Azione paramilitare per un colpo milionario: sgominato commando del caveau sull'asse Cerignola-Catanzaro

Tre i pugliesi coinvolti, tutti con precedenti specifici, due dei quali ancora ricercati. Nove i destinatari delle misure. I dettagli dell'operazione 'Keleos'

Immagine di repertorio

Avevano realizzato una vera e propria azione paramilitare assaltando, il 4 dicembre del 2016, il caveau dell’Istituto di Vigilanza 'Sicurtransport' di Catanzaro riuscendo a portar via più di 8 milioni di euro.

Le immagini video dell'assalto

Questa notte la polizia, a seguito di una articolata e meticolosa indagine effettuata dal Servizio Centrale Operativo e dalle Squadre Mobili di Catanzaro e Foggia, con il coordinamento della Procura della Repubblica di Catanzaro – Direzione Distrettuale Antimafia, diretta dal Procuratore Capo Nicola Gratteri, ha eseguito un provvedimento di fermo di indiziato di delitto, tra la Calabria e la Puglia, nei confronti di diverse persone ritenute responsabili della rapina al caveau dell’Istituto di Vigilanza, Trasporto e Custodia Valori Sicurtransport sito in località Profeta – Caraffa di Catanzaro, nonché del possesso e della detenzione di armi e munizioni da guerra e dei reati di furto e ricettazione dei veicoli utilizzati per la rapina. Ai fermati è anche contestata l’aggravante del metodo mafioso.

Nove i fermi eseguiti; tre i cerignolani coinvolti (due dei quali attivamente ricercati) e tutti con precedenti specifici. In manette, Mario Mancini, cerignolano di 42 anni, Cesare Ammirato, di Pavia, di 70 anni, Giovanni e Leonardo Passalacqua, entrambi di Catanzaro, rispettivamente classe 1965 e 1973. Ancora, Nilo Urso di Rossano di 42 anni e Dante Mannolo di tre anni più giovane. La sera della rapina, circa 20 soggetti, armati pesantemente, bloccavano le vie d’accesso alla zona industriale di Catanzaro dove è sito il caveau utilizzando come sbarramento autovetture e mezzi pesanti, tutti provento di furto, che incendiavano al fine di ostacolare un tempestivo intervento delle forze di polizia, cospargendo anche le strade di chiodi; il “commando” utilizzava inoltre sofisticate apparecchiature tipo “jammer” per inibire le conversazioni telefoniche e si impossessava del denaro,  dopo essere riuscito a penetrare all’interno del caveau utilizzando un grosso escavatore munito di punta demolitrice per effettuare la “spaccata”.

L’attività d’indagine, avviata nell’immediatezza dal gruppo di investigatori del Servizio Centrale Operativo e delle  Squadre Mobili di Catanzaro e Foggia ed effettuata tramite intercettazioni telefoniche e ambientali, nonché mediante l’analisi di tabulati telefonici e delle relative celle, sviluppata a seguito del clamoroso episodio, ha consentito di acquisire elementi tali da far desumere che all’interno del gruppo criminale autore della rapina, vi fosse la presenza di soggetti provenienti dalla regione Puglia, e più precisamente appartenenti ad un sodalizio organizzato cerignolano, dedito alla commissione di analoghi reati.

Infatti, già nel mese di agosto 2016, era giunta una segnalazione anonima che ipotizzava un possibile assalto presso un caveau di un istituto di vigilanza in Calabria, mediante l’utilizzo di un escavatore, da parte di soggetti di Cerignola. Proprio in relazione a ciò, la Squadra Mobile di Foggia ha segnalato la presenza di soggetti di sicuro interesse investigativo, provenienti da quel centro sul territorio calabrese ed in particolare nella zona compresa tra Cosenza e Lamezia Terme (CZ), precisando che si trattava di personaggi sospettati di essere gli autori di altri delitti della stessa natura perpetrati sul territorio nazionale. In quel frangente, specifici servizi di osservazione e pedinamento hanno permesso di controllare a più riprese i soggetti sospettati mentre si trovavano in Calabria acquisendo infine un inequivocabile  dato che deponeva per il loro stabile allontanamento, sul finire dell’estate, dal territorio calabrese.

Il team investigativo, che ha agito con il coordinamento del Procuratore Aggiunto Vincenzo Luberto, partendo dagli elementi d’indagine inizialmente acquisiti, ha ricostruito dettagliatamente le fasi precedenti e successive all’assalto tramite l’effettuazione di serrate investigazioni che avvaloravano la partecipazione all’azione delittuosa di soggetti di Catanzaro che avevano ideato il colpo ed approntato la logistica fondamentale per la realizzazione dell’evento. Le stesse indagini ben presto hanno fornito una serie di acquisizioni confermative dell’iniziale assunto investigativo e hanno permesso di ricondurre la paternità dell’azione criminosa perpetrata ai danni della Sicurtransport alla collaborazione dei soggetti calabresi con membri della organizzazione criminale cerignolana.

Nel dettaglio si evidenziava la sicura riconducibilità dei furti delle autovetture a soggetti della provincia di Cosenza anche con riguardo al furto dell’escavatore e del relativo rimorchio, trafugato in danno di un imprenditore di Rossano, impegnato nell’attività di movimento terra che peraltro aveva denunciato il furto del mezzo dopo circa un mese dall’effettiva sottrazione. Uno studio sistematico dei tabulati telefonici e delle relative celle, ha permesso poi di acquisire elementi in ordine al coinvolgimento nell’evento in trattazione di un soggetto di sicuro spessore criminale, considerato riferimento nella comunità rom stanziale di Catanzaro, legato a soggetti inseriti in contesti di criminalità organizzata sia in questa provincia che in quella di Crotone. L'uomo, infatti, si era recato in più occasioni a Cerignola; accertati inoltre i continui rapporti dell’uomo con l’imprenditore di Rossano, proprietario dell’escavatore utilizzato per la “spaccata”.

Nel corso dell’attività nei confronti dei soggetti cerignolani assumeva rilevanza una perquisizione a carico di un uomo sospettato di far parte del commando degli assaltatori del caveau a seguito della quale è stata trovata una pistola, con matricola abrasa; i relativi accertamenti tecnici di polizia scientifica permettevano infatti di verificare che la stessa era stata sottratta ad una guardia giurata nel corso di un’altra rapina. Inoltre, le attività investigative di intercettazione a carico dei soggetti pugliesi, hanno permesso di ottenere elementi in ordine alla presenza di una parte del bottino presso l’abitazione di un soggetto contiguo al gruppo criminale indagato. La perquisizione, effettuata nell’ottobre del 2017, ha permesso in effetti il rinvenimento di una somma di denaro pari a 119.000 euro e, in tale somma, di una banconota riportante il contrassegno della Sicurtransport, circostanza che avvalora la riconducibilità della intera somma di denaro alla rapina.

L’insieme delle risultanze investigative ha portato la Procura della Repubblica di Catanzaro ad emettere, nello scorso dicembre, un decreto di perquisizione con contestuale avviso di garanzia nei confronti di numerosi soggetti ritenuti coinvolti nell’azione criminosa tra cui quasi tutti i soggetti colpiti dall’odierno provvedimento cautelare. Più recentemente una collaboratrice di giustizia, legata sentimentalmente ad uno degli organizzatori del colpo, ha fornito agli investigatori dichiarazioni su fatti e circostanze relativi al suo compagno ed al ruolo primario da costui svolto nella vicenda.  Le dichiarazioni della collaboratrice hanno corroborato il quadro probatorio nei confronti di una serie di soggetti già emersi nelle indagini, specificandone i ruoli rivestiti rispetto alla partecipazione alla rapina ed hanno costituito riscontri ritenuti utili all’emissione dell’odierno provvedimento di fermo in particolare per quanto riguarda la logistica e le fasi della fuga del commando dal luogo e da Catanzaro, tutte fasi nella quali la donna è stata direttamente coinvolta.

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Le sue dichiarazioni hanno consentito inoltre di ottenere conferme sulla presenza di un basista, all’interno dell’Istituto di Vigilanza Sicurtransport, che si era incontrato con uno degli organizzatori e gli aveva fornito un video dell’interno del caveau finalizzato all’individuazione del punto in cui effettuare “la spaccata” che avrebbe consentito poi l’esecuzione del colpo.  Secondo le investigazioni eseguite, parte del bottino è stato poi stato distribuito, quale dono in segno di rispetto e deferenza, ai capi delle principali consorterie di ‘‘ndrangheta del catanzarese e del crotonese.

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