"Neanche un grazie". Medici di famiglia foggiani amareggiati: "Non rubiamo lo stipendio, ce lo sudiamo"

Lettera aperta al presidente della Regione Puglia Michele Emiliano partita dalla chat intitolata al compianto Paolo Terenzio. In prima linea nell'emergenza Covid ma dimenticati: "Siamo rimasti soli con i nostri pazienti"

"Non ci aspettavamo nessuna gratificazione, che pure è stata data ad altri operatori, non ci aspettavamo nulla, perché abbiamo fatto solo il nostro dovere, ma un grazie, quello sì, quello, a nostra avviso, era dovuto". I medici di medicina generale di Foggia, riuniti nella chat che hanno scelto di intitolare alla memoria del loro stimato e compianto collega Paolo Terenzio, scomparso nel 2014, scrivono al presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, risentiti per alcune sue esternazioni. "Abbiamo avuto parole che non davano merito al nostro lavoro - si legge nella lettera aperta - forse perché troppo silenzioso e addirittura da parte sua un riferimento poco attento ai nostri presunti eccessivi guadagni, come se questo fosse una colpa e quindi l’assolvesse dai ringraziamenti. Non stiamo qui a spiegarle cosa siano i costi di produzione del lavoro, tutti a nostro carico, e neppure a raccontarle di un blocco contrattuale ultradecennale e nemmeno dei tanti benefici contrattuali che, a differenza di altre categorie, non abbiamo e nemmeno la differenza che c’è tra il netto ed il lordo e le partite di giro. Noi il nostro stipendio non lo rubiamo, ma ce lo sudiamo e questo lo sanno bene i nostri pazienti a cui provvederemo a raccontarlo meglio utilizzando come bacheche i muri delle nostre sale d’attesa".
Nella chat locale è riunita la quasi totalità dei medici di famiglia del capoluogo dauno, al di là delle sigle sindacali. Nella missiva diretta al governatore non risparmiano critiche alla gestione dell'emergenza Covid, dalla carenza di Dpi alla mancanza di coordinamento. "Per uscire dal nostro isolamento - raccontano - ci siamo riuniti in chat per cercare insieme di trovare risposte e darci regole di buon senso per salvaguardare noi e i nostri concittadini sprovvisti come siamo sempre stati di dispositivi di sicurezza. In questi mesi ci siamo scambiati le esperienze e le ansie comuni sopperendo così alla mancanza di linee guida inizialmente e successivamente alle troppe ed incalzanti indicazioni che un giorno contraddicevano quelle del giorno precedente. Un caos, caro presidente, in una mancanza assoluta di qualunque tipo di coordinamento. Siamo rimasti soli con i nostri pazienti con la febbre che non passava e i tamponi che non arrivavano senza nessuna possibilità di andarli a visitare per non ammalarci anche noi - denunciano - Abbiamo avuto nella nostra città tre colleghi che si sono contagiati, per fortuna uno solo ha avuto bisogno di ricovero e ora è perfettamente guarito. In provincia invece, purtroppo, un nostro collega è deceduto e alla famiglia vada il nostro cordoglio. Un caos da cui ci siamo difesi con la forza di essere uniti tra di noi e con i nostri pazienti a cui ci lega un rapporto d’affetto perché basato sulla fiducia reciproca. Certamente anche nella nostra famiglia, come in tutte le famiglie, ci sono le pecore nere, ma le assicuriamo che la stragrande maggioranza dei medici di famiglia ha fatto e continua a fare al meglio il proprio lavoro, in silenzio e senza riflettori, combattendo oggi anche contro una ripartenza dei servizi che tarda, a differenza nostra che abbiamo riaperto agli appuntamenti in studio fin dal 4 maggio. Si dice che nella foresta faccia più rumore l’albero che cade piuttosto che l’erba che cresce. Presidente - scrivono i medici nell'accorata lettera aperta - noi siamo quell’erba che cresce, in silenzio, ma dando sostanza al terreno".

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