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Il casolare degli orrori

Il casolare degli orrori

Ragazze schiavizzate e costrette a prostituirsi: irruzione nella "prigione" degli orrori, sei arresti

Dalla denuncia di una 20enne bulgara, scappata grazie all'aiuto di un cliente, alla scoperta di almeno 10 donne costrette a prostituirsi lungo la Statale 16

Grazie alla collaborazione di un “cliente”, è riuscita a sfuggire ai suoi aguzzini e a denunciare la situazione di sfruttamento, prigionia e degrado in cui era costretta a vivere. Una volta portata in una località protetta, infatti, la giovane di nazionalità bulgara, appena ventenne, costretta a prostituirsi in strada insieme ad altre connazionali, si è rivelata un fiume in piena e ha permesso ai carabinieri di arrestare i suoi aguzzini, tra protettori e carcerieri.

Scoperto il luogo degli orrori: video

In manette, all’esito di una indagine flash dei militari, quindi, sono finite sei persone, tra cui quattro donne, anch’esse bulgare, che hanno fatto il “salto” da prostitute a “maitresse”. Si tratta di Emanuele Nazzareno Parigino, 73enne di Lesina, proprietario della masseria in cui erano segregate le giovani da avviare alla prostituzione, di Maria Petrova, di 24 anni, di Kameliya Lyubenova di 31, della 35enne Maya Yankova, del 27enne Georgev Boyko e della 23enne Petya Petkova. Risponderanno a vario titolo dei gravi reati di induzione, sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione (oltre a profili inerenti il reato di riduzione in schiavitù, ora al vaglio dell’Autorità Giudiziaria). Mentre gli ultimi due, trovati nella seconda fase dell'attività, sono stati denunciati anche per furto di energia elettrica, essendo stato trovato nell'abitazione che occupavano un allaccio abusivo alla rete pubblica.

La settimana scorsa, i carabinieri delle stazioni di San Severo e San Paolo di Civitate hanno fatto irruzione in un casolare-lager nelle campagne di Marina di Lesina: nel perimetro del casolare, completamente recintato anche con filo spinato, sono state trovate alcune baracche dove erano state allestite una serie di “camere da letto”, più simili ad autentiche celle, dove erano segregate e impossibilitate ad allontanarsi giovanissime donne, tutte di nazionalità bulgara, tenute sotto stretta vigilanza dai loro aguzzini. Almeno una decina le donne “salvate” all’esito dell’operazione, tutte giovanissime, di età compresa tra i 20 e i 25 anni. Quando non erano sulla strada a "lavorare" - nel tratto della Statale 16 che collega San Severo a Chieuti - erano tenute prigioniere, costrette a vivere in condizioni igieniche e di sicurezza inaccettabili, chiuse dall’esterno con dei lucchetti per impedire loro di allontanarsi. All’interno delle “camere”, di dimensione di pochi metri quadri, lo stretto necessario per la sopravvivenza: una lampadina, una stufa e nessuna finestra, sempre per rendere loro impossibile la fuga.

Le indagini che hanno portato i militari al ritrovamento shock erano iniziate soltanto pochi giorni prima, a seguito della coraggiosa denuncia di una ventenne, anch'essa bulgara. La ragazza, approfittando del passaggio avuto da un cliente, e quindi in un momento in cui non si trovava sotto osservazione diretta, si era presentata in grave stato di agitazione dai carabinieri di San Paolo di Civitate. I militari, dopo averla tranquillizzata, l'hanno accompagnata presso il comando della Compagnia di San Severo dove, con l’ausilio di un'interprete e l’empatia creatasi grazie anche alla sensibilità dei militari di sesso femminile lì in servizio, si è finalmente sentita a proprio agio ed è stata ascoltata. Quanto riferito dalla ragazza è subito andato a combaciare con quella che è, purtroppo, la più classica modalità con cui giovani donne, di varie nazionalità, in situazioni di disagio economico e di bisogno vengono tratte in inganno per poi essere avviate alla prostituzione lungo le nostre strade. La ventenne, infatti, aveva raccontato di essere stata contattata nel proprio paese da una connazionale, che le aveva proposto di andare in Italia con la promessa di un lavoro onesto e ben retribuito come collaboratrice domestica. Una volta giunta a San Severo però, appena una decina di giorni prima, la giovane era stata messa davanti a tutta un'altra realtà: ad attenderla vi era un altro suo connazionale che, dopo averle sottratto i documenti e il cellulare, l'aveva minacciata e poi picchiata, costringendola a prostituirsi.

Da quel momento era iniziato un vero e proprio incubo. La giovane aveva così riferito, con dovizia di particolari, le modalità con cui i suoi aguzzini la portavano lungo la Statale 16, tenendola sempre sotto controllo per evitare che potesse allontanarsi o chiedere aiuto alle forze dell’ordine. Al termine della giornata - che andava dalle 8 del mattino alle 22, senza pause - veniva poi riportata, sempre insieme alle altre, nel casolare, dove venivano rinchiuse, e chi non era riuscita a guadagnare almeno cento euro veniva oltretutto anche picchiata con una mazza. A seguito della denuncia, i carabinieri hanno quindi eseguito una serie di servizi di appostamento, che hanno in breve consentito di individuare l’autovettura con la quale le ragazze venivano portate sulla statale, principalmente nei pressi del bivio per Ripalta, e infine di localizzare con esattezza il casolare, ben descritto dalla giovane. All’atto dell’accesso, dopo aver forzato i lucchetti posti al cancello del casolare, i militari si sono trovati di fronte dieci donne, la maggior parte delle quali di età compresa tra i 20 e i 25 anni, e un uomo, un italiano, il proprietario del casolare che, unico trovato in possesso delle chiavi di accesso, era appena tornato con un'altra ragazza in auto.

Portati tutti al comando compagnia di San Severo, le più giovani, superato un primo momento di sospetto e paura, hanno iniziato a raccontare i soprusi che avevano dovuto subire e le modalità con cui erano state costrette a prostituirsi, e proprio dalle loro dichiarazioni sono così venute allo scoperto gravissime responsabilità di tre di loro, che avevano tentato di confondersi con le vere vittime. Si è potuto allora capire che queste tre, sorprese sì anch'esse nel casolare, ma in stanze decisamente diverse da quelle occupate dalle altre, senza lucchetti, con finestre, più pulite e ordinate, avevano un ruolo di controllo e supervisione sul lavoro delle poverette, accompagnandole e controllandone l’attività sulla strada, rifornendole dei preservativi e tenendo la contabilità di quanto guadagnato da ciascuna. Dall'ascolto delle ormai, finalmente ex schiave è inoltre emerso che l'anziano proprietario della "prigione" spesso si recava nel casolare, e che mensilmente ritirava il denaro dalle tre carceriere sue complici (circa 1000 euro al mese).

I racconti delle poverette hanno poi permesso di individuare un altro casolare, in una campagna a poca distanza dal primo, dove avevano riferito che viveva una coppia di loro connazionali, complici del loro schiavista italiano. Si è quindi proceduto a individuare anche questo secondo sito e, una volta trovato, è scattata una seconda perquisizione. La coppia di bulgari, che effettivamente vi è stata rintracciata, nulla ha a questo punto potuto per evitare che i carabinieri trovassero tutti i documenti sottratti alle ragazze, che custodivano nella convinzione di non poter essere scoperti. Le ragazze liberate, dopo aver potuto rassicurare le rispettive famiglie, sono state affidate ad alcune comunità protette.

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