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Guardia di Finanza di Foggia

Guardia di Finanza di Foggia

Arrestati avvocati e commercialista foggiani: l'accusa è di associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale

11 arresti in varie regioni, sequestrati beni mobili ed immobili e somme di denaro per oltre 41 milioni di euro. E' l'operazione Ghost Tax della GdF di Macerata. Ai domiciliari gli avvocati Paolo Graziano Mongiello e Vincenzo Luigi Chirolli, oltre al commercialista Fabiano Rocco

Una vera e propria “organizzazione criminale” dedita alle “frodi fiscali” mediante stratagemmi contabili finalizzate a rendere possibili compensazioni indebite di crediti di imposta inesistenti, su imprese acquistate sull’orlo del fallimento e successivamente cartolarizzate.

E’ l’operazione 'Ghost Tax' eseguita all’alba di oggi dagli uomini della Guardia di Finanza di Macerata con i colleghi di altre sette regioni (Marche, Puglia, Lazio, Toscana, Campania, Veneto e Lombardia) e che ha portato all’arresto di 11 persone, tutti ai domiciliari, e all’esecuzione di perquisizioni e sequestri di beni mobili ed immobili e somme di denaro per oltre 41 milioni di euro emesso dal GIP di Macerata, su richiesta della Procura.

Tre i professionisti foggiani coinvolti: si tratta di due avvocati (Paolo Graziano Mongiello e Vincenzo Luigi Chirolli) e un commercialista (Fabiano Rocco) che dovranno rispondere, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale. Paolo Mongiello, ex consigliere provinciale politicamente vicino al centrodestra, è accusato di associazione per delinquere finalizzata alle indebite compensazioni di crediti di imposta.

I finanzieri, al termine di un’articolata attività investigativa durata oltre un anno, hanno dato esecuzione a 51 perquisizioni domiciliari e locali nei confronti di 30 indagati, 11 dei quali sottoposti agli arresti domiciliari. L’organizzazione aveva il suo fulcro a Recanati, presso lo studio di un professionista, e ramificazioni in diverse regioni italiane, che avevano come “terminali” gli studi di professionisti con specifiche competenze tecnicogiuridiche che si prestavano al ruolo di mediatore o procacciatore in affari.

La frode si basava, in sostanza, sull’illecita compensazione di crediti IVA inesistenti in capo ad aziende riconducibili agli indagati, le quali procedevano poi alla loro cartolarizzazione attraverso l’istituto dell’accollo del debito tributario di terzi soggetti, previo pagamento di un controvalore variabile tra il 20 e il 50 % del debito accollato. Così facendo si trasformava carta in denaro contante. Almeno 1000 le compensazioni accertate nel complesso; 200 le persone, fisiche o giuridiche, individuate come “clienti”.

L’utilità per i contribuenti con debiti tributari (veri) si concretizzava nella possibilità di risparmiarne buona parte di essi. Per l’impresa accollante, invece, l’introito costituiva puro guadagno, atteso che il credito era stato generato con artifizi contabili, quindi senza alcun movimento economico. Secondo l’ipotesi accusatoria, in prima battuta il sodalizio ricercava ed acquisiva imprese in decozione, affidandone la rappresentanza legale a prestanomi fidati e trasferendo fittiziamente la sede in grandi centri urbani. Una volta costituito il falso credito IVA, le aziende venivano poste in liquidazione, in modo da conferire una parvenza di normalità all’accollo di debiti tributari di terzi. Nello stesso tempo, il sodalizio si adoperava per procacciarsi i soggetti “clienti” con cui effettuare la compensazione del debito tributario, così da chiudere il cerchio.

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