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Covid, i primi soldati in guerra contro il nemico invisibile un anno fa: gli infermieri i più contagiati tra gli operatori sanitari

Nei primissimi mesi dell'emergenza sanitaria e fino al 30 aprile, vale a dire fino a qualche settimana prima dell'allentamento delle misure restrittive, la categoria più colpita tra gli operatori sanitari è stata quella degli infermieri

Un anno fa l'Italia era in lockdown. Da ormai venti giorni si stava registrando un incremento della curva dei contagi, i pronto soccorso presi d'assalto e i posti letto nei reparti di malattie infettive e rianimazione quasi tutti occupati.

Decine di italiani erano già caduti in quella che da lì a qualche giorno si sarebbe trasformata in una guerra senza precedenti.

Nei primissimi mesi dell'emergenza sanitaria e fino al 30 aprile, vale a dire fino a qualche settimana prima dell'allentamento delle misure restrittive, la categoria più colpita tra gli operatori sanitari è stata quella degli infermieri, quasi la metà dei contagiati. Medici e oss rispettivamente appena sopra e appena sotto al 20%.

Di questi il 67,4% donne, età media sotto ai 50 anni. Cifre che confermano che a fronteggiare il nemico invisibile siano stati gli addetti del sistema sanitario.

I dati emergono dal documento sul monitoraggio degli operatori sanitari risultati positivi al Covid-19 nei primi mesi dell'emergenza epidemiologica, condotto dal dipartimento di medicina, epidemiologia, igiene del lavoro e ambientale dell'Inail in collaborazione con l'Istituto superiore di Sanità, e con le regioni Lombardia, Veneto, Toscana, Lazio, Abruzzo, Puglia e Sicilia.

La pubblicazione è frutto di un lavoro tecnico di ricerca curato condiviso con il comitato tecnico-scientifico istituito presso il dipartimento della Protezione Civile nella seduta del 5 marzo scorso.

Nel report viene affrontato il tema del contagio tra gli operatori sanitari, fotografando l'epidemia dai suoi albori, quando cioè la comparsa di un agente virale e di una patologia del tutto nuovi e sconosciuti ha mandato in tilt il sistema sanitario nazionale in termini di diagnosi, tracciamento e trattamento dei casi. 

Fin dalle primissime fasi il personale sanitario ha svolto un ruolo cruciale nella gestione dell'epidemia, sia per la cura in prima linea dei pazienti infetti, con il conseguente maggior rischio di esposizione, sia nell'assicurare la piena implementazione delle misure di prevenzione e controllo per il contenimento del contagio.

ella ricerca Inail-Iss, le circa 16mila schede valide esaminate al termine del monitoraggio, provenienti dalle sette regioni citate e relative agli operatori sanitari risultati positivi durante la prima ondata dell'epidemia da Sars-CoV-2, hanno consentito di raggruppare le regioni in quattro macro-aree. 

Il contagio si è verificato prevalentemente in ospedale. Dallo studio risulta che sul campione totale il 76,5% dei casi in esame ha operato prevalentemente in strutture di ricovero e cura. Tra queste, la maggior parte (94,2%) era costituita da strutture ospedaliere. A seguire, con il 4,2%, le strutture socio-sanitarie (residenze sanitarie assistenziali, case riposo/case famiglia, hospice). 

La ricerca ha approfondito anche gli aspetti riguardanti in maniera più specifica il contagio da Covid-19. È emerso che gli operatori sanitari ospedalizzati sono stati 3633, pari al 22,8% del campione totale, i ricoverati in terapia intensiva 197 (1,2%) e 63 gli operatori deceduti (0,4%).

Quanto alle modalità di contagio il 52,5% ha dichiarato di aver avuto un contatto in ambito familiare o in altro ambito mentre il 47,5% ha sostenuto di aver avuto un contatto stretto in ambito lavorativo, di cui la parte prevalente è costituita dal contatto con un paziente.

All'inizio della pandemia siè registrata un'elevata diffusione di infezioni tra gli operatori sanitari, con percentuali molto alte rispetto ai casi riscontrati nella popolazione generale. Solo dopo diverse settimane, spiegano gli autori della ricerca, sono state registrate percentuali di assestamento intorno al 3-4%.

Un risultato dovuto al miglioramento delle conoscenze, all'aumentata capacità di testing e di disponibilita' dei dispositivi di protezione individuale, nonchè alla campagna vaccinale iniziata a fine dicembre 2020.

In questo modo è stato possibile mitigare il rischio, favorendo tra gli operatori sanitari una riduzione della curva dei contagi.

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