Letizia, l'oss in trincea che aiuta i pazienti "terrorizzati" dal virus: La guerra nel reparto di Malattie Infettive: "E' dura"

Il Coronavirus raccontato da Letizia Massimo, oss foggiana, arruolata per l'emergenza sanitaria nel reparto di Malattie infettive del Policlinico Riuniti. “Metto in tasca la paura, indosso l'armatura e raggiungo i soldati. E' guerra ed è dura”

Letizia Massimo

Un balzo dalla teoria alla pratica, dai libri di testo al reparto. E che reparto. Policlinico Riuniti, terzo piano, malattie infettive (ex Reumatologia), area Covid. “Oggi tocca a me, metto in tasca la paura, indosso l'armatura e raggiungo i soldati. E' guerra ed è dura”.

Letizia Massimo, è una operatrice socio-sanitaria foggiana, dipendente dell'agenzia del lavoro Etjca Spa in missione presso al Policlinico Riuniti di Foggia, tra i tanti in prima fila per combattere l’emergenza sanitaria in corso. Una guerra: così la racconta, così la percepisce. “Non è facile, ma sono una oss ed è un mestiere che ho scelto”. Allora ha preso il coraggio a due mani e si è tuffata a capofitto - testa, cuore e bagaglio di competenze acquisite - in questa esperienza. Non è facile, ma non è nemmeno impossibile: “Con i dispositivi addosso si respira a fatica. Annaspo. Poi li vedo nei letti, atterriti dalla tosse, terrorizzati dall'attesa di arrivare a domani e tutto passa in secondo piano. Io posso farcela. Così il mio lavoro ha inizio”. Il racconto a FoggiaToday.

Fresca di corso e di abilitazione oss, il tuo primo incarico arriva in piena pandemia e in un reperto Covid19. La tua firma sul contratto implica grandi responsabilità e rischi. Hai avuto dubbi o incertezza prima di accettare?

Dal momento della candidatura fino alla sera prima del mio ingresso in reparto, sono stata pervasa da sentimenti contrastanti, fortemente combattuta tra l’eccitazione e il desiderio di fare un lavoro che ho scelto e il timore di aver preso una scelta sbagliata. A casa ho un marito e un bimbo di 3 anni che sono la mia vita e il pensiero di poter mettere loro in pericolo in qualche modo era davvero devastante. Malgrado questi pensieri ho deciso di accettare facendo appello a tutto il mio coraggio. Il morale era alto e con questo mi riferisco a tutti gli altri oss chiamati quel giorno, circa una settantina, tutti in fila per essere esaminati e per le misure della divisa. È stato davvero come arruolarsi, andare in guerra per combattere un nemico di cui non si conoscevano le potenzialità e soprattutto senza conoscere le nostre armi. È stato un po’ un salto nel buio. Ma è il mio lavoro, mi sono preparata per un anno a questo e non potevo tirarmi indietro. Nessuna professione è priva di rischi. Siamo di nuovo qui, come dice De Gregori “la storia siamo noi” e in quanto oss mi sono sentita un po’ in dovere di esserci.

Che situazione hai trovato al primo giorno di lavoro? Era in linea con ciò che temevi (o, genericamente, ti aspettavi)?

Al mio primo giorno ho trovato un reparto impreparato, improvvisato, adibito a Covid in due soli giorni. Non sapevo come muovermi, non c’era nulla di organizzato. Ero la prima oss a metterci piede. Ricordo il lungo corridoio, spettrale, sentivo solo lo strusciare della mia tuta e il mio stesso respiro nella maschera Ffp3. I pazienti erano smarriti, soli, terrorizzati dai nostri dispositivi. Le infermiere lavoravano instancabilmente nonostante l’impaccio dei dpi. Era tutto surreale. Ho cercato immediatamente di rendermi utile e di organizzare al meglio il mio lavoro. Eravamo 3 oss, uno per turno, ora ne siamo 10, oss assennati e appassionati, tutti pronti a fornire aiuto ai pazienti e supporto agli infermieri, siamo un’ottima squadra.

Nel dettaglio, qual è il tuo compito, di cosa ti occupi?

Il lavoro dell’oss ricopre tutte quelle azioni che il paziente vorrebbe fare ma non può perché allettato da una qualsiasi patologia. Immaginateci come il prolungamento delle loro braccia con un pizzico di entusiasmo in più! Ad ogni turno io, e tutti gli oss come me, entro nelle stanze e mi occupo che siano sempre ordinati e puliti, mi accerto che l’aria nella stanza non sia viziata, verifico che assumano la terapia orale, che mangino oppure li faccio mangiare personalmente. Parlo con loro, se possibile ridiamo e scherziamo oppure parliamo di quel gli sta succedendo. Qualche volta facciamo due passi nella stanza oppure scegliamo insieme un film da vedere. Inoltre siamo di supporto agli infermieri nel loro laborioso lavoro fatto di routine ed emergenze. Amo il mio lavoro e quando fai un lavoro che ami non lavori mai.

Dall’inizio dell’emergenza ad oggi, come è cambiata la platea di ricoverati?

Il primo giorno c’erano 5 pazienti, il giorno dopo 9 e quello dopo ancora 12. Il virus aveva colpito bendato, tra i ricoverati c’erano molti anziani ma anche uomini e donne di circa 40 anni. Su 12 pazienti, 4 sono gli uomini. Oggi il nostro reparto è una geriatria, l’età va dai 70 ai 95 anni, con patologie anche gravi oltre il Coronavirus.

Il Covid19 può colpire tutti e non è il momento di abbassare la guardia. Hai avuto dei momenti di difficoltà o di scoramento, cosa ti da la forza per andare avanti?

La mia forza arriva direttamente dai pazienti, più sono fragili e più devo esserci. Ci sono pazienti che per altre patologie sono immobili, quasi catatonici, ma quando li accarezzi glielo leggi negli occhi che sanno chi sei, che sanno chi sono, dove sono e hanno paura. Tutte queste persone sono sole, non hanno nessuno che gli dia una parola di conforto, che gli tenga la mano nei momenti bui. Io non posso scoraggiarmi davanti a questo dolore, non ne ho il diritto.

Ogni turno inizia con una complessa operazione di ‘vestizione’ per indossare correttamente tutti i dispositivi di protezione individuale. Una corazza che rende più difficoltosa anche la più semplice operazione. E con il sopraggiungere della bella stagione sarà anche peggio…

Si impiegano circa 10 minuti per vestirsi. Sopra la nostra divisa indossiamo una tuta con il cappuccio, i capelli sono raccolti da copricapo, ai piedi abbiamo due paia di calzari, indossiamo 3 paia di guanti di diverse misure, la mascherina Ffp3, la mascherina chirurgica, la visiera e infine un camice chirurgico su tutto. Il primo giorno appena terminata la vestizione ho avuto un attacco di panico. Non respiravo, mi sentivo morire. Non riuscivo a trattenere le lacrime, ero terrorizzata e tremavo. Lì ho pensato che non ce l’avrei mai fatta (e non ero ancora entrata in reparto!). Ma non ero sola, la nostra caposala Cinzia Grassotti, la nostra colonna, non mi ha lasciata sola un attimo, con grande calma e sicurezza, guardandomi sempre negli occhi, mi ha spiegato che era una risposta naturale del corpo a tutti quei presidi, che non dovevo avere paura, che sarebbe passato in pochi minuti. Quel giorno devo a lei il mio ingresso in reparto. Quanta forza in un tono così pacato e gentile. Superato il problema delle mascherine, adesso si propone il problema del caldo e dell’eccessiva sudorazione, senza considerare che non avendo in reparto una zona di filtro non possiamo bere né urinare rendendo tutto ancora più faticoso.

Quanto questa ‘armatura’ rende più difficile entrare in sintonia con i pazienti e i colleghi? Che tipo di rapporto si è venuto a creare in corsia e con i degenti?

Per i pazienti siamo tutti uguali, l’abito non fa più il monaco e questo si riflette anche su noi abbattendo quelle barriere gerarchiche. Siamo tutti medici, infermieri e Oss. In reparto siamo tutti una squadra di soldati, affiatati, un tutt’uno. Quando entro nelle stanze il più delle volte mi sento dire “Eccoti! Che bello ascoltare la tua voce”. Sulla visiera abbiamo scritto i nostri nomi e sulla schiena disegniamo uno smile o una parola di incoraggiamento, così che i pazienti vedendoci uscire dalle stanza possano essere sempre confortati, anche solo da una risata. La degenza è molto lunga, la maggior parte dei pazienti sono lì dall’apertura del reparto, ormai ci chiamiamo per nome. Siamo lì nei momenti tristi, ma anche in quelli gioiosi (ci sono anche questi, si) Noi siamo la loro famiglia surrogata!

La cronaca di questi mesi racconta delle quotidiane difficoltà di relazione tra pazienti e familiari. Cosa vedi ogni giorno in reparto?

Dopo settimane e settimane di solitudine finalmente oggi abbiamo a disposizione un tablet per mettere in contatto i pazienti più anziani o quelli che non dispongono di uno smartphone. Sono momenti di singolare bellezza. Soprattutto gli uomini, di norma poco inclini a slanci amorosi, si lasciano tradire dalla voce strozzata e gli occhi lucidi e li vedi che tagliano corto salutando improvvisamente! Oppure sottolineano quanto siano brave e soprattutto belle le Oss e le Infermiere pur non avendoci mai visto in viso! Solo un episodio è stato capace di fiaccarmi le ginocchia: un giorno la Signora F. una delle pazienti giovani era al telefono in videochiamata multipla in cui rassicurava la famiglia che presto sarebbe tornata a casa a riabbracciarli. All’improvviso girò verso di me il telefono perché rassicurassi loro anche io e così feci, comprendendo che aveva bisogno di un secondo, un attimo per nascondere le lacrime, tossire e riprendere fiato. Uscii dalla stanza subito dopo, annichilita dalla tenerezza e dal coraggio. Si creano anche rapporti straordinari tra paziente e paziente, sono nate amicizie e solidarietà: ad esempio, in una camera, una paziente più 'sana' si prende cura della compagna di stanza meno 'lucida', cantandole la ninna nanna per farla calmare quando è agitata... 

Terminata la pandemia, cosa avrai imparato da questa esperienza?

Tra qualche giorno sarà un mese dall’inizio di questa esperienza eppure mi sembra di essere lì da anni, da sempre. Ho accettato questo incarico di due mesi perché in fondo “fa curriculum”. Oggi la penso diversamente. Oggi fa curriculum si, ma nel cuore, nella testa. Alla fine di questa esperienza sarò cresciuta professionalmente, pronta a tutto, sarò un oss che ha combattuto una guerra"

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