"Mai visto nulla di simile". Dentro l'ospedale Covid di Casa Sollievo. Il dr Del Gaudio: "Il lavoro è duro e complesso"

Intervista al dott. Alfredo Del Gaudio, Capo Dipartimento Emergenza ed Urgenze della Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo: "Ora è tutto assolutamente diverso, voglio più bene a tutti i miei cari"

Dott. Alfredo Del Gaudio

Il Coronavirus ‘spariglia le carte’, ridefinisce le priorità, travolge e costringe alla ‘rivoluzione’ qualunque settore. Soprattutto, alza l’asticella degli sforzi richiesti, della fatica, della responsabilità e della paura. Tutto quello che prima di questa emergenza ci sembrava difficile ora sembra facile”, spiega il dott. Alfredo Del Gaudio, Capo Dipartimento Emergenza ed Urgenze della Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo, perchè il concetto di 'difficoltà' ha ampliato a dismisura i suoi confini. I medici e gli operatori sanitari sono i primi chiamati a questa ‘rivoluzione’, una riorganizzazione radicale, sul lavoro e nella vita privata. Da oltre un mese Del Gaudio è in auto-isolamento per proteggere la sua famiglia. Come lui, tanti altri colleghi, in tutt’Italia, chiamati a confrontarsi con il virus Covid-19, un ‘nemico’ dalle armi ancora poco note.

Dott. Del Gaudio,

sono settimane intense e difficili. Il Dipartimento che dirige rappresenta, così come in tutti gli ospedali d’Italia, uno dei nuclei centrali nel trattamento dei pazienti affetti da Coronavirus. Come è cambiata la gestione del reparto e del lavoro nello specifico?

È cambiato radicalmente l’assetto, abbiamo dovuto riorganizzare le due rianimazioni per dividere RiaCovid e non Covid. Il lavoro in area Covid è particolarmente duro perché prevede presidi di protezione a cui non siamo abituati (tute, occhiali, tripli guanti, mascherina di protezione, camici impermeabili). Il momento della vestizione e soprattutto della svestizione sono molto complessi. I percorsi sono fondamentali. Curare il malato, che rimane ovviamente il centro e l’obiettivo primario di tutto, è particolarmente complesso. Ora tutto quello che prima ci sembrava difficile sembra facile.

Nel corso della sua carriera ha affrontato altre situazioni ugualmente critiche?

No mai, in quaranta anni non ho mai visto nulla di simile. Come detto in queste condizioni è tutto più difficile.

Come viene accolto il paziente affetto da Coronavirus in ospedale? Qual è la procedura, quali sono le criticità che riscontrate?

È stato organizzato un percorso COVID con possibilità di dislocare il paziente in diverse sezioni e sulla base della sua gravità.

Pazienti con insufficienza respiratoria, intubati, spaventati, soli. Qual è l'aspetto più difficile nella gestione del paziente affetto da Coronavirus dal punto di vista umano?

I pazienti intubati non sono spaventati e soli ma usando un termine tecnico: analgosedati, quindi tranquilli e senza dolore. Il problema dell’interazione nasce quando comincia la fame d’aria e si passa alla ventilazione non invasiva, in quel caso il rapporto fiduciario medico paziente diventa centrale e l’aspetto psicologico fondamentale.

E dal punto di vista clinico?

Dal punto di vista clinico per le caratteristiche della malattia il momento più complesso è sicuramente lo svezzamento dalla ventilazione. Ma parlare di cosa è più difficile, in quest’ambito di difficoltà, è particolarmente… difficile.

Nonostante lo shock quotidiano derivante dai numeri di contagi e vittime del Covid-19 c’è ancora una grossa frangia di persone che, con i propri atteggiamenti, mette in pericolo sé stesso e gli altri. Cosa si sente di dire loro?

Oramai è un “mantra” ma credo che la cosa più importante sia restare a casa (per quelli che lo possono fare) e indossare sempre le mascherine chirurgiche (senza sottrarre mascherine FFP2 e FFP3 a chi è in contatto con i malati).

Questa emergenza ci ha colti tutti di sorpresa, impreparati e ‘disarmati’. Quando tutto sarà finito, cosa avremo imparato da questa esperienza? Cosa potremo ricavare dagli errori fatti, ciascuno per il proprio ambito (politica, sanità, società civile)?

Forse ritornerà utile; ricordare le beghe e le polemiche per ‘Quota 100’ e Reddito di Cittadinanza o la campagna no-vax oggi fa veramente pensare.

Quanto questa emergenza influisce sul lavoro dei medici, dal punto di vista umano e professionale? Tolto il camice, come è cambiata la convivenza con i suoi familiari o conviventi?

Sono in autoisolamento da quasi un mese; voglio più bene a tutti i miei cari e mi commuovo quando li vedo in videochiamata. È tutto assolutamente diverso

Dal suo punto di vista, terminata l'emergenza, su cosa - nell’ordine - dovrebbe puntare il sistema sanitario italiano? Tra prevenzione e ricerca, personale medico-sanitario e tecnologia quali sono le priorità?

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Non spetta a me parlare di politica ma credo che molti abbiano capito che l’isolamento dall’Europa e le autonomie regionali non portano da nessuna parte. Spero sul piano professionale in una rivalutazione del ruolo dell’anestesista rianimatore in ospedale. Ci voleva un virus dalla Cina per farlo capire a tutti. Adesso per tutti la salute è il bene più prezioso, ricominciare da questo mi sembra ovvio.

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