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Cronaca

Un anno fa ci lasciava Mario Nero. L'esiliato che ha svelato l'esistenza della mafia foggiana torna a casa: "Era un suo desiderio"

Il testimone di giustizia e uomo-simbolo del processo per l'omicidio del costruttore Giovanni Panunzio, dopo una serie di peripezie è tornato ad Orta Nova. Lioi: "Ora la sua memoria sia onorata"

Un anno fa moriva prematuramente Mario Nero, primo testimone di giustizia nel Foggiano e uomo-chiave del processo per l’omicidio di Giovanni Panunzio. Esiliato in vita e additato come ‘infame’, Mario Nero è tornato finalmente a casa: le sue ceneri riposano ad Orta Nova, nel cimitero cittadino.

E’ tornato in silenzio, senza proclami né riflettori. Un ritorno in patria, seppure tardivo; un risultato centrato da quanti - pochi, in realtà - non hanno mai dimenticato il valore di quel giovane uomo che, 30 anni fa, con la sua testimonianza, ha dato la stura al primo maxi-processo alla mafia foggiana.

“Possiamo dire ufficialmente che Mario è tornato tra noi, come era da sempre nei suoi desideri”, spiega Dimitri Cavallaro Lioi, presidente dell’associazione ‘Panunzio’, di cui Mario era socio onorario. “Il nostro obiettivo, ora, è che la sua memoria venga onorata. Gli auspici non sono dei migliori: questa città, questo territorio, tritura tutto, comprese le vite di chi dovrebbe essere additato come esempio”.

Un rapporto a doppio filo lega associazione e famiglia Panunzio a Mario Nero: “Aveva un carattere difficile, è vero. Quasi ‘fastidioso’ per la sua radicalità: hanno provato a farlo fuori in tutti i modi, non solo fisicamente, ma  anche moralmente. Sono riusciti ad allontanarlo quando era in vita: questo sia i ‘prepotenti’ criminali ma anche qualche pezzo dello Stato che non ha voluto o saputo proteggerlo. Noi siamo riusciti a riportarlo a casa. Ora non è più un’idea, un'entità astratta: è un nome, una vita, scritta nel marmo”.

Il  "chicco di grano" che ha svelato l'esistenza della mafia a Foggia

La ‘seconda vita’ di Mario Nero è terminata un anno fa, per un malore, a Genova, dove si era ritirato dopo anni di nomadismo e una quindicina di località protette e residenze cambiate. Ma la sua ‘prima vita’, invece, terminò il 6 novembre del 1992, ovvero la sera dell’omicidio dell’imprenditore foggiano quando, per una pura casualità, l’allevatore di cani di Orta Nova si trovò sulla stessa strada dell’assassino. Lo vide in faccia e, dopo una notte di tormenti, decise di andare in questura per testimoniare l’accaduto. Fece la cosa giusta. Ma da allora, per lui fu l’inizio di un calvario (dopo anni di disagi e storture, la sua vicenda ha portato ad una iniziativa bipartisan per la prima normativa organica a tutela dei testimoni di giustizia, che è stata riformata di recente).

Il ritorno a casa è stato un risultato perseguito in questi mesi, tra mille difficoltà: “Non mi piace rivendicare meriti, ma abbiamo lavorato tanto su questo obiettivo. Avrei voluto che fosse tornato da vivo, con un riconoscimento ufficiale e non solo simbolico della comunità”, si rammarica Lioi. “Mario non aveva un carattere facile, è vero. Ma in fondo aveva bisogno solo di una cosa: una pacca sulla spalla e il riconoscimento della correttezza della sua azione. Questo voleva. Nulla di più. Un abbraccio corale e collettivo che non ha avuto da vivo e nemmeno da morto”.

Oggi però c’è una lapide, con la sua foto e il suo nome: “Per questo vanno ringraziati la moglie e la compagna di Mario, la famiglia Panunzio che ha contribuito generosamente per coprire tutti i costi dell’operazione, l’associazione ‘Misericordia’ di Orta Nova e l’Amministrazione comunale che ha favorito la concessione di un loculo. Ora spetta ai cittadini difendere e proteggere la sua memoria e la sua eredità”.

Il racconto struggente della nuora di Panunzio: "Per noi è stato tutto"

Chi era Mario Nero? “Non era un eroe. Era un uomo che aveva un altissimo spessore etico, una coscienza civile e sapeva quando fare la cosa giusta. Ancora oggi, persone così costituiscono un fastidiosa interferenza nella vita di ignavi, omertosi e soggetti ‘grigi’, perché con il loro esempio riescono a ‘grattare’ le coscienze sporche. Persone come Mario, per tanti versi ingestibili, sono mal tollerate da questa mafia di potere. Vogliono farle sparire fino all’ultima particella, ma non ci riusciranno, almeno finché ci saremo noi”.

La morte di Mario è legata in buona parte a quella notte e alla sua scelta di testimoniare. Lioi ne è certo: “Il prezzo della sua azione lo ha pagato in modo pensatissimo anche sul suo equilibrio psico-fisico e sulla sua serenità. Ha vissuto gli ultimi anni della sua vita divorato dalla rabbia per le ingiustizie patite. Ma ancora oggi il suo esempio (così come quello di Panunzio) è molto più vivo di tanti zombie che popolano questa città. Tanti, troppi, in questa città hanno rinunciato ad essere vivi”.

Tante le iniziative annunciate dopo la morte di Mario Nero, nessuna ad oggi realizzata (o semplicemente avviata): tra queste l’intitolazione di un bene confiscato alla mafia, in agro di Orta Nova, o quella di alcuni giardini in zona Macchia Gialla a Foggia. “Nel 2016 avevamo anche chiesto il riconoscimento della cittadinanza ordinaria da parte del Comune di Foggia, ma non abbiamo mai avuto risposta”, ricorda Lioi.

Intanto, dalla morte di Mario Nero ad oggi, Foggia è stata scossa da una serie di scandali e terremoti politici e giudiziari (su tutti, lo scioglimento per mafia del Consiglio comunale). “Rimpiangiamo di non averlo con noi in questo momento, ci manca il suo giudizio spietato, ci manca un confronto lucido e privo di condizionamenti. Dal canto nostro, vogliamo impegnarci per capire dove questa città vuole andare”, spiega.

“Lo scioglimento del Comune di Foggia per mafia è una occasione storica, una opportunità: possiamo cambiare tutto, oppure fare solo una operazione di maquillage, cambiare affinché nulla cambi. Noi invece chiediamo un cambio di passo e di prassi. Bisogna andare a fondo, intercettare le forme di potere deviato e criminogeno; bisogna andare oltre la rappresentazione della mafia del racket, che si ferma al livello della criminalità servente e salire ad un livello più alto, con buona pace di chi ci accusa di essere dei ‘mafiosologi’. Senza questo salto di qualità perderemo una occasione di cambiamento reale, ma anche il lascito della ‘radicalità’ di persone come Mario Nero perderebbe senso”.

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