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Foggia schiava della mafia. L'appello a liberarsene e la frusta sulla 'zona grigia' di De Raho: "Politica protegga la città, cittadini si risveglino"

L'incontro 'Parliamo di (anti)mafia' nell'aula magna del Dipartimento di Economia dell'Università di Foggia. Le conclusioni affidate a don Luigi Ciotti: "Trasformiamo la città in un laboratorio di libertà. La strada è molto lunga, ma non esiste che un solo mezzo: proseguire il cammino insieme”

“Cosa immagino nel futuro di Foggia? Che venga scardinata la base più forte della mafia: ovvero omertà e silenzio, che a volte sono sintomo di paura, altre di convenienza e compromesso. Sono due facce diverse: una va recuperata, ma l’altra è marcia. Noi vogliamo che questa città si liberi dalle mafie: questo territorio è stato sottoposto ad una schiavitù, ha perso i suoi diritti. E’ come se ci fossero schiavisti, con la frusta a costringere le persone a fare ciò che viene detto loro. Forze di polizia e magistratura sono pronte ad intervenire, ma bisogna che Foggia si risvegli”.

Il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho, usa una immagine forte per descrivere lo stato di sottomissione del territorio foggiano al gioco delle mafie. Lo fa per scuotere nuovamente le coscienze, dopo aver lanciato, poco più di un anno fa, l’alert sul territorio: “La mafia foggiana è il primo nemico dello Stato”. Lo Stato, spiega, ha compreso la gravità della situazione (“la mia presenza qui lo dimostra”, sottolinea) ma è necessario trasformare la conoscenza del fenomeno in quella consapevolezza che possa meglio orientare azioni e ricostruzioni, nel segno della legalità.

Ed è proprio questo l’obiettivo dell’incontro ‘Parliamo di (anti)mafia’ tenuto ieri, nell’aula magna del Dipartimento di Economia di UniFg, ideato e organizzato dalla sottosezione dell’Associazione Nazionale Magistrati di Foggia, dal Presidio di Libera Foggia, dall’Università di Foggia e dall’Associazione Dottorandi Italiani di Foggia. “Crediamo che la cultura sia il primo antidoto alla criminalità e alla logica delle organizzazioni mafiose. Abbiamo 13mila studenti iscritti che possono essere un importante presidio di legalità per questo territorio, portatori sani di una cultura positiva, di ottimismo e di forza rigeneratrice del territorio”, ha sottolineato in apertura il rettore Pierpaolo Limone.

“Di lotta alla mafia parliamo da anni”, ha aggiunto il procuratore capo di Foggia, Ludovico Vaccaro. “Ma parlare non basta per questa città. E’ necessaria la reazione della collettività, che deve abbracciare la strada della legalità, riempiendola di un contenuto forte, che è quello della giustizia. Altrimenti ‘legalità’ resta solo una parola vuota”.

“Basta chiudere gli occhi, fingere di non vedere e non sapere. Le verità camminano per le strade e chi sa ha dovere di testimonianza, che è un dovere di vita e di impegno. Il mondo imprenditoriale deve agire: negli anni passati è stato succube o indifferente, inerte o rassegnato alla pressione criminale. Abbiamo bisogno di una imprenditoria illuminata che investa nel territorio portando sviluppo, occupazione e prospettive concrete, per togliere manovalanza criminale nel lungo periodo”, conclude.

Ma cosa significa fare ‘antimafia’? “Significa togliere il potere”, spiega Roberto Rossi, della DDA di Bari. “Ed è un nostro dovere. Siamo tutti capaci di eliminare questa vergogna”. “Dobbiamo evitare i processi di normalizzazione della mafia”, aggiunge il prefetto di Foggia, Carmine Esposito. “Basta accettare le cose come ineludibili. In questa città sono salito su un treno in corsa, ma andrò fino in fondo per i tanti cittadini onesti che non meritano di essere cittadini di serie B”.

La ‘zona grigia’ | Severo l’intervento di Antonio Laronga, Procuratore aggiunto di Foggia e autore del libro ‘Quarta Mafia’. Per inquadrare il ‘caso Foggia’ prende in prestito le parole scritte in occasione dell’archiviazione delle indagini sull’omicidio di Francesco Marcone, avvenuto 26 anni fa: “Un concreto contributo poteva essere dato da soggetti inseriti nel circuito sano della società civile, chiaramente venuti meno al dovere civico di collaborazione che riguarda ogni cittadino”, scriveva (e dneunciava) la gip Lucia Navazio. Cosa è cambiato da allora, si chiede Laronga. “Nulla. Anzi, si assiste ad un progressivo impoverimento culturale ed etico. Tanti esponenti del circuito sano continuano a farsi gli affari propri, a girare la testa dall’altra parte, a non collaborare. Soggetti che rivestono cariche pubbliche che non adempiono ai loro doveri con disciplina e onore. Questo lo vediamo negli atti giudiziari come pure nelle relazioni degli scioglimenti dei Comuni della provincia di Foggia”, spiega.

Chiama in causa, insomma, la cosiddetta ‘zona grigia’: “Se vogliamo parlare di antimafia, dobbiamo essere consapevoli che o cambiamo impostazione culturale iniettando ella società civile anticorpi contro qualsiasi forma di illegalità o è difficile uscire. Fare memoria è uno strumento per trovare le ragioni del nostro impegno. Ed è il presupposto del secondo obiettivo educativo: far maturare la consapevolezza del rispetto delle regole, che non sono solo sanzione ma sono precetto. Indicano la strada per raggiungere il risultato finale: dobbiamo scegliere le regole per liberarci dal giogo della cultura mafiosa, basata sulla forza in tutte le sue sfaccettature. La legalità serve, sempre”.

Impresa mafiosa e ‘metodo Foggia’ | “Siamo passati dal negazionismo alla conoscenza. Oggi la pericolosità delle mafie foggiane è nota, anche in ambito internazionale”, spiega Giuseppe Gatti, sostituto procuratore presso la Direzione nazionale antimafia e profondo conoscitore del fenomeno e del territorio. “Cosa sono le mafie lo sanno le vittime del ‘Sistema Foggia’, quello che trasforma l‘estorsione in una tassa di sovranità, il pizzo in una cartella esattoriale, tanto di ‘lista’, quella che determina il potere. Cosa sono è chiaro alle famiglie dei malcapitati testimoni della strage di Apricena, trucidati per aver visto ciò che non dovevano vedere. È chiaro agli imprenditori sotto scorta per ‘espiare’ la denuncia, vista come colpa grave. Lo sanno i bambini coinvolti in questi affari, obiettivi oggi voluti o messi in conto”, spiega.

“Ma questa conoscenza deve produrre consapevolezza. Che queste mafie stanno crescendo e stanno facendo un salto di qualità enorme: hanno sviluppato una dimensione transnazionale nel traffico si droga, raggiungendo il top del potere. A Vieste si muore per decidere chi deve governare questo traffico”, che genera un enorme livello di capitali illeciti con i quali si creano “livelli di infiltrazione sempre più ampia nell’area nazionale e a livello europeo. Oggi tutti hanno capito cosa sono le mafie foggiane e al ‘Sistema Foggia’ è stato contrapposto il ‘Metodo Foggia ’, un lavoro di squadra che, dal 2017 ad oggi ha portato oltre 400 arresti e 65 operazioni antimafia, più di 30 milioni di beni sequestrati, oltre ad armi e tonnellate di droga. Ma a tutto questo – conclude Gatti - manca la comunità. Alcuni segnali ci sono, ma manca continuità e sistematicità nell’impegno. Ed è su questo che dobbiamo lavorare”.

"La mafia di Foggia non spara soltanto". De Raho: "Sottomette imprese e cittadini con la violenza, condiziona le pubbliche amministrazioni"

Foggia come Reggio Calabria | “Foggia non è dissimile da Reggio Calabria, dove la ‘ndrangheta governa l’economia e scende a compromessi con l’impresa”, aggiunge De Raho. “Il nostro lavoro è più difficile nei territori in cui il verbo mafioso è infiltrato nel tessuto economico. La mafia foggiana ha avuto questo percorso: si è prima imposta con la violenza e la ferocia, per assoggettare il territorio; poi si è infiltrata. Ed è questo l’aspetto più grave. Alcuni imprenditori sono l’esposizione della mafia. Non tutti gli imprenditori sono omertosi: ci sono quelli che hanno paura, e quelli che sono contigui, che è tutta un’altra cosa”..

Poi la stoccata sugli scioglimenti dei comuni per inquinamento mafioso, ben 5 nel Foggiano. “Foggia deve essere recuperata. La politica dovrebbe proteggere il territorio: essere sindaco non è un dovere, ma l’assumersi una grande responsabilità, quella di difendere i cittadini e garantirli; fare in modo che funzioni la macchina amministrativa che agevoli e spinga la vicinanza al cittadino. Trovarsi di fronte ad uno scioglimento è grave; evidenziare che soggetti posti allo scioglimento erano stati già eletti in precedenza genera un quadro di grande preoccupazione”, conclude.

Don Ciotti ai foggiani: "O ci rigeneriamo o degeneriamo" 

“Basta retorica della legalità” | Le conclusioni della giornata sono state affidate a don Luigi Ciotti che, per prima cosa, ha sottolineato “l’urgenza che c’è nel nostro Paese, dove il tema delle mafie è andato verso la normalizzazione. L’Italia, che io amo, non è un paese libero. Se misuriamo con il metro della dignità, la libertà non è affatto un bene comune né universale. E questo è una responsabilità di tutti”.

“Trasformiamo Foggia in un laboratorio di libertà. La strada è molto lunga, ma non esiste che un solo mezzo: proseguire il cammino insieme”. Don Luigi prova a riannodare i fili della consapevolezza, dell’entusiasmo e delle buone intenzioni, bruscamente interrotti dal Covid, tessuti con la marcia dei 20mila su Foggia. “Le istituzioni sono sacre e mi pare importante dire questo oggi più che mai. Non bisogna confondere le istituzioni con le persone: abbiamo appurato che in vari ambiti che ci sono persone indegne a rappresentarle, ma noi dobbiamo difendere la sacralità. Dobbiamo raccogliere i semi di speranza, da riconoscere e incoraggiare. Dobbiamo reagire e sanare le mancanze e i ritardi toccati con mano. Dobbiamo inondare tutte le realtà di semi di fiducia e speranza, dobbiamo essere immuni dai virus ma mai dalle responsabilità. E poi basta retorica della legalità. Quella retorica che l’ha resa una parola-idolo, un lasciapassare. La retorica non è l’obiettivo ma lo strumento per raggiungere la giustizia”.

Infine il plauso all’impego dell’università: “Cultura è assunzione di responsabilità,  cultura e mafie sono incompatibili. La lotta alle mafie richiede adeguate misure repressive ma anche un adeguato impegno culturale educativo e sociale. Per la lotta alle mafie occorre un pensiero nuovo, radicale e rigeneratore; un approccio sistemico alla realtà che generi un pensiero inter e trans disciplinare. Auspico per Foggia coltura, che mette radici nella terra e porta frutto, e cultura che mette radici nell’uomo e porta anch’essa grandi frutti”.

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