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Domenica, 22 Maggio 2022
Cronaca

Foggia caso studio dei comuni sciolti per mafia

E’ quanto emerge dal Dossier 2021 ‘Le mani sulle città’ di Avviso Pubblico sui comuni sciolti nel 2021, presentato insieme a Giancarlo Castelli, Enzo Ciconte e Vittorio Mete nell’ambito delle giornate preparative di #Contromafiecorruzione

Quattordici comuni sciolti per mafia nel 2021, quattro dei quali - Foggia, Squinzano, Carovigno e Ostuni - sono in Puglia, la regione che segna il record negativo (come già accaduto nel 1993 e nel 2018). E’ quanto emerge dal dossier 2021 ‘Le mani sulle città’ di Avviso Pubblico sui comuni sciolti nel 2021, presentato insieme a Giancarlo Castelli, Enzo Ciconte e Vittorio Mete nell’ambito delle giornate preparative di #Contromafiecorruzione.

Abusivismo edilizio, beni confiscati, urbanistica, edilizia privata e pubblica, rifiuti, rete idrica, tributi locali e perfino servizi cimiteriali, sono in cima alla lista degli interessi dei clan mafiosi che con l’aiuto di amministratori locali e funzionari compiacenti e spesso collusi, puntano a condizionare la vita dei comuni, arrivando al loro scioglimento per mafia. I numeri sono impressionanti: sono, infatti, 365 i decreti di scioglimento dal 1991 ad oggi, una media di uno al mese. Considerati gli scioglimenti plurimi, gli Enti effettivamente sciolti per mafia almeno una volta sono stati 275 in questi trent’anni, tra cui 6 aziende sanitarie e ospedaliere.

Comuni sciolti per mafia, il 'Caso Foggia'

Sfogliando il dossier, emerge l’analisi del ‘caso Foggia’, inteso come vero e proprio caso di studio. Foggia è il secondo capoluogo di provincia sciolto per infiltrazioni mafiose dal 1991 ad oggi (il primo fu Reggio Calabria, nel 2012). “La relazione prefettizia evidenzia che le indagini sono state avviate in seguito all’elevato numero di interdittive antimafia emesse dal Prefetto - dal 2016 al 2021 sono state ben 85 - e agli esposti in cui si denunciavano forme di contiguità degli amministratori locali con esponenti delle consorterie mafiose”, si legge. “L’accesso al Comune è iniziato nel marzo 2021 e già nel mese di giugno il sindaco rassegnava le sue dimissioni con conseguente scioglimento del Consiglio comunale. Ciò non ha impedito, comunque, di concludere l’accesso e procedere all’applicazione dell’art. 143 TUEL, avendo riscontrato collegamenti diretti e indiretti fra gli amministratori e i clan”.

Nello specifico, si evince dalla relazione che “il contesto foggiano è caratterizzato dalla presenza radicata sul territorio di diversi clan (o batterie), tra i quali intercorrono rapporti di collaborazione pur in assenza di un unico organismo che li ricomprenda tutti. La mafia foggiana, detta anche “quarta mafia”, si caratterizza sia per il compimento di fatti criminosi eclatanti sia per la sistematica attività di contaminazione dell’economia legale. In questo senso, segnala la Commissione d’accesso, un ruolo centrale è svolto dalla corruzione, definita quale ‘cavallo di troia’ per il condizionamento dell’attività amministrativa e l’aggiudicazione di appalti pubblici. Non stupisce, pertanto, che alcuni elementi riscontrati rispetto agli amministratori (a partire dal sindaco) consistano proprio in indagini su episodi di corruzione o concussione”, si legge nel documento.

In particolare, gli amministratori di cui la Relazione prende in esame le condotte ritenendole rilevanti ai fini dello scioglimento sono 13 (il sindaco, arrestato per tentata concussione e corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, e altri 12 consiglieri comunali). “Si va dal coinvolgimento in inchieste (relative a corruzione, concussione, indebita induzione etc), con la presenza di soggetti criminali, fino alle frequentazioni e parentele con appartenenti ai clan (o contigui a questi) e alle cointeressenze economiche con imprese in odore di mafia. Nemmeno i dipendenti comunali sono esenti: le condotte di 5 di questi sono, infatti, prese in esame  nella relazione prefettizia e nel decreto di scioglimento”. Alla luce dell’analisi approfondita dell’attività svolta negli anni, la Commissione prefettizia ha riscontrato diversi elementi problematici: “A partire dalla colpevole disattenzione mostrata dal Comune rispetto ai controlli antimafia, soprattutto in ambiti sensibili, e dalle ingerenze degli organi politici rispetto alle scelte burocratiche, a tutto vantaggio dei clan o di soggetti a questi vicini, favoriti grazie a procedure illegittime (ad esempio, ampio ricorso a deroghe e proroghe, artificioso frazionamento degli appalti, assenza di verifiche antimafia, ecc) nell’aggiudicazione dei servizi gestiti dal Comune”.

Sono numerosi i settori posti sotto la lente d’ingrandimento e risultati inquinati da interessi e presenze mafiose. Nel dossier si stila l’elenco: “servizio di installazione e manutenzione ordinaria e straordinaria di impianti semaforici e segnaletica stradale; la gestione e manutenzione del servizio di video sorveglianza cittadino; il servizio di accertamento e di riscossione delle entrate tributarie; la gestione dei servizi cimiteriali; il servizio di pulizia e guardiania dei bagni pubblici; la manutenzione del verde pubblico; il servizio dei bidelli nelle scuole comunali per l’infanzia; la gestione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica (occupazioni abusive da parte di soggetti mafiosi, assegnazioni in deroga a soggetti con legami di parentela o frequentazione con questi ultimi, esame delle pratiche senza alcun criterio nemmeno cronologico, etc). Quanto basta per ritenere sussistenti quegli elementi concreti, univoci e rilevanti rispetto ai collegamenti con la criminalità organizzata di tipo mafioso e procedere con lo scioglimento del consiglio comunale nell'agosto 2021”.

Una legge da rivedere, le criticità

Il report contiene anche un focus sui 30 anni di applicazione della legge sullo scioglimento degli enti locali. Da nord a sud sono meno della metà le regioni risparmiate dai decreti di scioglimento. Ad essere coinvolte sono state, invece, Calabria, Campania, Sicilia, Puglia, Piemonte, Liguria, Lazio, Basilicata, Lombardia, Emilia-Romagna e Valle d’Aosta. Mentre dal 1991 ad oggi, 71 enti sono stati colpiti dal provvedimento più di una volta: 52 di questi sono stati sciolti due volte e 18 Enti locali addirittura 3 volte. Una recidiva preoccupante, che affianco alle inchieste giudiziarie, dimostra che non può esistere una mafia senza l’appoggio della politica.

“Un rapporto storico quello tra mafia e politica, che risale in pratica già all’800”, spiega Enzo Ciconte, storico delle organizzazioni criminali, che ha concentrato il suo intervento sugli ultimi trent’anni, dalle stragi mafiose ad oggi, e come questo elemento abbia attraversato la storia dell’Italia repubblicana. “I rapporti con la politica sono cambiati nel tempo - dice ancora Ciconte -, arrivando a vedere i gruppi criminali in posizione predominante rispetto alla politica. Si comprende perché è necessario arrivare a recidere questo legame”. Nel corso di questi trent’anni, la legge ha manifestato una serie di limiti e di criticità che Avviso Pubblico ha già evidenziato anche nel corso di una audizione presso la Commissione Affari Costituzionali nel 2019.

“Lo scioglimento dei comuni per mafia è un pezzettino della politica pubblica contro le mafie – ha spiegato Vittorio Mete, docente di sociologia all’Università di Torino – che va letto come un tassello della strategia più ampia che lo stato ha messo insieme negli ultimi decenni per contrastare le infiltrazioni. Il primo elemento di criticità è senz’altro che questa legge ha una natura preventiva molto bassa, perché alla lunga gli scioglimenti godono di un deficit di popolarità e di consenso. Quello della legittimità percepita è un problema che dobbiamo porci, perché lo scioglimento del comune non rimedia ad un meccanismo di raccolta del consenso che non è sano e che non si ripara in pochi mesi. È una legge quindi che va cambiata e le proposte di Avviso Pubblico sono da sposare e da promuovere”.

Una legge da rivedere, per Enzo Ciconte, che da parlamentare ha contribuito a far approvare nel 1991. “Lo si è visto già nei primissimi decreti di scioglimento – spiega lo storico e scrittore –. Inoltre c’è il grosso problema dei commissari spesso inadeguati ad affrontare la situazione e quindi questo crea insofferenza nella cittadinanza. E poi non funziona più perché ci sono troppi scioglimenti arbitrari legati spesso al momento politico”. Considerazione che investe la responsabilità giudiziaria e politica. “Non è giusto – conclude Ciconte – indipendentemente da chi governa, che una responsabilità in capo al sindaco, ricada automaticamente su tutti i consiglieri che vengono sciolti insieme a quel sindaco. Lo stigma dello scioglimento per mafia, pesa anche sul quel consigliere di minoranza e addirittura in opposizione al sindaco responsabile. E questo mi sembra sbagliato”.

Sono molte le indagini che al Sud come al Nord hanno dimostrato che a chiedere i voti ai mafiosi sono spesso gli stessi politici. Un tassello fondamentale per capire come i provvedimenti di scioglimento si muovano di pari passo anche con le inchieste della magistratura, che quando indaga i rapporti tra mafia e politica si trova spesso in una posizione scomoda, quando non palesemente messa ai margini. «Spetta alla politica operare scelte di buon governo e a nessun altro. Ma detto questo, non possiamo non ricordare che ci sono problemi, tanti, che la nostra politica non sa risolvere, o non vuole affrontare o preferisce non affrontare e che invece delega alla magistratura – ammonisce Gian Carlo Castelli, già capo della Procura di Palermo – È successo per il terrorismo brigatista, per la corruzione, per l’evasione fiscale, per la sicurezza agro-alimentare, per la tutela dell’ambiente, ed è successo anche per la mafia.

“Tutta la legislazione antimafia è una sequela prodotta in fretta e furia a seguito di alcuni episodi, di alcuni accadimenti. Ma la mafia non è solo gangerismo, è anche rapporti con pezzi del mondo legale: politica, economia, informazione. E quindi delega sì, ma solo fino a quando il magistrato non va a scavare nelle responsabilità politiche. Ma se la magistratura colpisce soltanto il lato più evidente e non si occupa anche della zona oscura, delle relazioni esterne, non fa il suo dovere. E il problema – conclude Castelli – non sono solo questi rapporti, ma una fortissima corrente di pensiero che possiamo chiamare negazionista o riduzionista, che non fa altro che legittimare questi rapporti, facendo un pessimo lavoro per la nostra stessa democrazia”.

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