’orologio, quello grande e rotondo, di acciaio o tutto colorato, con la choccia che scandisce i secondi beccando e fa bella mostra di sé sulla parete grande della cucina. “Mamma? Dov’è il completino da giocatore che mi ha regalato la nonna? Dai che devo scendere? - “Dove devi andare a quest’ora, lo vedi che fa ancora caldo? Da mo a giocare?”: richiamo inesorabilmente perso nell’etere. Pochi minuti e siamo vestiti di tutto punto: maglia, pantaloncini, calze, scarpette (coi tacchetti o semplici: da ginnastica. Le Lotto o le Puma, per chi può spendere qualche soldo; le sottomarche per gli altri).

Chi non ha il completino mette su un pantaloncino e una maglietta. Il primo che si veste scende giù e inizia a citofonare agli amici che abitano nel suo palazzo. Si passa poi agli amici dei condomini più vicini, quelli con i quali c’è un collaudato affiatamento e amicizia. In pochi minuti siamo già una buona decina. Ci guardiamo, è un attimo, poi lo smarrimento si impadronisce di noi. Ieri sera il pallone con il quale giocavamo, proprio all’ultimo, è finito sotto un’auto ed è andato: come facciamo ora? Qualcuno prende subito l’iniziativa. “Va bene, dai, andiamo al market da Vincenzo e prendiamo il “Supertele” poi ce lo paghiamo domani”- “Ma che dici? Dobbiamo ancora dargli le 300 lire del pallone della settimana scorsa!”.

Improvvisamente, quando tutto sembra perduto, arriva la “salvezza”. Dal balcone del terzo piano, Filippo, che si è affacciato sentendo le nostre voci, ci chiama: “Ehi, sentite, se mi fate giocare scendo il pallone buono, il “Super Santos”. Sguardi veloci tra di noi..Sia!. “Filippo scendi!” non importa se siamo dispari, tanto non sa giocare possiamo anche darlo in più, l’importante è il pallone! (tipico esempio di amicizia disinteressata!). Filippo scende e qualcuno inizia subito a fare due passaggi, mentre qualche altro prende l’iniziativa di recuperare qualche “chianghetta” o “pietra” per fare le porte. Non devono essere tanto piccole, ma nemmeno tanto grandi da poter dare fastidio alle auto che, di tanto in tanto, transitano.

Comunque, la strada sotto casa, a quell’ora è scarsamente trafficata, anche perché ci sono solo le auto di quelli che abitano nei paraggi. Le pietre hanno già delimitate quelle che sono le “porte”; conto i passi: abbiamo stabilito dieci passi di lunghezza. Già sappiamo che nessuno vuole fare il portiere fisso e allora si farà a giro. Ogni gol subito si cambia. Ora tocca fare le squadre. Due di noi, dopo un veloce “pari o dispari” iniziano a scegliere i loro compagni. Non è cosa facile, né priva di battibecchi. Io, che sono il primo, scelgo Antonio perché è forte. Pasquale sceglie Michele perché in attacco è il massimo e così via.

Filippo, alla fine, non lo vorrebbe nessuno ma ecco la proposta che risolve ogni cosa: “Filippo, vuoi fare il portiere fisso? Con noi? Poi magari ogni tanto cambiamo!” Filippo accetta. OK. Si inizia la “scartatella”. A quando facciamo? (è un modo di dire perché le partitelle vengono prorogate “sine die” fino a quando l’ultimo barlume di luce non scompare). Anche il numero di giocatori può subire variazioni durante la partita perché di sovente, mentre giochiamo, arrivano altri amici, magari di passaggio, che ci chiedono: “ Che possiamo giocare anche noi? Siamo due, uno per squadra”.OK! si decide per il sì e aumentano i contendenti.

La scartatella ha regole precise ed inderogabili: l’altezza della porta equivale all’altezza del portiere più il suo braccio alzato e qualche centimetro di “salto”. Il fuori gioco non esiste per cui hanno facile gioco quelli tra i più “odiati” ma anche “ricercati” di amici: i “Mpustator”. Sono, questi ultimi, giocatori (si fa per dire..), che sono perennemente vicini all’area di rigore della squadra avversaria, pronti a recuperare e tirare in porta, qualsiasi pallone gli si avvicini. Stanno lì: senza sudare o affaticarsi.

Però garantiscono un certo quantitativo di goal, per cui sono abbastanza ricercati. Ci sono gli “spezzagamba” e non li vuole nessuno come avversario perché entrano sempre in modo fallosissimo e, siccome non sanno giocare, invece di prendere il pallone prendono la gamba e sono dolori! Ci sono pi i “cess”. Sono quelli che credono di saper giocare ma in realtà loro e il pallone sono due cose diverse ma, sono troppo amici per non farli giocare e, comunque, fanno numero.

Altra regola, famosa, è quella del “non c’è due senza tre”. Vale a dire che, quando si batte un rigore o c’è qualche diatriba sull’assegnazione di un fallo o altro, lo stesso si ripete due volte, ma, se, per caso, la seconda volta è goal, allora si ripete una terza volta! Ma la regola più bella, tra il sacro e il profano, è quella della “La Madonna dice il vero!” Questa regola si applica nel caso di assegnazione controversa, (infatti l’arbitro non c’è per cui tutti noi giocatori decidiamo se una cosa è o non è irregolare), di un rigore o un goal. Chi subisce la decisione avversa, infatti, può appellarsi alla “Madonna” che, se la decisione presa era sbagliata, inesorabilmente farà: Sbagliare il rigore; far fare subito un altro goal alla squadra che aveva, a suo dire, subito l’ingiusta decisione; nell’ipotesi peggiore farà prendere una “botta” al giocatore più forte tra i nostri avversari, tale da costringerlo ad uscire dal campo. In tutti questi casi si sarà avverata la regola della “Madonna dice il vero”.

Ma torniamo alla partita che va avanti sino all’imbrunire. Di tanto in tanto ci fermiamo per far passare qualche macchina. Il solito dispettoso passa sopra le pietre della porta e ci costringe a ricontare i passi. Ma un altro pericolo incombe: “Quelli del piano terra”. Sono gli abitanti dei pianoterra, molto diffusi a Foggia in questo periodo (anni 70/80). Nonostante tra di noi ci fossimo fatti mille raccomandazioni, compresa quella di considerare il pallone in fallo laterale se avesse superato il marciapiede, questo inesorabilmente finisce contro qualche serranda o porta dei pianoterra.

L’organizzazione prevede che, in tal caso, considerato che ci vogliono dieci, quindici secondi sino a che il proprietario esce di casa, qualcuno corra subito a recuperare il pallone: poi tutti insieme, quasi prostrandosi, aspettiamo che il tizio esca dal pianterreno ed inizi a dircele di tutti i colori, per chiedere scusa e promettere di non farlo più succedere. A volte, quando per esempio ci sono bambini piccoli che dormono o nei casi più disperati, decidiamo di spostare la porta verso luoghi più sicuri. Durante la partita, invece, possono capitare le cose più strane.

Una è, per esempio, che amicizie oramai collaudate si “dissolvano” a causa di un goal sbagliato o di un passaggio non fatto o, ancora, che si perda un sacco di tempo per decidere se il portiere ha commesso il famoso “frichigno!” Parola strana che sta a significare che il portiere ha preso la palla con le mani fuori dalla sua area di pertinenza la quale, ovviamente, è virtuale, perché non segnata in terra. Qui le discussioni si fanno davvero accese, come accese lo sono quando si tratta di decidere se il pallone è entrato in porta o è finito sul palo che non esiste.

Ma è una prosecuzione immaginaria delle pietre che delimitano la porta. Durante la partita può anche capitare che qualcuno abbandoni la contesa per “impossibilità sopravvenuta”. Sono quei casi che si verificano quando, per esempio, ad uno dei giocatori che non ha voluto perdere tempo ad andare a casa per mettere le scarpe da ginnastica, si rompono le scarpe buone: si tolgono i tacchi o si aprono le suole. Tornare a casa in quelle condizioni sarà dura.

La fine della partita avviene per diverse cause: la prima è quella del buio assoluto che non permette di vedere più niente per cui necessariamente si deve smettere. Un’altra causa è l’’opposizione ostinata degli abitanti del piano terra che giunta una certa ora vogliono essere lasciati in pace e si armano di scope e mazze per indurci a smettere. la terza causa, molto frequente e che, come una spada di Damocle, pende inesorabilmente durante tutta la “scartatella”, è quella più temuta ed è anche una sorta di “arma di ricatto” che pende su tutti noi giocatori.

In pratica, se il pallone con il quale si gioca non è stato acquistato da tutti o buona parte degli amici, il proprietario, unico, del pallone è una sorta di “deux et machine”, per cui lui decide se è giunto il tempo di terminare la partita. Il fatto è che questo tempo è legato a molte variabili: per esempio la non concessione di una punizione o di un goal; l’annullamento della rete, un fallo più duro del solito ecc. In tutti questi casi il proprietario del pallone può sentirsi offeso o può non essere d’accordo con la decisione presa e, senza appello, decide di riprendersi il pallone e andarsene a casa. Vi assicuro che sono inutili tutti i tentativi di corromperlo ( con le buone o le cattive).

La scartatella può anche finire con la “decimazione” dei giocatori. Ciò succede quando, verso una certa ora, diciamo intorno alle 20/20.30, le mamme iniziano a chiamarci dal balcone per dirci di salire a cenare. Così, uno alla volta, abbandoniamo la contesa fino a che si resta in pochi per continuare la partitella. Per oggi è finita. Ci rivediamo domani, alla stessa ora, stessa strada.

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