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Michele De Virgilio

Michele De Virgilio

Una "carezza alla memoria" dedicata alle vittime di viale Giotto: intervista a Michele De Virgilio

Intervista a Michele De Virgilio, interprete dello spettacolo "Tonino a testa in giù" ispirato alla drammatica vicenda del crollo della palazzina di viale Giotto 120

Ci sono tanti modi per commemorare una tragedia, un evento drammatico come quello che avvenne a Foggia, alle 3.12 della notte tre il 10 e l’11 novembre del 1999, quando in una manciata di secondi un palazzone di 6 piani si accartocciò su sé stesso provocando la morte di 67 persone, al civico 120 di viale Giotto. Ci sono tanti modi e tanti linguaggi per commemorare, per ricordare e onorare la memoria di quelle vittime incolpevoli: c’è la freddezza della cronaca e una certa retorica che rischia di affondare la lama in un dolore mai sopito.

Tra i due estremi c’è la poesia, “una carezza alla memoria” come spiega l’attore foggiano Michele De Virgilio che quella ‘via di mezzo’ l’ha trovata trasformandola nello spettacolo ‘Tonino a testa in giù’, dedicato proprio alle vittime di viale Giotto. Uno spettacolo co-prodotto dal Teatro dei Limoni, che debuttò a Foggia, in anteprima nazionale, per la regia di Marie Pascale Osterrieth, nel febbraio del 2012 e che da allora ha calcato numerosissimi palcoscenici e incontrato le giovani platee delle scuole, spingendosi fino a Parigi. Da allora, lo spettacolo non si è mai fermato.

“E’ il progetto del cuore”, spiega senza mezzi termini De Virgilio che - facendo salti mortali, barcamenandosi tra un set e l’altro - continua a presentare il suo ‘Tonino a testa in giù’ come fosse una missione: “una vicenda singolare e al tempo stesso universale che continua ad emozionare ed interrogare platee diverse”, e che in questi giorni andrà in scena tra Latina ed Anzio. ‘Tonino a testa in giù’, infatti, non è uno spettacolo di commemorazione/commiserazione: per questo il suo autore ed interprete è entrato nella vicenda in punta di piedi, con la delicatezza ed il candore che solo un personaggio puro come il suo Tonino (personaggio di fantasia) poteva infondere alla narrazione. Uno spettacolo leggero ma rispettoso della vicenda, sotteso da un’ironia surreale che a tratti si fa amara.

Una prova non semplice per ricordare una tragedia come quella di viale Giotto. Qual è stata la chiave di volta, la strada giusta, il linguaggio retto?

Io non sono né un giudice, né un avvocato, per cui lungi da me la volontà di fare una disamina cronachistica di quanto accaduto in quella notte di 15 anni fa. Il mio è stato un approccio di cuore. Tutto qua. Il mio unico intento infatti era quello di raccontare le vite di queste persone - ritagliate nella loro quotidianità, abitudini e piccoli rituali - come se fossero ancora vive. Il pretesto era il crollo di viale Giotto ma l’obiettivo era  raccontare - metaforicamente - il disfacimento di regole e dei valori di quello che abbiamo intorno, e puntare il dito contro una certa mentalità che ci porterà inevitabilmente ad altri “crolli”, fino a quando non si invertirà la rotta, si cambierà registro nel pensare e nell’agire.

Il pubblico ha apprezzato questa scelta?

Direi di sì. E’ uno spettacolo che ha scosso le coscienze evitando la lacrima ruffiana e senza caricare la mano su determinati aspetti in modo strumentale. Ripeto, ho scelto la strada della carezza. Di quelle che toccano il cuore, tra nostalgia e tenerezza, quando si ricorda una persona cara che non c’è più. Ha presente?

Quali sono state le remore e le difficoltà incontrate nella stesura del copione e nella successiva rappresentazione?

La mia principale preoccupazione è stata quella di non offendere, neppure in modo involontario, la memoria di chi è rimasto in vita, di chi è sopravvissuto all’inferno delle macerie e dei parenti delle vittime. La difficoltà maggiore, invece, è stata la fase della documentazione: leggere le vite delle persone e informarmi su cosa fosse successo e come. E infondere una nota di dolcezza, in una pagina così drammatica. Ripeto: volevo fare una carezza alle 67 vittime di questa città, e spero di esserci riuscito, facendole rivivere ogni volta sul palco. Lungi da me la possibilità di strumentalizzare la vicenda: non è un caso che il debutto avvenne a febbraio, lontano da anniversari o commemorazioni ufficiali. E poi la vicenda di viale Giotto è uno dei simboli del fallimento della società, e in quanto tale andrebbe ricordata ogni giorno, perché figlia di una mentalità che va cambiata.

In che modo si è informato sulle vite delle 67 vittime di viale Giotto?

Ho incontrato alcuni parenti delle vittime che dopo alcune fisiologiche resistenze iniziali mi hanno dato fiducia e spronato ad andare avanti con il mio progetto. Poi ho letto tutti gli atti del Tribunale, le deposizioni e testimonianze rilasciate sul caso e tutti gli atti processuali. Un’altra fonte importantissima sono stati i libri di Antonietta Padalino (Quando il mondo ti crolla addosso) e quello di Davide Grittani (Colpa di nessuno).

Da foggiano che tipo di servizio crede aver reso alla città e alle vittime di questo crollo?

Non lo so. Questo lo dovrebbe dire chi ha visto lo spettacolo. Io sono contento di aver fatto il mio mestiere, ovvero l’artista di teatro, che ha anche il compito di smuovere le coscienze, essere lo specchio di una realtà troppo spesso deformata. Poi c’è la questione della memoria, della necessità di ricordare per non dimenticare. L’input per questo spettacolo, infatti, venne dalla lettura di un articolo di giornale che testimoniava, in occasione del 10 anniversario della tragedia, la presenza di circa 60 persone a commemorare le vittime e ho temuto che tale accadimento potesse sparire, essere dimenticato…

Il crollo di viale Giotto diventa il crollo metaforico di un sistema imperfetto di regole e valori in uno spettacolo applaudito anche su palcoscenici di altre città. Con quale messaggio universale?

La necessità di cambiare una mentalità fin troppo radicata, non solo a Foggia ma un po’ ovunque, la necessità di regole certe da rispettare: dalle maceria di Viale Giotto bisogna ripartire per riacquisire una coscienza sociale, riappropriarsi dell’importanza di regole e valori, cambiare il proprio paradigma di pensiero. Bisogna scuotere le coscienze su questo argomento e non far cadere nel vuoto questo terribile accadimento. E sono contento se, nel mio piccolo, sono riuscito in questo intento.

Qual è stata la reazione delle platee più lontane da Foggia?

Se le dico che a Parigi la gente veniva in lacrime nei camerini ci crede? E’ una storia che tocca tutti da vicino: 67 vite interrotte di colpo, nel sonno, in un condominio di Foggia, ma che poteva essere in un qualunque altro luogo; 67 vite interrotte che lasciano lo spettatore senza fiato, senza parole. Come senza parole e senza fiato è stato il risveglio di tutti i foggiani quella mattina di 15 anni fa.

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