Mercoledì, 27 Ottobre 2021
Cronaca Apricena / via San Paolo

E' morto il 44enne Giuseppe Padula, ad Apricena è duplice omicidio

E' durata poche ore l'agonia del 44enne allevatore garganico, ricoverato in condizioni disperate al "Masselli Mascia". Crivellato con colpi di arma da fuoco insieme al nipote

E’ durata poche ore l’agonia di Giuseppe Padula, allevatore garganico di 44 anni, coinvolto insieme al nipote Michele di 28 anni, nell’agguato di questo pomeriggio, nelle campagne tra Apricena e San Paolo di Civitate.

E’ quindi un duplice omicidio, quello sul quale stanno indagando i carabinieri del comando provinciale di Foggia e i colleghi di San Severo, coordinati dagli inquirenti della Procura di Lucera. Secondo quanto fino ad ora ricostruito, i due erano a bordo della propria autovettura – una Nissan X Trail di colore scuro - quando sono stati raggiunti ed affiancati da una o più auto. Un breve inseguimento durato alcuni chilometri lungo la provinciale 36 e poi il fuoco. Numerosissimi i colpi esplosi, pare con un fucile, che hanno fatto scempio del corpo di Michele – morto sul colpo – e sfigurato in volto lo zio.

OMICIDIO APRICENA: IDENTIFICATE LE VITTIME

Durante l'inseguimento, il Suv dei Padula è uscito fuori strada, ribaltandosi più volte e rovinando in una cunetta a bordo strada. In un primo momento, infatti, si era pensato ad un incidente stradale (tra i primi a giungere sul posto, i vigili del fuoco) ma è bastato poco per comprendere la vera natura dell'accaduto. Un duplice omicidio che porta la firma - a giudicare dall'esecuzione - della mafia garganica. Difatti, a coordinare le indagini è il procuratore di Lucera, Domenico Seccia.

Giuseppe Padula, narrano le cronace locali, fu condannato in primo grado all'ergastolo (insieme al fratello Vincenzo, poi assolti in appello) per il duplice omicidio di Michele Russo, di 59 anni e di suo figlio Matteo di 27. I Russo – lo ricordiamo - scomparvero il 2 novembre 2001, vittime di lupara bianca. I loro resti furono trovato casualmente otto anni dopo, nel 2009, portati alla luce dalle viscere della grava "Zazzano” a San Marco in Lamis, da un gruppo di speleologi

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