Cronaca

Il medico rinato grazie al trapianto: "Mattia mi ha dato una seconda chance. Insieme raccontiamo la bellezza del dono"

La storia del neuropsichiatra infantile del Policlinico Riuniti, Antonello Dell'Era, e dell'incredibile amicizia stretta con la famiglia del donatore, rintracciata caparbiamente attraverso i social. "Insieme si può dare un significato diverso al perché di certi avvenimenti"

Antonello Dell'Era

Tra poche settimane, il 19 maggio, festeggerà il suo secondo compleanno. Quello della rinascita, la sua seconda chance, in una vita già segnata da 7 anni di dialisi e da un precedente trapianto non andato a buon fine. Antonello Dell’Era, neuropsichiatra infantile e dell’adolescenza, in servizio al Policlinico Riuniti di Foggia, è testimone vivente dell’importanza della donazione di organi e tessuti: “Un gesto d’amore che non costa nulla e può rappresentare davvero tutto per qualcuno che vive attorno a noi, in questo stesso mondo”, spiega.

Da trapiantato, tornato alla vita grazie alla grandezza di un ‘sì’, prova a raccontare in giro per l’italia (Covid permettendo) la bellezza e l’importanza di questo dono. E lo fa, incredibilmente, insieme alla famiglia di Mattia, il giovane di Martina Franca, deceduto in un incidente stradale, che nel 2013 gli ha donato un rene. E una nuova prospettiva di vita.

Per Dell’Era, rintracciare la famiglia del suo donatore è stato il primo pensiero balenato in testa dopo l’intervento, ma i protocolli delle donazioni sono molto rigidi al riguardo e non forniscono indicazioni in tal senso, né prima né dopo il trapianto. A permettere questo incontro, però, sono stati i social network e una serie di fortuite coincidenze.

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Dottor Dell’Era come ricorda il giorno del trapianto?

Ricordo una telefonata, giunta alle 6 del mattino. Era la quinta volta che venivo chiamato, per l’ennesima volta come ‘riserva’, per un possibile trapianto di rene. Come tutti i pazienti in lista d’attesa, la valigia per l’ospedale è sempre pronta. Andai a Bari senza molte aspettative, forse un po’ disincantato: ero stanco, ero in dialisi dal 2006 e avevo alle spalle un trapianto andato male. Quel tipo di vita, con tre dialisi a settimana (4 in caso di bisogno) iniziava a pesare a livello relazionale, sociale, lavorativo. Anche quel giorno ero una riserva, ma a causa di una incompatibilità del primo in lista, venni ‘promosso’ e nel giro di 20 minuti mi trovai in sala operatoria.

Il primo pensiero, al risveglio dall’anestesia, era rivolto alla famiglia del donatore.

Sì. E spiego anche il perché. Io non potevo trapiantare da vivente, sia per l’anzianità dei miei genitori e sia perché il mio gruppo sanguigno è diverso da quello dei miei familiari. Per cui la mia unica possibilità era il trapianto da cadavere. E questa cosa, ad essere sincero, mi ha sempre lasciato interdetto. Il pensiero che la mia rinascita dovesse ripartire dalla morte di qualcun altro mi lasciava perplesso. Non ero sereno. Conoscere la famiglia del mio donatore, trovare insieme una ragione in tutto quello che è successo, mi ha aiutato tantissimo. E sono convinto che sia una pratica da incentivare.

Ad oggi, però, i protocolli sono molti stringenti e vietano la diffusione di questi dati. Lei come ci è arrivato?

Da solo, con l’aiuto di alcuni amici e con l’uso dei socialAntonello dell'Era - Famiglia Mattia-2 network. E anche una serie di fortunate coincidenze. Io sapevo solo che il donatore era pugliese come me, un ragazzo di Martina Franca, di 24 anni. Il giorno dopo il trapianto, un mio amico mi venne a fare visita e mi portò un giornale locale di Martina Franca in cui c’era la notizia di un incidente stradale. L’equazione a quel punto fu abbastanza semplice. Iniziai a cercare i parenti di Mattia su Facebook, trovando subito il fratello e il padre. Il nome della madre me lo fornì una amica comune che, guarda caso, conosceva Mattia e la sua famiglia. Nel giro di 24 ore ho ‘conosciuto’ la famiglia delle 4M: Mattia, Michele, Mina e Marco (nella foto accanto con l'attrice Emanuela Aureli).

Come è avvenuto il contatto, cosa vi siete detti?

Io ero fortemente in difficoltà. Ho chiesto ad un mio caro mio amico di contattare via social il fratello di Mattia, spiegando che avrei avuto piacere nel conoscere la sua famiglia. Le cose sono proseguite in maniera molto naturale e veloce. Il giorno dopo, alle 13, si è compiuto uno dei passi più belli di questa storia: ho ricevuto la telefonata dei genitori di Mattia. Sono state più lacrime che parole, in verità. Una situazione incredibile, di grande emotività. Da lì è iniziato un bellissimo legame di amicizia che va avanti da 8 anni.

Insieme avete fondato una associazione attraverso la quale sostenete l’importanza della donazione di organi e tessuti.

Sì, siamo l’unica realtà (o tra le pochissime) che possono annoverare al suo interno ricevente e famiglia dello stesso donatore. Attraverso l’associazione ‘Lo sportello di Mattia’ sosteniamo questa causa e la divulghiamo attraverso il linguaggio teatrale e artistico in generale. Il Covid ha rallentato le nostre attività, ma non appena sarà possibile porteremo in scena lo spettacolo ‘Il regalo’. Ogni 27 ottobre, invece, giorno del compleanno di Mattia, realizziamo una serata, diventata negli anni un vero e proprio format - ‘Roba da Matti…a’ -  cui hanno aderito anche personaggi del mondo dello spettacolo e musicale. E’ un omaggio in veste teatrale a Mattia e al grande dono d’amore che ha compiuto.

Come si può riassumere il suo rapporto con Mattia, che non ha mai conosciuto ma che, di fatto, le appartiene intimamente?

Non è semplice. Mattia non l’ho mai conosciuto eppure è parte di me, insieme ad altre sei persone in Italia. Ho imparato a conoscerlo attraverso la sua famiglia e i suoi progetti, come lo sportello di consulenza filosofica gratuita per persone disagiate; un progetto che lo vedeva impegnato per aiutare chiunque avesse bisogno di un sostegno.

Quanto è importante, per il vostro pubblico, la possibilità di confrontarsi, allo stesso tempo, tanto con la famiglia di un donatore quanto con quella del ricevente?

Tantissimo. Quelli che ci vedono insieme, sempre con il sorriso, sono da sempre gli incontri migliori, quelli più emozionanti e efficaci. In quei momenti vengono fuori tutte le emozioni e i sentimenti, anche contrastanti, che caratterizzano il momento in cui si compie un grande miracolo. Ovvero quando dalla morte di una persona rinascono più vite. Un miracolo che io, da trapiantato, vivo ogni giorno.

I dati dell’ultima classifica dell’Indice del Dono non premiano Foggia e la Capitanata. Cosa frena, a suo avviso, l’adesione alla donazione?

I motivi possono essere tanti e diversi. Sicuramente il Covid ha cambiato le regole di tutto, e ha inciso anche su questo fronte. Soprattutto limitando le occasioni e le opportunità di confronto e sensibilizzazione. Il momento del trapasso di un proprio caro è, poi, delicatissimo. E in caso di mancanza di indicazioni precise non sempre i familiari hanno la lucidità di decidere.

Da medico, e meglio ancora da neuropsichiatra, quanto può essere importante che ricevente e famiglia del donatore possano incontrarsi?

Io sono convinto che sia importantissimo, sia dal punto di vista psicologico che nella gestione delle emozioni. Magari con una adeguata una preparazione e un supporto psicologico. Credo sia importante iniziare ad essere meno rigidi al riguardo. Insieme si può dare un significato diverso al perché di certi avvenimenti. Io sono contento di aver avuto l’opportunità di questo incontro: per me è stato fondamentamele per continuare a vivere in serenità, e per la famiglia di Mattia per sopravvivere ad un dolore grande. Il dono è reciproco: per chi rinasce e per chi ha la possibilità di rivedere il proprio congiunto in una o più persone.

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