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La prigionia e le torture, la voglia di non mollare per salvare moglie e figlio. La nuova vita di Karim: "Lo devo a voi"

Quella di Karim è una delle storie a lieto fine che passano tra le maglie della rete Siproimi (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati), con il progetto ‘Capitanata Solidale’, promosso dal Comune di Manfredonia e gestito dalla cooperativa sociale Medtraining di Foggia

La pasticceria come ‘cura’. Le ‘mani in pasta’ per creare bontà e allontanare i fantasmi di 18 lunghissimi giorni di prigionia e torture subìte. Solo un pensiero ha aiutato Karim, 35enne iracheno in ‘rinascita’ a Manfredonia, a non mollare: ‘salvare’ moglie e figlio, lavorare sodo per acquistare loro un biglietto aereo per l’Italia, dove ricongiungere la famiglia e ricominciare tutto da capo.

Per lui non si trattava solo di un viaggio, ma di staccare un ticket per una nuova vita. Tre anni fa, racconta, il suo villaggio, nella zona di Kirkuk, subì l’invasione dei guerriglieri Isis e da allora per lui iniziò l’inferno. Fatto prigioniero dopo l’assassinio dei genitori e il rapimento delle sorelle (ad oggi non sono note le loro sorti), Karim è stato prima torturato per 18 giorni e altrettante notti, poi è stato costretto a fuggire per ragioni politico-militari lasciando moglie e figlio in Iraq. 

Nel suo cuore, era sempre presente la promessa da onorare: offrire alla sua famiglia una nuova possibilità di vita. Una speranza che ha trovato proprio a partire da quelle mani in pasta, che per mesi hanno sfornato ogni giorno cornetti, torte e rustici in un noto bar-pasticceria di Manfredonia (come tirocinante prima e dipendente poi). 

Quella di Karim è una delle storie a lieto fine che passano tra le maglie della rete Siproimi (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati), con il progetto ‘Capitanata Solidale’, promosso dal Comune di Manfredonia e gestito dalla cooperativa sociale Medtraining di Foggia. Tra i primi progetti attivati nel Foggiano, ‘Capitanata Solidale’ ha accompagnato nel percorso di integrazione e autonomia lavorativa circa 300 giovani uomini.

Nel golfo sipontino, Karim - che nel suo paese era agricoltore e pastore - è stato accolto con un permesso di soggiorno per protezione sussidiaria dopo un lungo viaggio e una parentesi lavorativa in Turchia, dove ha scoperto il suo talento per la ristorazione. Arrivò in Italia nel maggio 2018. A novembre gli fu riconosciuto il diritto alla protezione internazionale riuscendo ad entrare nel progetto ‘Capitanata Solidale’. Qui si è impegnato al massimo delle sue opportunità per conoscere la lingua, imparare un mestiere e curare la sua sindrome da stress post traumatico (strascico dell’esperienza della prigionia). Un anno dopo, a dicembre del 2019, ha iniziato un tirocinio formativo che lo ha portato a firmare un contratto a tempo determinato.

La vita per lui aveva iniziato a girare finalmente nel verso giusto, soprattutto quando ha potuto avviare le pratiche per il ricongiungimento familiare. “Da quando sono arrivato a Manfredonia ho iniziato a stare subito meglio”, spiega Karim a FoggiaToday. Si è affidato ai suoi tutor senza riserve: “Mi sono aperto con loro per risolvere i problemi legati alla mia esperienza in Iraq. Le cose stavano migliorando, ma dovevo fare qualcosa per la mia famiglia, dovevo portarla in Italia da me”, racconta.

La famiglia di ‘Capitanata Solidale’ si è subito attivata: dall’operatore legale Generoso Sacco alla psicologa Dora Castigliego, passando per il mediatore culturale Hamad Hemn Fattah e l’operatore all’integrazione, Matteo Ognissanti, tutti si sono fatti in quattro per aiutarlo. La sua forza di volontà non poteva non essere premiata. “Non dimenticherò mai quello che hanno fatto per me. E’ stato un percorso difficile, e a rallentare ancor di più la burocrazia si è aggiunto il Coronavirus. Senza di loro oggi non potrei abbracciare la mia famiglia”.

“Ho perso i miei genitori e le mie sorelle, nel mio paese e ho passato momenti durissimi. Ma non ho mai perso la speranza: ogni volta che cadi devi avere la forza di metterti in piedi. Grazie a Dio sulla mia strada ho incontrato qualcuno che era disposto ad aiutarmi, e questo non lo dimenticherò mai. E’ grazie a loro se la mia vita ha di nuovo un senso”, conclude.

Sono parole piene di gratitudine quelle di Karim, che oggi ha deciso di uscire dalla rete Siproimi e ricostruire le fondamenta della sua famiglia. Altrove. In un luogo in cui la pandemia non ha causato una crisi economica così grave, come nel Mezzogiorno. “Ho sempre saputo che con lui il carico di responsabilità era enorme” confessa l’operatore legale Generoso Sacco. L’avvocato civilista ha capito subito che per quel ragazzo non si trattava solo di pratiche da sbrigare: “Nel caso di Karim ne andava della sua vita”.

Per questo ricorda l’emozione inedita provata quando ha avuto tra le mani i documenti necessari a far giungere in Italia la moglie e il figlio. “E’ sempre stato determinato nel perseguire il suo obiettivo”, continua. “Sono felice di essere stato lo strumento attraverso il quale ha potuto realizzare il suo sogno. Karim ha dimostrato uno straordinario attaccamento alla vita e un grande senso di responsabilità verso la sua famiglia. Un ‘cordone’ che non si era mai spezzato: lui lo sapeva bene, doveva solo tirarlo per ritrovarsi nuovamente insieme”.

Di quel momento, l’avvocato Sacco conserva un selfie, inviatogli direttamente dall'aeroporto: “In quella foto l’ho visto finalmente felice, lontano dai demoni del passato e proiettato al futuro con gli occhi pieni di speranza. E’ questo che, ogni giorno, ci spinge ad andare avanti”, conclude.

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