"Ho avuto paura". Cardiologo foggiano guarito dal Covid19: "Quel tampone negativo mi ha ridato in mano la vita"

Dal contagio alla guarigione: l'esperienza del giovane cardiologo foggiano, tra gli ultimi medici del Policlinico Riuniti esposti al contagio da Covid-19

Immagine di repertorio

“Il momento più bello? Il terzo tampone negativo, quello che mi ha permesso di riprendere in mano la mia vita e tornare sì in ospedale, ma per curare i miei pazienti”.

Termina così il capitolo Coronavirus (“una malattia dura, insidiosa e tenace”), per il cardiologo in servizio presso il Policlinico Riuniti di Foggia, tra gli ultimi medici esposti al contagio da Covid-19. Da circa due settimane, infatti, il medico e chirurgo foggiano, 40 anni di cui 7 trascorsi tra le mura del ‘Riuniti’, è tornato in corsia e in sala operatoria dopo il brusco stop imposto dalla malattia.

Per lui, diciassette giorni di ricovero nel reparto di Malattie infettive (“non ero mai stato ricoverato in vita mia”, confessa) e altri quattordici di isolamento domiciliare prima poter voltare pagina e archiviare l’esperienza pandemica. A FoggiaToday, il medico racconta l’ottovolante di paure e speranze, angosce e aspettative che hanno caratterizzato l’intero periodo. Fino alla prima boccata di libertà, ‘celebrata’ dinanzi al mare del suo amato Gargano.

Dottore, il suo contagio è avvenuto a fine aprile, nel colpo di coda della serie di contagi che hanno interessato medici e personale sanitario del ‘Riuniti’. Cosa ricorda di quei giorni?

Erano giorni assurdi. L’ospedale era ancora popolato da parecchi pazienti Covid e noi tutti, nonostante i piani anti-contagio messi in atto, avevamo molta paura. Questo rendeva il lavoro difficile: oltre alle difficoltà oggettive legate all’attività operatoria o alla gestione dei malati, infatti dovevamo preoccuparci di preservare la nostra salute. Eravamo tutti molto tesi, un clima quasi irreale.

Immagino che le notizie di focolai e contagi nell’ambiente non aiutava a migliorare l’umore…

Sapere che alcuni nostri colleghi erano stati contagiati ci ha toccato molto da vicino, aumentando il nostro grado di preoccupazione. Eravamo diventati maniacali nell’osservare i protocolli anti-contagio.

La conoscenza della materia è stata più o meno utile nell’affrontare la malattia?

E’ stata utile nel riconoscere subito i sintomi, ma ha amplificato le paure legate alle possibili complicanze della patologia. Soprattutto nei giorni più difficili del decorso.

Nel suo caso specifico, quali sono stati i primi sintomi?

Mi sono svegliato una mattina con una strana febbricola: 37.5° appena, ma avevo capito subito che c’era qualcosa che non andava. Quindi mi sono auto-sospeso dal lavoro. Non ho avuto altri sintomi fino al 4° giorno, quando la febbre è ‘schizzata’ sui 39° costanti e sono comparse le prime difficoltà respiratore. Quello stesso giorno ho avuto il responso del tampone e la sera sono stato ricoverato nel reparto di Malattie infettive con una polmonite da Covid-19.

Con che spirito era andato ad eseguire il tampone?

Ero animato da sentimenti contrastanti: da una parte c’era la voglia di sapere come stavano realmente le cose, dall’altra la paura di mettere il sigillo su un responso che avevo già immaginato. Sicuramente la sensazione dominante era di profonda angoscia.

Qual è stato il momento più brutto di tutta la vicenda?

Quando sono venuti a prendermi con l’ambulanza per portarmi in ospedale. E’ stato drammatico dal punto di vista psicologico. In quel momento ho avuto la percezione concreta di andare incontro a qualcosa di sconosciuto e di molto brutto.

Da medico, com’è stata l’esperienza dall’altra parte della barricata, ovvero nei panni di paziente?

Difficile per la condizione della malattia, ma ho trovato nei colleghi e nel personale sanitario persone squisite che hanno risposto a tutte le domande, dandoci conforto e vicinanza (nei limiti del consentito). E’ stata messa in campo ogni azione terapeutica ed era stato già stilato un piano per rispondere ad ogni ulteriore possibile sviluppo della malattia. Li ammiro molto, dal punto di vista umano e professionale.

C’è stato un momento in cui ha temuto che le cose potessero mettersi male?

Sì, soprattutto negli ultimi giorni, quando mi accorgevo che - nonostante la terapia ottimale - la malattia non regrediva come avrebbe dovuto, ma ha subìto un rallentamento...

In quei momenti, al di là delle problematiche cliniche, quale pensiero la angosciava?

Nei primi giorni ero assillato dall’idea di aver potuto contagiare le persone a me care, i colleghi o i pazienti. Poi, avuta contezza dei risultati negativi per tutti quelli con cui ero entrato in contatto, la mia preoccupazione si è spostata sul mio stato di salute.

L’incubo ricorrente?

Andare in rianimazione ed essere anestetizzato e intubato. Perché è una condizione in cui non si ha il controllo di sé e questa prospettiva mi generava una fortissima ansia. E’ la mia paura più grande.

Prospettiva che non si è mai resa necessaria. Dei tre tamponi negativi (i due che sanciscono la guarigione, il terzo che permette il rientro a lavoro) qual è stato quello più importante?

Sicuramente il terzo: mi ha ridato in mano la vita. Non solo per la possibilità di riprendere l’attività professionale, ma anche per poter rivedere finalmente gli affetti e le persone care.

Riacquisita la libertà, qual è stata la prima cosa fatta?

Sono andato al mare, a Peschici, sul mio amato Gargano. Era un pensiero ricorrente mentre ero in ospedale…

Familiari negativi, colleghi negativi, pazienti negativi: come è avvenuto il contagio?

Ci ho pensato moltissimo, per giorni interi. Ma, ad oggi, non saprei dare una risposta. Il contagio è avvenuto sicuramente in ospedale (in quel periodo avevo limitato le uscite solo per le esigenze di lavoro). Quindi, come sia successo non lo so, ma devo riconoscere alla direzione generale e sanitaria del ‘Riuniti’ il grandissimo impegno nel gestire e contenere il rischio contagio. In un ospedale è veramente difficile, se non impossibile, evitare questo tipo di evenienza. Inoltre devo dire che sia il direttore generale che il direttore sanitario mi sono stati molti vicini, informandosi quotidianamente sul mio stato di salute. Questa percezione di vicinanza è importantissima, oltre che di gran conforto.

Dopo questa esperienza, come è cambiato il suo approccio al lavoro?

E’ un’esperienza che mi ha cambiato nel profondo. Sicuramente ha accresciuto la mia capacità di empatia nei confronti dei pazienti che curo, e credo abbia migliorato la qualità della mia assistenza. Ho piena consapevolezza di cosa significhi essere dall’altra parte, quanto è difficile la condizione di ‘malato’ e di degente in ospedale. Ora spero di saper cogliere meglio non solo gli aspetti prettamente clinici, ma anche quelli umani e psicologici di ogni paziente che incontrerò.

C’è stato un momento, un gesto di vicinanza che l’ha particolarmente colpita?

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Ce ne sono stati tanti in realtà. E sceglierne uno, oltre che difficile, significherebbe fare un torto ad altri. E’ stato tutto importante: da chi mi raggiungeva sotto la finestra del reparto per un fugace saluto a chi mi ha ‘coccolato’ con dolci e piatti buonissimi, passando per le centinaia di telefonate e messaggi che ricevevo ogni giorno. Sicuramente questo periodo mi ha permesso di tracciare un bilancio di questa parte di vita, negli affetti, nelle mie priorità. Le difficoltà, se superate, devono aiutarci a diventare persone migliori. Solo così acquistano un senso.

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