Il Coronavirus 'cancella' il bar della Maternità: "Ora sarà una via di fuga". Il gestore non si dà pace: "Atto di forza"

La struttura è chiusa dal 20 marzo. Lo sfogo di Giuseppe Direse: "Nove famiglie in mezzo la strada". Il dg Vitangelo Dattoli replica: "Società sine titulo, l'attività andava chiusa. L'evacuazione d'urgenza è necessaria a creare la via di fuga ai nuovi reparti Covid-19"

Immagine di repertorio

“Non capisco tutto questo accanimento nei miei confronti. In oltre 40 anni di attività, credo di non aver mai creato problemi all’azienda ospedaliera Ospedali Riuniti, anzi ho cercato sempre di essere il più collaborativo possibile”.

Giuseppe Direse, amministratore unico della Direse S.R.L. sita all’interno del Policlinico Riuniti (plesso maternità), non si dà pace per quel catenaccio apposto all’ingresso del bar che gestisce da decenni. Dal 20 marzo, infatti, la struttura risulta chiusa - “con un atto di forza”, denuncia - nonostante il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri in materia Coronavirus ne consente l’apertura per far fronte alle esigenze della sola utenza ospedaliera.

“Ad inizio anno è iniziato il calvario perché, nonostante abbia vinto la gara di appalto per la concessione del bar, il direttore generale Vitangelo Dattoli ha imposto la chiusura dell’attività”, prova a semplificare il titolare. “Dopo vari incontri tra me e la direzione del Policlinico, i primi di febbraio mi viene chiesto di lasciare i locali adibiti ad uso bar/ristoro (una parte dei quali costruiti a mie spese senza mai aver ricevuto un rimborso), affinché venissero usati come via di fuga in caso di un eventuale pericolo. Ma - precisa - non ne sussistono i presupposti, come emerso da sopralluoghi tecnici effettuati in via bonaria”.

La richiesta di chiusura è stata poi reiterata a marzo, sull’onda della criticità derivante dal Covid-19. Così fino al 17 marzo, quando avviene il primo atto di forza, denunciato nero su bianco dai Direse: “Mentre sanificavo il locale cucina con un dipendente, ad attività chiusa, sono state apposte le catene ad entrambi gli accessi dell’attività, bloccandoci all’interno”, racconta. “Così è partita una prima denuncia per sequestro di persona ed altri reati. Il 20 marzo, infine, è stata chiusa definitivamente l’attività lasciando in mezzo alla strada nove famiglie. Una decisione presa senza passare per un giudice - conclude -  in pratica la dirigenza del Riuniti ha fatto da giudice, giuria ed esecutore”.

Entra nel merito dei tecnicismi della vicenda il legale dei Direse, l’avvocato Luigi Leo del Foro di Foggia che a FoggiaToday premette: “La vicenda è molto complessa. Su questa chiusura non c’è nessun provvedimento di un giudice. Direse gestisce l’attività in quei locali da 40 anni, con regolare contratto di concessione del bar. Nel tempo sono successe diverse cose: tra queste, la famiglia ha allargato i locali, con il placet degli Ospedali Riuniti, investendo del denaro in questa operazione ed effettuando dei lavori. Di contro, gli ospedali aumentarono il canone di locazione, che non è stato pagato nell’ottica di una compensazione con i lavori eseguiti. Il credito vantato dalla famiglia è superiore al debito degli Ospedali Riuniti”, precisa il legale.

La vicenda è oggetto di una causa civile. Nel frattempo, lo scorso anno, è stata bandita una nuova gara per la concessione dell’attività, “che viene vinta dal Direse, ma escluso per la questione pendente”. Al procedimento civile si aggiunge l’emergenza Coronavirus, che sposta il focus della problematica, ma non l’obiettivo della direzione del Policlinico: “Il 17 marzo - spiega il legale - le videocamere dell’attività riprendono le scene di un atto di forza denunciato in questura; tre giorni dopo, polizia e carabinieri con i responsabili del nosocomio chiudono l’attività. Tutto denunciato e comunicato alla Procura della Repubblica”, prosegue il legale.

“Infine, nonostante una PEC con la quale si chiedeva di non procedere allo sgombero dei locali per l’impossibilità a prenderne parte, da parte del mio assistito, nella giornata di ieri, 31 marzo, è stato liberato il locale smantellando tutto quanto al suo interno senza che il proprietario fosse presente. Una azione motivata prima da un presunto debito e poi dal Coronavirus, ed eseguita in modo violento e unilaterale”, conclude il legale.

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“Non c’è stato alcun sequestro di persona, ma un banale disguido”, tuona il direttore generale degli Ospedali Riuniti, Vitangelo Dattoli, che a FoggiaToday precisa: “all’atto della disposizione di chiusura coattiva, avvenuta d’intesa con la questura, sono rimaste bloccate all’interno alcune persone che non dovevano essere presenti in quel momento (il Dpcm vieta apertura e permanenza nell’attività oltre le ore 18). In ogni caso, il disguido è stato risolto nel giro di pochi minuti. Sulla questione di specie, invece, va segnalato che il Direse è sine titulo, quindi l’attività andava chiusa. L’evacuazione, invece, si è resa necessaria perché in epoca Covid-19 serve liberare quel percorso, che è stato individuato dal responsabile di settore come uscita di sicurezza per i reparti Covid che abbiamo creato nel plesso della maternità. Il motivo d’urgenza è quindi garantire la via di fuga. La vicenda del debito o dell’eventuale credito - conclude Dattoli - non ha alcun pregio nella procedura”.

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