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"Non siamo eroi ma ce la mettiamo tutta". Giuseppe, infermiere 39enne di Foggia: "Virus è terribile, abbiamo pianto"

La testimonianza di Giuseppe Ciociola, infermiere foggiano in servizio nel reperto Covid-1, nel plesso del 'Colonnello D'Avanzo'. "Si è creata una splendida umanità tra medici, infermieri e pazienti. Non dove andare dispersa”

“Lo spirito è combattivo, oggi più che mai”. Giuseppe Ciociola, infermiere foggiano di 39 anni, inizierà tra poche ore il suo consueto turno in ospedale. Base d’azione è il reparto ‘Covid1’ del plesso ospedaliero ‘Colonnello D’Avanzo’, a Foggia, in primissima linea nell’emergenza sanitaria in corso. Una giornata di lavoro come altre, nonostante oggi ricorra la Giornata internazionale dell’infermiere.

“Andiamo avanti giorno dopo giorno con determinazione e coraggio”, spiega Giuseppe a FoggiaToday. “Spero che la gente capisca l’importanza di una professione, la nostra, che negli ultimi anni è stata poco considerata, a volte quasi maltrattata. Noi non siamo né eroi né altro: siamo professionisti nel nostro settore. Lavoriamo per senso del dovere, andiamo avanti con tutte le nostre paure e i nostri limiti, ma ce la mettiamo tutta. E anche di più”, continua.

Inevitabilmente la pandemia rappresenterà uno spartiacque profondo nell’esperienza professionale di Giuseppe e di tutti i suoi colleghi. “Mai avrei immaginato di vivere una situazione del genere”, continua Ciociola, che da 15 anni veste la divisa da infermiere. “Abbiamo vissuto momenti durissimi, abbiamo avuto paura ma non ci siamo mai tirati indietro”. Così, tre le mille difficoltà quotidiane, ci si è scoperti più uniti che mai: “La ricordo la paura nei volti dei colleghi, nonostante le visiere e le mascherine. Così come il terrore negli occhi di ogni paziente ricoverato. Ma ci si dava forza l’uno con l’altro, abbiamo parlato tanto, abbiamo imparato di più”, continua.

“Lavorare bardati è difficile. Con le visiere, le mascherine, tute e doppi guanti anche ‘prendere una vena’ è difficile. Qualsiasi azione infermieristica diventa complessa perché il movimento è limitato e la visuale pure. Ci vuole il doppio dell’impegno per tutto, è sfiancante”.

Ma tra le difficoltà si è creata la squadra, si è fatto quadrato attorno alla paura: “In reparto si è creata una vera e propria comunità tra i colleghi, che ammiro tutti per il loro coraggio: quelli più anziani (fino a 65 anni) che non si sono tirati indietro e hanno affrontato questa situazione, e quelli più giovani, che sono stati assunti a tempo determinato per l’emergenza in atto, pur essendo spesso alla loro prima esperienza. C’è stato uno scambio continuo e proficuo: i primi hanno portato l’esperienza, i secondi l’entusiasmo”.

I risultati di tanto impegno sono ripagati dalle guarigioni, sempre più frequenti. “Ma non bisogna abbassare la guardia, soprattutto adesso”, puntualizza. In questi due mesi ha visto tanto dolore e tanta sofferenza. “La malattia è terribile. La morte di più”, taglia corto. E con i pazienti si crea un legame speciale, che va oltre ogni barriera da dpi.

“C’è una grande riconoscenza. Quando vanno via piangono, vorrebbero abbracciarci ma non possono”, racconta. Di ognuno di loro porterà con sé un pezzo di storia: dall’anziana che, tra le lacrime, inviava i suoi baci alla figlia attraverso un tablet (“ma sotto la visiera piangevamo anche noi”, confessa), alla disperazione di una coppia di coniugi, entrambi ricoverati per Covid. “Quando lei è stata dimessa, al marito, ancora positivo, è caduto il mondo addosso”, racconta come se quella sofferenza fosse un po’ anche sua. Ma sono tutte storie con lieto fine. “Voglio aggrapparmi ai pensieri positivi per andare avanti. Voglio aggrapparmi a questa splendida umanità che si è creata tra medici, infermieri e pazienti. E che non dovrà andare dispersa”.

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