"Non l'ho uccisa perché voleva lasciarmi", ma Roberta non c'è più. La denuncia sui social: "Le amiche sapevano, nessuno l'ha ascoltata"

Il legale di D'Angelo: "Verificheremo se il mio assistito fosse, in quel momento, capace di intendere e volere". Intanto, gli inquirenti cercano di riordinare i pezzi di un racconto ‘ad intermittenza’, quello del reo confesso, unica versione dei fatti ora disponibile

Francesco e Roberta (foto da Fb)

“Nessun commento. In questo momento nessuna parola può essere di conforto per nessuno”. Così l’avvocato Michele Curtotti, legale di Francesco D’Angelo, il 37enne di San Severo che ha confessato di aver ucciso, lo scorso giovedì pomeriggio, la fidanzata Roberta Perillo, di 5 anni più giovane, stringendole le mani al collo.

Quello che è accaduto nell’appartamento della donna è, al momento, affidato solo alla confessione dell’uomo, resa in questura immediatamente dopo il fatto. Un racconto pieno di ‘buchi’ e ricordi confusi quello reso dal 37enne, che da tempo fa uso di psicofarmaci per una grave insonnia cronica e altri disturbi. “E’ una vicenda dolorosissima ed estremamente delicata”, continua l’avvocato. “Posso solo anticipare che chiederemo di verificare se, al momento dei fatti, il mio assistito fosse capace di intendere e volere. Quello che mi sembra di capire è che non si sia trattato di un caso di ‘femminicidio classico’, la stessa sorte sarebbe toccata a chiunque si fosse trovato in quel momento al posto della vittima”.

Eppure c’è chi sostiene che ci fossero dei ‘campanelli d’allarme’ nel rapporto tra i due, insieme da due mesi o poco più. Lo scrive pubblicamente la direttrice del Mat di San Severo, Elena Antonacci: “Chiamo a raccolta tutte le donne che vogliono testimoniare in onore di Roberta. Roberta oggi non c'è più. I segnali c'erano e c'erano tutti. Le amiche lo sapevano. Nessuno l'ha ascoltata”, denuncia. Parole importanti, che racconterebbero di una morte annunciata e che aprono a due tesi, ora al vaglio della Procura dauna, che coordina le indagini della polizia che sulla vicenda mantiene uno strettissimo riserbo. Intanto per Roberta (e per tutte le altre donne vittime di qualsiasi forma di violenza) la città di San Severo si è riunita in strada, ieri sera, in un corteo libero per dire ‘Mai più’.

Gli inquirenti, intanto, cercano di rimettere in ordine i pezzi di un racconto ‘ad intermittenza’. Secondo il racconto del reo-confesso (unica versione dei fatti e unico elemento, al momento, nelle mani degli investigatori), Roberta aveva chiesto ‘una pausa di riflessione’ all’uomo - 37 anni, un carattere difficile, figlio di un noto medico della città impegnato in prima linea in materia di dipendenze. Pausa accettata dallo stesso, “purché avessero continuato ad aiutarsi l’un l’altro”, sostenendosi nel superare i rispettivi problemi. “Non puoi essermi di aiuto”, gli avrebbe riferito Roberta. Una frase che avrebbe gettato Francesco nello sconforto totale, al punto da minacciare di farla finita lanciandosi dal balcone. E’ stata Roberta a ‘salvarlo’ (nel trattenerlo con forza, dalle spalle, gli avrebbe provocato anche un graffio sul volto). Poi il black out più lungo.

L’uomo ha dichiarato di ricordare solo l’immagine della donna esanime, nella vasca da bagno, dove verosimilmente l’ha condotta lui stesso, nel tentativo di farla riavere con l’acqua. L’avrebbe strangolata a mani nude (elemento dedotto solo dalla sensazione di dolore che lo stesso provava) La prima ispezione cadaverica ha riscontrato ecchimosi sul collo e nessun altro segno di colluttazione o violenza. Compreso l’accaduto, l’uomo è corso dal padre, cui ha raccontato sommariamente la drammatica vicenda. Di qui la decisione di correre negli uffici della questura. “Non l’ho uccisa perché voleva lasciarmi”, ha ribadito durante la confessione. Ma una giovane donna non c’è più.

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