Aquilio nella terra delle criminalità differenti: "Aprire crepa in quel muro difficile da sfondare"

A colloquio con il colonnello Marco Aquilio, da due mesi nuovo comandante provinciale dei carabinieri di Foggia: "La linea sarà assolutamente di continuità: è questa la strategia che oggi riteniamo vincente"

Marco Aquilio (la foto di Roberto D'Agostino)

Da sessanta giorni o poco più si è tuffato a capofitto nella realtà del Foggiano, che gli si è parata dinanzi senza sconti, né riserve. Da due mesi circa alla guida del Comando provinciale dei carabinieri di Foggia, il colonnello Marco Aquilio ha avuto modo di confrontarsi con le criticità di una realtà tanto variegata quanto complessa che, quasi a volergli semplificare il compito, non gli ha risparmiato o nascosto nulla delle sue dinamiche. Nessuna sorpresa, quindi, rispetto a quanto riportato nei dossier dell’Arma dei carabinieri che accompagnavano la sua nuova destinazione: Foggia.

Come premesso al momento del suo insediamento, il 46enne Aquilio sta impostando il lavoro dei suoi uomini “attraverso una proiezione capillare sul territorio e nuovi orientamenti degli assetti investigativi, ma certamente in continuità con quanto effettuato con chi mi ha preceduto”.

Ha avuto modo, in passato, di conoscere la terra di Puglia; e in Capitanata arriva con un bagaglio di esperienze maturate, da ultimo, al comando del nucleo investigativo del Comando provinciale di Messina e del nucleo investigativo del Gruppo di Frascati, con competenza anche sulla periferia sud della Capitale, dove ha diretto incisive operazioni con la disarticolazione di agguerriti sodalizi di criminalità comune e mafiosa. Sul suo operato in città non azzarda promesse; al contrario è ben attento a misurare le parole, come a voler tutelare in termini, prima ancora che nei fatti, il territorio che in un certo senso gli viene affidato.

Colonnello Aquilio, a due mesi circa dal suo insediamento, il territorio di Capitanata le si è mostrato in tutte le sue luci e ombre. Insomma, ha avuto materiale a sufficienza per tastare con mano le problematiche del territorio e le specificità della criminalità, zona per zona…

Più che una vera e propria mappatura del territorio, posso dare indicazioni del quadro che mi si è prospettato e che è assolutamente in linea con il profilo che gli organi investigativi dell’Arma avevano già stilato. Quello foggiano è un territorio vasto e diviso in più sacche di criminalità. Parliamo di fenomenologie affatto uniformi: dall’agro ofantino al Gargano, fino ad inoltrarci nell’entroterra del Subappenino ci troviamo di fronte a fenomenologie criminali profondamente differenti. Così come a Foggia, dove la guerra in atto tra organizzazioni criminali, clan ben delineati e radicati sul territorio, sta generando grossi attriti che hanno portato ad agguati e ferimenti, anche mortali.

La triangolazione che si ripropone ciclicamente sul territorio è sempre la stessa: Foggia con i focolai sempre vivi della guerra di mala, Cerignola con una criminalità sempre più sfrontata e sfacciata e San Severo che potremmo definire una ‘bomba ad orologeria’ pronta a deflagrare quando meno se lo aspetta. Dal suo punto di vista, quale quadro ritiene più preoccupante: criminalità organizzata, improvvisata o la bomba sociale? Tre situazioni completamente differenti…

Non penso che la criminalità cerignolana abbia tirato fuori la testa dal sacco, solo adesso. Certo è che nell’ultimo periodo si sta manifestando in modo più violento, arrogante e invasivo, con rapine ai danni di utenti della strada e altri episodi che generano paura mancanza di sicurezza. Quello che va compreso è quanto questa criminalità rampante sia organizzata (o disorganizzata, dipende dai punti di vista) e mettere a segno azioni di contrasto come avvenuto poche settimane fa, con il blitz al quartiere San Samuele. Per quanto riguarda la ‘bomba ad orologeria’, come la chiama lei, di San Severo facciamo riferimento ad una problematica che affonda le sue radici nel sociale. L’omicidio messo a segno di recente, non ha nulla a che vedere con contesti di criminalità organizzata ma fa riferimento ad un contesto di degrado sociale. Parliamo di fenomeni diversi che incidono pesantemente sul territorio e sulla percezione di sicurezza dei cittadini e che vanno contrastati con gli stessi sforzi e lo stesso interesse investigativo.

Quando ha saputo di essere stato destinato al Comando provinciale di Foggia, con quale idee della Capitanata è arrivato qui?

Ho trovato a grandi linee ciò che mi aspettavo. E sono stato molto felice della destinazione per due differenti motivi: il primo perché la Puglia è una terra che amo (è stata la mia prima esperienza da ufficiale dei carabinieri ed è una terra che mi è rimasta dentro, nel bene e nel male); il secondo perché credo che chiunque faccia questo mestiere debba tendere sempre verso luoghi in cui c’è bisogno di sacrifici e sforzi operativi-investigativi. Per questo sono contento di poter dare il mio contributo in questa terra che, secondo me, merita molto.

Una sorta di sfida, quasi.

No, non parlerei di sfida. Si tratta più che altro di una propensione personale: cercare di aggiungere un ulteriore tassello a quanto già fatto di buono dai miei predecessori. Cercare di aprire una crepa in quel muro che, a volte, è difficile sfondare.

Nel Foggiano, c’è una piaga vecchia, sedimentata e mai sanata: è quella relativa alla pratica delle estorsioni - il cosiddetto ‘pizzo’ - che si porta dietro un sottobosco di reati ad essa connessi: la bomba, l’incendio dell’autovettura, l’intimidazione, il danneggiamento…  Ha trovato, in tal senso, una collaborazione da parte dei cittadini, frutto dei numerosi appelli di lotta all’omertà che si sono susseguiti prima del suo arrivo?

Non userei il termine omertà, ma ritrosia o paura. Ad essere sincero, ho trovato molta diffidenza, a volte troppa. Si ha paura a collaborare, ma anche solo a parlare. Gli appelli sono stati tanti e anche io, all’indomani del mio arrivo, ho incontrato numerose associazioni cui ho dato la massima disponibilità. Due mesi è un lasso di tempo troppo per breve per raccogliere risultati, ma indubbiamente c’è molta paura che è da sempre la base su cui attecchiscono fenomeni mafiosi e criminali in genere.

Questa ritrosia che ha riscontrato è nel denunciare un crimine subìto o nel collaborare con le forze dell’ordine?

Sicuramente nel denunciare, perché si temono - ecco che torna la paura - ulteriori e più gravi conseguenze. Invece uscire allo scoperto si rivela una forza (e si mette seriamente in difficoltà l’organizzazione criminale).

Danneggiamenti, atti dinamitardi, incendi sono i ‘reati spia’ che colpiscono maggiormente la categoria dei commercianti e piccoli imprenditori. I più vessati dalla criminalità. Ha avuto modo di incontrare le associazioni di categoria, gettare le basi per nuove strategie di collaborazione?

Con le associazioni c’è un dialogo proficuo. Indubbiamente la sede più giusta per questo tipo di dialogo è il Comitato provinciale dove si affrontano temi molto importanti in un’ottica di collaborazione istituzionale ed interistituzionale. E’ prematuro dire in che fase si trovino ora queste progettualità, ma sicuramente c'è grande disponibilità a collaborare. E quando c’è la volontà di fare, si è già sulla buona strada.

A proposito di reati spia, la storia recente ci ha insegnato che non sempre dietro di essi c’è la malavita in senso stretto; spesso si è trattato della manifestazione di una mentalità malavitosa che si insinua in una parte della cittadinanza comune per vendicare episodi di natura privata (l’incendio dell’auto in risposta a dissidi passionali, atti dinamitardi per regolare questioni di concorrenza di mercato e simili). E’ un campanello d’allarme molto grave…

Sì, ci troviamo di fronte ad un discorso tanto ampio quanto complesso, che investe in pieno il sociale. Certamente non addosserei la croce solo sulla società foggiana: sono fenomeni che avvengono in tutto il territorio nazionale. E di contro, ci sono tanti foggiani che tengono alla legalità e alle istituzioni. Però è indubbio che bisogna lavorare su questa gradualità di fenomeni criminali: quando una persona ritiene di farsi giustizia in questo modo sta creando terreno fertile per fenomeni criminali più strutturati.

Tra i tanti fenomeni riscontrati con maggiore frequenza, c’è quello delle truffe agli anziani. In molti casi, i malviventi non esitano ad vestire i panni del carabiniere…

E’ indubbiamente il fenomeno più insidioso e ‘antipatico’ perché mina alle fondamenta di una istituzione come quella dell’Arma dei Carabinieri. E’ davvero vigliacco truffare un anziano facendo leva su ciò che egli ritiene inossidabile - la fiducia nelle forze dell’ordine, ad esempio -, un valore che viene utilizzato come grimaldello per compiere il raggiro.

Dal punto di vista strettamente operativo, chi l’ha preceduta ha impostato il lavoro sul momento preventivo e sulla percezione della sicurezza dei cittadini. Il suo impegno seguirà questa condotta?

Ciò che è alla base dei nostri avvicendamenti è importantissimo: significa cercare di ripercorrere quello che è stato fatto di positivo, orientandolo di volta in volta sulle esigenze che nascono al momento. La linea sarà assolutamente di continuità: è questa la strategia che oggi riteniamo vincente.

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