Cronaca

Da Foggia al Kuwait con ‘I dont’care’: quello di Bevilacqua è il ‘miglior spettacolo’ teatrale

Intervista a Pierluigi Bevilacqua, direttore artistico della Piccola compagnia impertinente, ideatore e regista dello spettacolo che si è aggiudicato il premio più importante del 7° Kuwait International Festival for Academic Theatre

Si delegano le emozioni alle emoticon, si restringe l’affetto in una chat e ci si imbriglia in una iperconnessione che puzza di solitudine.

E’ la vita ai tempi dei social, raccontata sulla scena - in modo diretto e disincantato - dalla Piccola compagnia impertinente di Foggia, con lo spettacolo ‘I don’t care’ che, dopo aver calcato le assi del teatro di via Castiglione (dove le progettualità 'pci' prendono forma) e del Teatro Giordano per incontrare gli studenti delle scuole, ha partecipato ad importanti festival internazionali in Lituania, in Russia e in Kuwait.

Proprio qui, lo spettacolo ideato e diretto da Pierluigi Bevilacqua, direttore artistico della compagnia, si è aggiudicato il premio più importante del 7° Kuwait International Festival for Academic Theatre: quello come 'Miglior Spettacolo', insieme a quattro nomination per 'Miglior attrice non protagonista', 'Miglior attore', 'Miglior regia' e 'Miglior testo'.

Si tratta di una performance incentrata sulla dipendenza dai social network, tema internazionalmente riconosciuto come estremamente attuale. Cinque gli attori sul palco, capaci di dare corpo, voce ed immagine ad un susseguirsi di quadri che raccontano la frammentarietà del vissuto social, e che - lungi dal voler retoricamente condannare a priori questa enorme rivoluzione culturale - cerca, attraverso il teatro, di rendere la visione più ampia di una realtà capace di mettere in connessione l’intero pianeta, ma che al suo interno, nasconde zone d’ombra estremamente preoccupanti.

Incetta di riconoscimenti per lo spettacolo “I don’t care”, miglior spettacolo del 7° Kuwait International Festival for Academic Theatre. Pierluigi Bevilacqua, che esperienza è stata?

Un’esperienza piena, intensa. Andare in un paese così diverso è stato educativo. Conoscere una realtà così contraddittoria ci ha arricchito sia a livello teatrale che dal punto di vista umano.

Cosa caratterizza questo spettacolo? Qual è la sua vena impertinente?

La principale forza di questo spettacolo è, a mio avviso, in due elementi: il tema, attuale e accattivante, ossia la dipendenza dai social network e tutto ciò che comporta nei rapporti, e il modo di raccontarla, legato alla musica e alle immagini.

In questo spettacolo, le immagini hanno un ruolo preponderante rispetto alle parole. Una scelta ben precisa, un diverso modo di fare ed intendere il teatro…

E’ una scelta narrativa, perché il tema è importante e il modo migliore per raccontarlo è attraverso le immagini. Le luci dei cellulari sostituiscono quelle teatrali e lo smartphone stesso diventa vivo, balla, riesce a comunicare con il testo, a volte diventa umano. Inoltre, ci permette di condividerlo in tutto il mondo, superando l’ostacolo del testo, che in contesti internazionali può essere un problema.

Con “I don’t care” parliamo di uno spettacolo internazionale per temi e linguaggi, quindi. Ma come è stato recepito nei vari paesi?

Sia in Lituania, che in Russia come in Kuwait il pubblico non solo ha colto tutto ciò che lo spettacolo voleva trasmettere, ma ha riconosciuto il problema sociale legato alla frammentazione dei rapporti interpersonali. È stato importante ascoltare il punto di vista sulla tematica attraverso gli apprezzamenti e le critiche sullo spettacolo.

Prima della partecipazione ai Festival, anche alcuni matinée per i ragazzi delle scuole, i cosiddetti “nativi digitali”, la generazione che più di tutte si può rispecchiare nello spettacolo…

Al Teatro Giordano è stato bellissimo poter dedicare lo spettacolo ai tantissimi adolescenti che sono venuti a vederlo. Le reazioni sono state inaspettate. Molti i messaggi privati che ci hanno ringraziato per aver parlato di questo problema. Ma ciò che più di tutto ci ha impressionato è stata la reazione commossa di alcuni ragazzi, legata soprattutto (a loro dire) alla scena in cui due ragazzi omosessuali che non hanno la forza di vivere il loro sentimento alla luce del sole, vengono “bullizzati” attraverso la violenza di un gruppo di loro coetanei, intenti a subissarli di selfie che violentano la loro privacy. Questo ci ha fatto capire che probabilmente, anche se non vengono alla luce, sono molti gli episodi di bullismo che si perpetrano all’interno del mondo “social”.

Da sempre, i lavori portati in scena con la Scuola di Teatro PCI si sono sempre distinti per una spiccata attenzione alla realtà e alle sue tante contraddizioni. Una scelta ben precisa che, fino ad ora, sta ripagando il vostro impegno e la vostra filosofia di teatro. Quali saranno i prossimi progetti?

Fino ad ora abbiamo avuto la necessità, attraverso il teatro, di raccontare la realtà che ci circondava. Non credo che smetteremo mai di farlo, ma abbiamo anche la necessità di trovare altre strade. Probabilmente continueremo a raccontare la quotidianità affrontando testi classici. È una sfida che vogliamo intraprendere già dai prossimi lavori di fine anno che metteremo in scena nel mese di giugno.

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