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Don Uva: prime scure sui lavoratori, Ente sull’orlo del baratro

A Foggia si sta già provvedendo a non rinnovare i contratti ad una settantina di OSS, tutti quelli in scadenza tra aprile e maggio. Nel capoluogo dauno sono a rischio 177 dipendenti su 530

324milioni di euro di debiti verso banche, fornitori, tributi ed imposte previdenziali. Oltre 30milioni di perdita d'esercizio nel solo 2010. Sono queste le cifre, insostenibili, che stanno provocando il tracollo della Casa della Divina Provvidenza, l'ente ecclesiastico fondato ottant'anni fa da Don Pasquale d'Uva, finito nel baratro finanziario.

Presidi si alternano ad oltranza da mesi presso le strutture sanitarie dell'Ente, presente, lo ricordiamo, con propri centri sanitari a Foggia, Bisceglie e Potenza per un numero di posti letto complessivo che supera le duemila unità (2054 per la precisione, 631 su Foggia).

Imponente la mole di dipendenti: 1966 totali, 530 solo nel capoluogo dauno, distribuiti nei vari nuclei di riabilitazione. Numeri che bastano, da soli, a raccontare la drammaticità della vertenza. Si tratta di medici, infermieri, operatori socio-sanitari, educatori, amministrativi, che chiedono alle istituzioni governative, nazionali e regionali, e al Vaticano risposte celeri e concrete.

A rischio, infatti, è anche l'assistenza, specializzata e qualificata, di cui il "Don Uva" si occupa da decenni, destinata a tutti quei soggetti affetti da disabilità psico-fisiche e sensoriali degenerative. Motivo per cui l’eco della vicenda ha valicato i confini regionali, finendo sul tavolo del Ministero del Lavoro: in un draconiano “piano di risanamento 2012-2014”, presentato ai sindacati lo scorso 20 marzo (e inviato appunto a Ministero, Regione Puglia e Regione Basilicata) l'Ente ha chiesto al governo la cassa integrazione guadagni in deroga a zero ore semestrale (dal 16 aprile al 14 ottobre 2012) per ben 664 dipendenti, circa un terzo di quelli in servizio: 435 della sede di Bisceglie, 177 di quella di Foggia e 52 a Potenza.

C’è da dire che non si tratta di una lista nominale, piuttosto di un elenco di figure professionali “eccedenti”, legate anzitutto a contratti di consulenza e a servizi esternalizzati (OSS, lavanderia, cucina, pulizia).

Doppio il binario, infatti, su cui lavora l’Ente per risanare le sue casse: da un lato ridurre i costi, per materie prime e servizi, contenendo, laddove possibile, le esternalizzazioni; dall’altro aprire una vertenza con la Regione Puglia e Basilicata per il mancato adeguamento delle tariffe, attese dall’Ente da oltre un decennio, all’origine, secondo il managements di circa il 70% dell’attuale esposizione debitoria dell’Ente. 

Questo a fronte, si legge nel documento, di un investimento di circa 60milioni di euro per adeguare nel tempo le strutture ai requisiti tecnologici e strutturali richiesti dalle normative”. 

Ovvio, dunque, secondo il direttore generale Dario Rizzi, lo sbilanciamento, più volte portato all’attenzione dei vertici regionali ma mai tenuto, l’allarme, in seria considerazione. E oggi che il baratro è visibile (a Foggia il Don Uva sta già provvedendo a non rinnovare i contratti ad una settantina di OSS, tutti quelli in scadenza tra aprile e maggio) si corre ai ripari.

La settimana scorsa in Regione si è aperto un tavolo dedicato alla vertenza, che tornerà a riunirsi venerdì prossimo.  I sindacati, che temono che la Cig in deroga altro non sia che un preludio al licenziamento, chiedono le dimissioni del managements aziendale, ritenuto – assieme a quelli succedutisi negli anni - “assolutamente inadeguato nella sua opera di governance”. 

Mentre sul caso il sindaco di Bisceglie, Francesco Spina, ha chiesto l’intervento del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. 

 

 

 

 

 

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