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Cronaca

Tre anni fa la notte dei 30 arresti di 'Decima Azione', il blitz antimafia che in 8 minuti restituì l'azzurro al cielo di Foggia

La notte del 30 novembre 2018 trenta persone furono arrestate nel decimo blitz antimafia coordinato dalla Dda di Bari nel capoluogo dauno, denominato 'Decima Azione'.

Foggia, 30 novembre 2018. E’ notte fonda, da via Gramsci a via Guglielmi decine di auto e mezzi di polizia e carabinieri escono contemporaneamente da questura e caserma. Duecento uomini attraversano vie, piazze e quartieri nel deserto della città, facendo attenzione a non fare troppo rumore. In appena otto minuti 30 persone vengono raggiunte e ammanettate con l’accusa, a vario titolo, di associazione di stampo mafioso, estorsione, detenzione e porto abusivo di armi da fuoco e tentato omicidio.

E’ l’alba di ‘Decima Azione’. Il telefono squilla, sono le 5.45, "è stato appena portato a termine un blitz antimafia". Dalla conclusione di quella indagine con la quale la Direzione Distrettuale Antimafia di Bari aveva ricostruito la struttura organizzativa e le dinamiche criminali della Società Foggiana, sono trascorsi tre anni. 

Fu, quella, la decima operazione antimafia più importante mai messa a segno fino ad allora dalla Dda di Bari nel capoluogo dauno, che svelò anche la contrapposizione tra le due batterie mafiose egemoni sul territorio, dei Sinesi-Francavilla da una parte e dall’altra quella dei Moretti-Pellegrino-Lanza. Di quella mafia la cui esistenza ed operatività era stata già sancita con il processo ‘Corona’ grazie alla sentenza emessa il 28 aprile 2016 dal Gup del Tribunale di Bari.

“Riteniamo con l’operazione di polizia di oggi di aver colpito entrambi, congelando questa spirale di violenza che li caratterizzava” dirà qualche ora dopo da Bari il questore Della Cioppa a margine della conferenza stampa sul blitz. “Abbiamo restituito l’azzurro al cielo di Foggia” commenterà invece l'allora comandante provinciale dell’Arma dei carabinieri, il colonnello Marco Aquilio. “Una giornata meravigliosa” dichiarerà l’ex sindaco Franco Landella.

Con quei trenta arresti la ‘Squadra Stato’ disarticolerà, decimerà e farà tabula rasa della criminalità foggiana, certificando l’esistenza nel capoluogo dauno della “quarta mafia”, nemico numero uno dello Stato dalla strage del 9 agosto 2017 di San Marco in Lamis.

Clan in guerra che praticavano insieme le estorsioni “a tutti i settori della città”, che dividevano il bottino - “la cassa comune” – o che decidevano quanto un imprenditore dovesse dare e chi invece dovesse occuparsi della riscossione. Estorsioni, pizzo e droga gli affari illeciti, decine le vittime riportate in un taccuino che conteneva l ’elenco delle estorsioni. Una vera e propria tassa di sovranità dove venivano riportati nomi, cognomi, importi, diffide, messe in more, rinnovi, “come una vera e propria società di riscossione tributi”. Un documento storico, era la prima volta che accadeva (qui tutto su Decima Azione).

Lazzaro D'Auria, una delle vittime ma unico imprenditore a costituirsi parte civile nel processo a carico degli indagati, il primo luglio scorso si è presentato in aula per testimoniare contro coloro che per due lunghi anni - dal 2015 al 2017 - hanno tentato in tutti i modi ad estorcergli del denaro, fino a chiedergli 200mila euro altrimenti "ti ammocchiamo”. L'imprenditore campano, al quale esattamente tre mesi fa hanno incendiato dei capannoni, ha scelto invece la strada della legalità e del coraggio, il senso di responsabilità nei confronti dei suoi ottanta dipendenti e il moto di orgoglio verso quello che aveva costruito in trent'anni di lavoro: "Non potevo mandare tutto all’aria per una piccola fascia delinquenziale, seppure pericolosa e cattiva. Così mi sono ravveduto e ho denunciato tutto ai carabinieri" aveva detto l’imprenditore nell'aprile scorso su queste colonne.

Costituitosi parte civile in tutti i processi - “questo mi dà forza, non ci si può fermare alla sola denuncia” - in un'intervista rilasciata a Foggiatoday D'Auria aveva ripercorso quei due anni da incubo: “La situazione è precipitata negli anni 2015-2016 dopo l’acquisto di un lotto di terreni a Borgo Incoronata. Fu un investimento importante che ci mise sotto i riflettori e i boss alzarono la posta in gioco: pretendevano 200mila euro” (continua a leggere il caso D’Auria).

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