Il dolore della trans picchiata dal branco: "Mi hanno trattata come un animale, ora ho paura e temo imboscata"

Nello studio del suo legale difensore, l’avvocato Potito Marucci, la 30enne transessuale vittima di aggressione al Quartiere Ferrovia ripercorre gli accadimenti di quella notte, mettendo in fila i ricordi e le paure

Immagine di repertorio

I lividi sono ormai sbiaditi, le ferite rimarginate. Ma quello che è successo la notte del 19 aprile è un ricordo vivo nella memoria di Anastasia, nome di fantasia scelto dalla trans 30enne foggiana, brutalmente aggredita e malmenata al quartiere ferrovia, da una gang di quattro giovanissimi (due dei quali minorenni) ai quali la donna aveva negato una prestazione di gruppo.

Nello studio del suo legale difensore, l’avvocato Potito Marucci, la donna ripercorre gli accadimenti di quella notte mettendo in fila i ricordi e le paure. “Quando mi sono tirata indietro, mi hanno prima strattonata con forza; poi quando ho provato a scappare mi hanno messo uno sgambetto e sono caduta. E allora giù, con calci e pugni, insulti e sputi. Si davano manforte l’uno con l’altro. ‘Riempila di botte’, dicevano, mentre cercavo di scappare. Allora mi hanno tolto una scarpa, per impedirmi di fuggire e, forse, per attirarmi nel garage dove ci saremmo dovuti incontrare per la prestazione richiesta”.

“Mi hanno trascinato sull’asfalto per decine di metri, ho provato a rialzarmi e a scappare ma mi hanno scaraventato di nuovo a terra. A quel punto hanno tentato di strapparmi la borsa (tra le ipotesi di reato contestate, vi è tentata rapina e lesioni personali aggravate, ndr), mentre continuavano a colpirmi, riempiendomi di lividi e rompendomi un dente”. La ricostruzione della polizia parla di “reazione spropositata” e di “rapida escalation di violenza” da parte dei quattro. Una aggressione feroce, dunque, durata in tutto 20 minuti, e in gran parte ripresa dalle telecamere per la videosorveglianza situate nel quartiere, le cui immagini hanno permesso alla polizia di identificare i quattro presunti aggressori. A mettere fine alla sequenza di violenze, l’intervento di una donna che, senza farsi vedere, ha iniziato a gridare dal balcone mettendo i quattro in fuga.

“Ricordo perfettamente quella voce. Ce l’ho nella testa ogni volta che chiudo gli occhi”, spiega. “‘Lasciatela’, gridava, con un tono profondo e scosso. Loro si sono allontanati, poi il passaggio di un’auto li ha fatti andar via”. I primi a soccorrere la donna, rimasta a terra, sanguinante, sono stati gli agenti di polizia che hanno poi avviato le indagini sull’accaduto. Quei venti minuti di terrore sono stati tradotti dai medici del pronto soccorso di Foggia in una prognosi, che però non tiene conto delle implicazioni psicologiche. “E’ la prima volta che ho subito una violenza del genere. Mi è scoppiata dentro tutta la sofferenza di una vita trascorsa a combattere. Contro i pregiudizi, contro la cattiveria, contro tutto. Sono andata nel panico: in quel momento non mi sono riconosciuta come una donna. Mi hanno trattato come un uomo, come un animale. Una donna non si tratta così. E nemmeno un animale”.

In questi anni, Anastasia ha seguito un percorso difficile, di riconoscimento personale e sociale, accanto al protocollo previsto per il cambio di sesso. “Ne ho passate nella vita”, conclude, “Ho le spalle forti e non sono sola, ma c’è tanta cattiveria in giro”. Subito dopo l’aggressione, la 30enne ha lasciato la città per oltre un mese. “Ora ho paura. Non esco più, lo faccio solo per le occasioni e mai da sola. Non sto più nemmeno lavorando: temo che possano mandarmi qualche amico come ‘cliente’ e tendermi un’imboscata”. Se non fosse intervenuta la polizia, non avrebbe denunciato l’aggressione, confessa sconfortata. “Ho sofferto molto e soffro tutt’ora”, spiega. “Non mi sono fatta donna per il sesso. Ma perché cercavo me stessa, un futuro e magari l’amore, cosa che ad oggi non ho ancora trovato”. Nessun cenno di pentimento, né un parola di scuse da parte dei quattro: “Dopo il fatto, ho ricevuto la vicinanza dei miei amici e dai trans della città. Siamo pochissimi. Ma nessuna parola da parte degli aggressori o dalle loro famiglie. Nemmeno privatamente, tramite gli avvocati. Ed è la cosa che mi fa più male”.

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