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Cronaca San Giovanni Rotondo

Il drammatico racconto di Francesco, barricato in casa con la compagna: "Ho visto il fiume venire verso di me"

Si è salvato grazie all'allerta dei parenti da Foggia e alla solidarietà dei condomini

È un’esperienza che non auguro a nessuno”. Comincia così il racconto di Francesco. È di San Giovanni Rotondo, ma per lavoro tempo fa si è trasferito a Forlì. La sera del 16 maggio si trova nella città emiliana per un beffardo gioco di incastri del destino: una manciata di ore e sarebbe partito per Torino. Con tutta la sua vita ‘impacchettata’ e pronta per un nuovo trasferimento, Francesco decide di andare a dormire dalla compagna.

Quando la coppia si muove per raggiungere l’appartamento di lei, c’è già l’allerta meteo. Nessuno però si aspetta la tragedia, anche se la città già si presenta sotto una luce diversa e inquietante. “Mentre attraversavamo il ponte (chiuso al traffico veicolare, ma non pedonale, ndr) abbiamo visto il fiume Montone ingrossato. Non lo avevamo mai visto così. Di solito è una sorta di rigagnolo, ma in quel momento era letteralmente un fiume in piena e il ponte tremava per la potenza dell’acqua. Ho avuto i brividi. Ero molto spaventato” ci racconta al telefono.

Arrivano a casa. Nel frattempo giungono notizie della tracimazione del fiume in alcuni punti della città. Con l’animo inquieto, la coppia attende aggiornamenti. Poi, durante la cena, la situazione prende una piega del tutto inaspettata. Dal terrazzino del loro appartamento al primo piano vedono qualcosa che si muove verso di loro. “Abbiamo visto arrivare il fiume – ricorda – ed è stata una scena agghiacciante. Non era acqua limpida, era una cosa torbida, limacciosa, molto pesante che lentamente ma inesorabilmente veniva verso di noi. Siamo entrati nel panico”.

E allora qualcuno dello stabile decide di scappare per salvarsi. Ma è tardi perché il Montone ha raggiunto lo stabile e la porta a vetri dell’ingresso al piano terra è bloccata da almeno settanta centimetri di quel mix di acqua e fango. “Ci siamo sentiti come dei topi in trappola” confessa Francesco.

Bloccati in casa e senza corrente, vivono ore di angoscia. “Le ore successive sono state uno stillicidio. Eravamo lì fermi, impotenti, senza poter fare nulla e vedevamo l'acqua che saliva verso i piani. E in lontananza sentivamo lo scroscio forte dell'acqua che trasportava qualcosa di metallico, forse lamiere. Un rumore terrificante. Era tutto così irreale”.

Nel frattempo si muove la macchina dei soccorsi. E quella della solidarietà. Gli inquilini dei piani più bassi vengono ospitati dalle famiglie dell’ultimo piano dove l’acqua per fortuna non arriverà, mentre la casa della compagna di Francesco, come la altre del primo piano, non avrà scampo. “Quella notte – ricorda – non abbiamo dormito. Sentivamo lo scroscio dell’acqua e il rumore incessante degli elicotteri”.

Il giorno dopo arrivano i soccorsi (grazie anche all’allerta della ex moglie e della figlia di Francesco che vivono in Puglia, preoccupate perché non avevano notizie dell’uomo) per assicurarsi che stiano bene. Bisognerà aspettare il terzo giorno per poter essere portati fuori da lì: la priorità sono le persone che non hanno avuto la ‘fortuna’ di una via di momentaneo salvataggio.

Una volta in salvo, però, la paura di quelle ore chiusi nella ‘trappola’ lascia il posto al dolore. “Soltanto una volta scesi dal gommone ci siamo resi conto di quello che era successo – ammette – ed è stato terribile quando abbiamo chiesto se c’erano stati dei morti. Il silenzio dei soccorritori è stato più eloquente di qualsiasi parola”.

Francesco poi è partito per Torino, ma a giorni – ci dice – tonerà a Forlì “per capire come poter dare una mano alle persone che sono rimaste là”. E alla domanda ‘come sta?’, ecco cosa ci risponde. “Nella mia testa oggi ci sono solo rumori: lo scroscio dell'acqua, gli elicotteri. E alcuni odori: quello del fango, del limo del fiume misto a tanto altro. E poi quello del gasolio, forse di qualche cisterna di un distributore. Penso che non dimenticherò mai quell’odore. E nemmeno il senso di impotenza di quelle lunghe ore. È una cosa che non si può descrivere”.

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