Arrestati imprenditori e caporali nel Foggiano: scoperte 150 assunzioni farsa di braccianti sfruttati e videoregistrati nei campi

L'operazione 'Schermo' dei carabinieri ha permesso di svelare il meccanismo con il quale imprenditori della zona tentavano di regolarizzare lo sfruttamento dei braccianti. Sottoposte a controllo giudiziario 5 aziende agricole dal fatturato complessivo di 2milioni; sequestrati beni per 1milione di euro

Una ‘azienda-schermo’, con sede ad Orta Nova, assumeva fittiziamente braccianti agricoli da impiegare nella raccolta dei prodotti stagionali nei campi di Capitanata. Tale forza lavoro - accertati almeno 150 lavoratori sfruttati nei mesi di indagine - veniva messa a disposizione di grosse aziende agricole del territorio per perpetuare, seppure con una tecnica più sofisticata, il drammatico rituale stagionale dello sfruttamento nei campi.

E’ quanto scoperto dai carabinieri della Compagnia di San Severo e del Nucleo Ispettorato del Lavoro che, coordinati dalla Procura di Foggia, all’alba di oggi, hanno eseguito 7 arresti (tre in carcere, gli altri ai domiciliari) e posto sotto controllo giudiziario 5 aziende del territorio dal fatturato complessivo di 2 milioni di euro. Sequestrati anche beni mobili e immobili per 1milione di euro.

Tutti i braccianti, è emerso, venivano reclutati da un ‘caporale’ senegalese nei ghetti di Capitanata (ex pista di Borgo Mezzanone e Gran Ghetto), assunti dall’azienda-schermo ortese (il cui fittizio amministratore risulta irreperibile dal 2011) e poi smistati presso aziende compiacenti, a seconda delle necessità. Tale azienda operava sotto una cornice di apparente legalità nella gestione dei rapporti di lavoro, data dalla sola comunicazione di assunzione Unilav; ma i braccianti così assoldati venivano destinati ‘a titolo oneroso’ ad altre aziende agricole per raccogliere i pomodori nelle province di Foggia e Campobasso, tutti in precarie condizioni igienico-sanitarie e in forte stato di bisogno.

Le giornate di lavoro, così come documentato nei mesi di indagine (marzo 2020 - febbraio 2021), non prevedevano pause né dispositivi di protezione. Non era previsto il pranzo e l'acqua fornita loro era quella 'di pozzo', quindi non potabile. Il compenso dei braccianti era calcolato a ora (5 euro) o a cassone (4,5 euro) e l’attività veniva videoregistrata per permettere ai datori di lavoro o ai ‘delegati’ sul campo di poter contestare eventuali inadempienze da scalare sul già minimo compenso (venivano scalati 50 centesimi per pause non previste, pomodori sporchi, cassoni riempiti male o posizionati erroneamente sui camion). 

Tutto è partito dalla denuncia sporta da due braccianti della Guinea Bissau che lamentavano le condizioni di sfruttamento cui erano sottoposti - da un tale ‘Nicola’ successivamente indagato e destinatario dell’odierna misura - per la raccolta di prodotti agricoli nelle campagne del Foggiano. Dalle condizioni di sfruttamento che hanno fatto emergere le due vittime, i carabinieri sono riusciti  a disvelare il sistema, apparentemente legale, e a ricostruire tutta la filiera del lavoro irregolare. 

In particolare due agricoltori foggiani, dopo aver creato la società fittizia, funzionale a garantire una facciata di regolarità all’operazione, tramite un cittadino senegalese (il caporale 'Nicola') dimorante nella baraccopoli di Borgo Mezzanone reclutava o faceva reclutare centinaia di connazionali anche nel Gran Ghetto - per condurli a raccogliere pomodori presso i propri terreni i terreni di altre aziende committenti - i cui titolari sono oggetto dell’odierna misura - a bordo di furgoni e autovetture vetuste.

I braccianti venivano impiegati nelle campagne di Manfredonia, Stornara, Foggia Borgo Incoronata, San Severo, Ordona ed il comune molisano di Campomarino per essere impiegati a ritmi estenuanti, senza i previsti dispositivi di protezione individuale e soggetti a controlli serrati da parte dei caporali. 

Per eludere i controlli dell’ispettorato e di altri organi ispettivi, venivano stipulati contratti di compravendita di prodotti agricoli e fatturazioni per operazioni inesistenti, in modo da non far apparire i reali datori di lavoro come effettivi titolari dei rapporti con i lavoratori. In pratica, la cooperativa di facciata forniva a titolo oneroso un ‘pacchetto’ per la  raccolta di pomodori in condizioni di sfruttamento, fungendo come un’agenzia interinale senza averne i requisiti ministeriali, favorendo così gli imprenditori ad eludere la legge sul collocamento (assunzioni del personale, l’elaborazione del Libro Unico del Lavoro e delle buste paga, la sottoscrizione di contratti di lavoro e gli adempimenti in materia di igiene e sicurezza sui luoghi di lavoro e altro) riducendo i costi ai reali datori di lavoro, creando una lesione ai diritti dei lavoratori reclutati massimizzando così i profitti.

Agli indagati - il caporale senegalese e gli imprenditori, tutti del Foggiano (uno dei quali residente a Termoli) - vengono contestati, a vario titolo, i reati relativi all'intermediazione illecita e allo sfruttamento del lavoro. Le complesse ed articolate indagini svolte dai militari del Nor della Compagnia di San Severo e da quelli del Nucleo Ispettorato del Lavoro sono state effettuate con il prezioso supporto di personale del progetto SU.PRE.ME. , che ha messo a disposizione delle indagini un mediatore culturale, impiegato dai carabinieri nelle attività di escussione dei lavoratori sfruttati a seguito di accesso ispettivo presso i terreni, il cui contributo ha avuto un peso considerevole per il buon esito dell’indagine.

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