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Cronaca Manfredonia

Così hanno provato a vendicare l'uccisione di Romito: il piano dei mandanti dell'agguato a Caterino

Matteo Lombardi e Pietro La Torre, arrestati nel blitz antimafia Omnia Nostra, sono accusati di essere i mandanti del tentato omicidio di Giovanni Caterino, basista della strage di San Marco

Matteo Lombardi e Pietro La Torre, due dei 32 arrestati nel blitz antimafia ‘Omnia Nostra’ compiuto dai carabinieri del Ros alle prime luci dell’alba del 7 dicembre, sarebbero i mandanti del tentato omicidio di Giovanni Caterino, il basista della strage di San Marco in Lamis - ritenuto vicino al clan Li Bergolis - condannato all’ergastolo il 30 novembre dello scorso anno per il quadruplice omicidio di Mario Luciano Romito, del cognato Matteo De Palma e dei fratelli Luigi e Aurelio Luciani, avvenuto in agro di Apricena nei pressi della stazione ferroviaria dismessa di San Marco in Lamis il 9 agosto 2017.

Entrambi sono accusati di avere concorso - con terzi esecutori materiali, tra cui l'esponente della batteria della Società Foggiana Moretti-Pellegrino-Lanza Massimo Perdonò, arrestato nel febbraio di due anni fa - a cagionare la morte di Caterino il 18 febbraio 2018 attraverso l’agguato compiuto a Manfredonia da almeno tre persone travisate ed armate di fucili d’assalto, che quella domenica, a bordo di una Alfa Romeo Giulietta, avevano speronato la Fiat Punto sulla quale viaggiava la vittima, con l’obiettivo di arrestarne la marcia e di ucciderlo.

In quella occasione Caterino era riuscito a scappare, mentre gli esecutori si erano visti costretti a fermarsi perché la loro auto aveva riportato danni tali da dover rapinare il conducente di una Fiat Panda per allontanarsi dal luogo dell’agguato fallito.

Poco dopo il tentato omicidio, grazie alle attività tecniche espletate dalla polizia, Perdonò avrebbe riferito ad un esponente di primo piano del gruppo Moretti, il particolare dell’auto da loro utilizzata, che a seguito di una collisione con quella del Caterino, aveva riportato gravi danni. E, quindi, della necessità di  desistere dal proposito criminale e di rapinare un conducente della propria auto per poter far rientro presumibilmente a Foggia. L’agguato è stato inquadrato nell’ottica “di ristabilire un equilibrio di forza vendicando l’uccisione del sodale Mario Luciano Romito”. In precedenza l’uccisione di Romito era stata ricondotta “all’ennesima esigenza di ridefinire gli assetti di potere all’interno della criminalità mafiosa operante sull’area garganica”.

Uno degli elementi che ha portato gli inquirenti a ritenere Pietro La Torre coinvolto nel tentato omicidio di Giovanni Caterino, è la confidenza fatta dalla vittima a una persona, secondo la quale poco prima del tentato omicidio, aveva notato Pietro La Torre - la cui abitazione affacciava sul luogo del delitto vicino a quella che all’epoca era anche la residenza e dimora di Caterino, "fuori il balcone". “...prendo e mi sono fermato perché ho visto a Pierino sopra al balcone...mi ha visto e si è messo dinanzi alla porta". Caterino afferma anche che La Torre avrebbe pianificato l’agguato grazie alle informazioni sulle sue abitudini. ”...sul balcone che vede a me che tutte le domeniche mattina alle sette vado a giocare a pallone, tutte le domeniche mattina".

Nelle carte dell’inchiesta emerge il ruolo apicale rivestito nella vicenda da Matteo Lombardi, la cui parola è considerata “legge” per gli appartenenti al sodalizio che dirige; e la presenza di Pietro La Torre sul balcone della propria abitazione visto da Caterino sia la domenica del tentato omicidio che nei giorni precedenti, "messosi dunque verosimilmente a fare da vedetta sia per studiare le abitudini di Caterino, sia per dare avviso al commando appostato” scrive il gip.

Nondimeno, il presunto ruolo di mandanti assunto da Matteo Lombardi e Pietro La Torre, si evincerebbe dalle loro stesse parole nel corso di una conversazione captata il 15 marzo 2018, quando, nel commentare l’accaduto, i due avrebbero affermato chiaramente di voler organizzare un nuovo attentato per raggiungere il fine delittuoso. La Torre esordisce sulla vicenda riferendo che Giovanni Caterino si è allontanato da Manfredonia e si è momentaneamente trasferito a Fiano Romano: “Da sabato è andato a Roma”. La Torre propone di inviare in esplorazione Massimo Perdonò: “Perché non mandiamo a Massimo? Proposta che però Lombardi non avrebbe condiviso:: “...mo lascia perdere...”. La Torre: “Andiamo là...che fai? Una camminata”. Lombardi si preoccupa di come riuscire a trovarlo nella sua nuova dimora: “Come devo fare a trovarlo?”. Pietro La Torre: “Eh…”. Lombardi Matteo: “Sì, me l’ha detto...”. Secondo gli inquirenti si intuisce che i dialoganti abbiano già acquisito informazioni per individuarlo e sulle abitudini sulla nuova dimora.

Pietro La Torre ripete per due volte la targa dell’autovettura in uso a Giovanni Caterino, la stessa che conduceva durante l’agguato: “Sta sempre fermo là vicino, sulla strada per San Giovanni”. Il riferimento è ad una autorimessa luogo di abituale frequentazione di Caterino ed ultima residenza dello stesso dove è stato tratto in arresto il 16 ottobre dopo che aveva lasciato definitivamente Fiano Romano per tornare a Manfredonia verso la fine di settembre 2018. In un momento in cui non si sapeva ancora nulla del precedente tentato omicidio, sempre La Torre propone a Matteo Lombardi di servirsi ancora di Massimo Perdonò: “E perché non mandiamo a Massimo?”. Secondo il gip entrambi erano pienamente consapevoli del coinvolgimento di Massimo Perdonò nel primo agguato ai danni di Caterino e La Torre propone a Lombardi di servirsi dello stesso killer per completare il lavoro lasciato a metà, raggiungendo Caterino nel suo rifugio di Fiano Romano. Dopodiché - si legge nelle carte dell'inchiesta - a riprova delle loro intenzioni, parlano delle abitudini della vittima designata e ordiscono un piano per eliminarlo agevolmente: “Alle sei e mezza, esce alle sei, sei e mezza ha detto: “non ha un orario preciso perché la mattina...non tiene orario, quando si va a ritirare sempre solo, pure dieci minuti, pure per dieci minuti deve restare solo è andata...Lo fai scendere con il pigiama, non dobbiamo portare niente, con la mazza, con la paparedd".

I due avrebbero così fornito la prova di essere i mandanti dell’agguato confermando di voler organizzare un nuovo agguato ai suoi danni e della possibilità di dare nuovamente l’incarico al medesimo killer che aveva agito per la prima volta, ossia Massimo Perdonò. La responsabilità di entrambi emerge anche dalle affermazioni di un altro soggetto nei dialoghi intercettati con Caterino, in cui gli rende noto che i mandanti  sono La Torre e Lombardi. Inoltre, sulla base delle notizie assunte nel corso di un colloquio, Leonardo D’Ercole avrebbe confermato a Caterino l’inquadramento dell’agguato nell’ambito dello scontro armato tra i due gruppi rivali, evidenziando che, inizialmente, i loro avversari avevano deciso di coinvolgerlo. 

A riprova del quadro criminoso sono arrivate le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Danilo Pietro Della Malva: “Raduano mi disse che era stato lui con Michele Morelli e Massimo Perdonò. Morelli era alla guida, che lui era a fianco con il fucile e dietro Massimo Perdonò. Mi disse che andarono a sbattere contro l’auto di Caterino il quale si avvide di loro e scappò. Mi disse che dovevano ammazzarlo in risposta all’omicidio di Mario Luciano Romito”.

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