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Cronaca

Covid nei container, l’inferno continua: “È un calvario”

Due positivi nel campo di via San Severo dove vivono ancora dieci famiglie, in attesa della consegna degli alloggi di vico della Pietà: "Sfortuna nella sfortuna"

Positivi al Covid, intrappolati in una scatola di latta di 28 metri quadri, che di questi tempi è ancora più umida e fredda. Le flebili voci di una coppia, che parla tra un colpo di tosse e l’altro, arrivano dalla periferia di Foggia, dal campo container di via San Severo, lontano dagli occhi. In una decina di baracche ancora in piedi, gli abitanti hanno trascorso l’ennesimo Natale e il Capodanno tra le macerie dei moduli abitativi buttati giù con le ruspe.

Il virus è tornato in quel fazzoletto di terra disastrato a un ingresso della città. Era passato di qui già a ottobre del 2020, quando brulicava ancora di vita. Adesso un uomo e una donna, conviventi, sono risultati positivi al Coronavirus. “Siamo ancora buttati qui, senza nessuno che ci venga a guardare – dice dal suo letto uno dei contagiati - Non possiamo uscire, stiamo male. Sfortuna nella sfortuna”.

Ormai 2 anni fa, il 29 gennaio 2020, il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha decretato lo stato di emergenza e grave pericolosità relativamente all’area campo container di via San Severo a Foggia, ora non si sa più come chiamarla. Di certo, le persistenti condizioni di eccezionale degrado igienico e sociosanitario che rendevano allora improcrastinabile lo sgombero adesso si sono aggravate. Ed è di tutta evidenza che, specie in presenza di una patologia che colpisce le vie respiratorie, non è un luogo indicato per la degenza. È complicato anche l’approvvigionamento dei viveri.

L’operazione ‘Zero Container’ avviata da Arca Capitanata e Regione Puglia è andata per le lunghe, soprattutto in ragione delle difficoltà nel reperimento di alloggi. Da un anno, il pallottoliere del 'ghetto' tutto foggiano, simbolo dell’emergenza abitativa in città, segna dieci famiglie rimaste, i nuclei più piccoli per i quali si è rivelata ancora più complicata la ricerca di case popolari con standard adeguati. In mezzo, si registravano le resistenze al trasferimento in vico della Pietà: i baraccati temevano di finire in ‘capatapecchie’, nonostante le rassicurazioni dell’Agenzia regionale per la Casa e l’Abitare che si era impegnata a consegnare solo alloggi idonei, vale a dire ristrutturati e che non grondassero acqua o cadessero a pezzi. Ma non sono ancora pronti. 

In base alla graduatoria stilata dal Comune di Foggia, tre delle dieci famiglie che vivono ancora nei container non hanno i requisiti e non hanno diritto ad una sistemazione alternativa. Gli assegnatari contestano i criteri che hanno determinato l’esclusione dei vicini. “Verranno con noi”, aveva detto a dicembre uno di loro ai microfoni di FoggiaToday. A fine pena, contano solo i mesi che passano: “Avevano detto che avremmo avuto la casa prima di Natale, e siamo ancora qua. È un calvario. Viviamo nel degrado. È una vergogna dell’Italia”.

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