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La coordinatrice del Cav, dott.ssa Cafarella

La coordinatrice del Cav, dott.ssa Cafarella

Bollino rosso a Orta Nova, in due mesi 10 donne vittime di violenza hanno chiesto aiuto. "Potete salvare molte vite"

Nel paese dei Cinque Reali Siti si contano 5 femminicidi in poco più di 15 mesi. Ben 10 le richieste d'aiuto giunte al Cav 'Titina Cioffi' negli ultimi 60 giorni. La coordinatrice Cafarella: "Allo studio strategie ad hoc per quel territorio. Ma serve la collaborazione di tutti"

58E7C970-59E9-49C9-9A84-301F40060EC2-2Orta Nova nella morsa della violenza di genere. Lo racconta la cronaca recente, lo confermano i numeri raccolti dal Cav ‘Titina Cioffi’ di Cerignola, con competenza diretta nel comune ortese e su tutto il territorio dei Cinque Reali Siti. Sono 5 i femminicidi registrati negli ultimi quindici mesi (l’ultimo quello di Tiziana Gentile, di cui si è celebrato oggi il funerale), 10 le richieste di aiuto giunte al centro anti-violenza negli ultimi 60 giorni.

“Quello di Orta Nova è un territorio da seguire con attenzione. Sono tanti i campanelli d’allarme raccolti sul campo”, spiega a FoggiaToday la coordinatrice del Cav, psicologa e psicoterapeuta Francesca Paola Cafarella (nella foto in basso). “Non conosco i motivi per i quali ci sia una tale concentrazione di violenza in quel paese, ma so che i dati di accesso al Cav sono più alti rispetto ad altri paesi del comprensorio”. E questo è un dato di fatto.

Diverse le ‘fasce di rischio’ per chi si è rivolto al servizio: “E’ un indice che viene calcolato durante il primo colloquio, anche attraverso dei test. In uno dei casi, siamo dovuti intervenire in emergenza disponendo in collaborazione con le forze dell’ordine il trasferimento della vittima in una casa rifugio”. Altri contatti avvengono per raccogliere informazioni logistiche: quali sono le procedure attivate da un Cav, cosa comporta una denuncia, come aiutare una potenziale vittima di violenza domestica.

Per questo al centro anti-violenza si stanno studiando strategie ad hoc per il territorio ortese: “Abbiamo richiesto un incontro urgente con i Servizi Sociali del Comune per iniziare a programmare attività più specifiche su quel territorio. Noi abbiamo bisogno della loro collaborazione per entrare dentro quel tessuto sociale. La nostra sede è a Cerignola, ma il nostro sportello si fa itinerante per rispondere alle esigenze di tutti”, sottolinea.

I numeri rendono una immagine oggettiva della situazione, ma la loro interpretazione può essere duplice. Dieci accessi in due mesi, infatti, è un dato da una parte allarmante, dall’altra paradossalmente positivo: “Questo numero non va letto solo come emergenza. Ci dice anche che dieci donne (o chi per esse) hanno cercato una strada, un aiuto, un sostegno per affrancarsi dalla spirale di violenza. Questi accessi sono per noi positivi: significa che il centro sta lavorando bene, sta diventando un riferimento per chi ha bisogno di aiuto”, continua la dott.ssa Cafarella.

Ad essere allarmante, più che altro, è il contesto generale: “Quello che arriva a noi è solo la punta dell’iceberg. Non conosciamo il sommerso, quello che affonda radici in una cultura patriarcale talmente radicata che è difficile scalfire”.

Delle tante donne che in questi mesi hanno contattato il Cav, circa la metà si è tirata indietro, decidendo di restare in una situazione di violenza, in una relazione tossica. “Ognuna di loro è per noi un motivo di preoccupazione perché non sappiamo quale piega potrà prendere la loro storia”, confessa.

Quali sono le remore che possono far decadere l’avvio di un percorso? “Sicuramente la mancanza di una autonomia economica, e quindi il timore di non potersi ricostruire una vita da sole”.

Per questo, le donne che vengono trasferite nelle case-rifugio sono inserite in specifici progetti finalizzati alla ricerca di una sistemazione lavorativa, al fine di poter presto cominciare a camminare sulle proprie gambe, senza dover dipendere da qualcuno.

“Un altro deterrente spesso sono i figli: non tutte le donne accettano il fatto di doverli 'sradicare'  dal loro contesto sociale, scolastico, affettivo per ricominciare altrove. Il nostro lavoro è questo: contenere tutte le angosce e proiettare loro verso l’obiettivo finale, ovvero la possibilità di sganciarsi dalla violenza e rinascere”.

L’emergenza sanitaria da Covid-19 ha complicato notevolmente le cose. “Gli accessi nei mesi della pandemia sono aumentati rispetto all’anno precedente. Sono stati ben cinque gli interventi in emergenza con messa in protezione della vittima. E non sono pochi”.

Soprattutto in una situazione di ‘cattività’, in cui vittima e carnefice hanno vissuto in simbiosi h24, condividendo gli stessi spazi e lasciando agli operatori margini di azione pari allo zero: “Per molte donne, però, questa è stata anche la molla per liberarsi da una situazione diventata ormai insostenibile”.

Le operatrici del Cav sono abituate a lavorare in emergenza, e hanno affrontato anche questo. "Sappiamo bene che ci sono donne che potremmo mettere in pericolo anche inviando un sms nel momento sbagliato. Ci sono donne che, ancora oggi, non possono uscire o telefonare liberamente a qualcuno senza essere controllate. Spesso le nostre sono comunicazioni a senso unico o mediate da terzi”, spiega. “In passato abbiamo seguito donne che potevamo contattare solo durante il riposino pomeridiano del marito (l’unico momento in cui allentava la presa del controllo), altre che potevamo incontrare solo sul posto di lavoro fingendoci clienti o colleghe per non destare sospetti”.

“E’ difficile e ci vuole l’impegno e la collaborazione di tutti: cittadini, servizi sociali, consultori e forze dell'ordine. Ma ci sono molti casi andati a buon fine”, conclude Cafarella. “Tante donne si sono affidate a noi e ora hanno una nuova vita fuori dal ciclo della violenza. Una via di uscita c’è e noi siamo qui per questo. Abbiate coraggio. Chi è a conoscenza di situazioni di rischio - l’appello finale - deve segnalarle perché (la cronaca recente lo insegna) in questo modo può davvero salvare una vita”.

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