Foggia omertosa? Fabbrocini: “Città ha un approccio poco collaborativo”

Con il capo della Squadra Mobile una lunga riflessione sulla città, tra silenzi, giovani "malati di malavita" e segnali di cambiamento

Alfredo Fabbrocini

Interpellato sull’argomento, il dirigente della squadra mobile, Alfredo Fabbrocini, misura le parole e pondera ogni risposta. E questo non per indole o temperamento. Quando si parla di omertà e di “giovani malati di malavita”, riprendendo una formula da lui stesso coniata, infatti, non ci si possono permettere leggerezze, tantomeno giudizi affrettati.

Dopo l’appello a collaborare, lanciato qualche settimana fa proprio dagli uffici di via Gramsci, a proposito di una brutale aggressione avvenuta all’uscita di un disco pub, la città si è trovata nuovamente a confrontarsi con lo spettro dell’omertà. Sul tema, i risultati del sondaggio lanciato da FoggiaToday sono schiaccianti: per l’87% dei cittadini, Foggia è una città omertosa. Risposta secca, senza se e senza ma. Dopo aver lanciato il quesito, però, vogliamo dare coordinate precise al fenomeno.

Dottor Fabbrocini, con il suo appello da una parte ha bussato direttamente alle coscienze dei cittadini provocando una collaborazione (indotta, certo, ma pur sempre una collaborazione), dall’altra ha posto nuovamente al centro del dibattito cittadino la sua presunta componente omertosa…

Sicuramente Foggia ha un approccio molto poco collaborativo. E questo sia come città, sia come categorie sociali: anche in settori più o meno qualificati, purtroppo, non riscontriamo la giusta e necessaria collaborazione. Parliamo di una reticenza indotta da quello che talvolta può essere il substrato culturale o, più frequentemente, dall’aggressività della criminalità foggiana, che chiude ad ogni forma di collaborazione. Non dimentichiamo, però, che proprio a seguito dell’episodio da lei citato ci sono stati alcuni piccoli segnali di apertura. Bisogna chiamarli in causa i cittadini, bisogna chiamarli per nome. E in quel caso, forse, rispondono: l’appello generico molte volte non attecchisce, cade nel vuoto. E così diventa estremamente complicato fare il nostro lavoro.

Non crede, però, che si utilizzi questo termine con troppa leggerezza, che ci si trovi dinanzi ad un concetto abusato e svilito del suo peso? Fino ad alcuni anni fa l’accusa di omertà era infamante. Oggi, invece, sembra che i cittadini si affibbino questa pesante ‘etichetta’ con troppa disinvoltura

Su questo ha perfettamente ragione. Quello che alcune volte mi sono sentito di rimproverare alla comunità foggiana è l’aver perso la capacità di indignarsi. Anche quando si viene chiamati omertosi. A fronte di questo, però, c’è una reazione da parte di tante persone oneste e questo non va sottovalutato. Se questo termine viene usato e, per certi versi, abusato è perché sembra non offenda più nessuno. Quando il concetto è così generalizzato, così massificante, infatti, ad essere offesi sono tutti e nessuno.

Questo atteggiamento di acquiescenza altro non è che il rovescio della medaglia di quell’atteggiamento genericamente mafioso – di prepotenza, di tracotanza, della legge del più forte - perseguito e ammirato soprattutto dalle generazioni più giovani. E la cronaca degli ultimi tempi è ricca di questi episodi e protagonisti in negativo.

Sì, sono due facce della stessa medaglia, un “ossimoro sociale” che non può essere in nessun modo disgiunto. L’omertà c’è lì dove c’è la mafia; il silenzio dove c’è una criminalità preponderante. E’ questo il delitto più grande che commette la criminalità: costringere al silenzio le persone per bene.

Tante volte ha parlato di “giovani malati di malavita”. Ci aiuti a definire questo concetto

E’ una scelta di vita che molti giovani fanno, ovvero quella di perseguire il denaro facile. E questo perché sono affascinati dal senso di potere malato, perverso, che da impugnare una pistola, dalla considerazione che, alle volte, ne possono avere le ragazze (purtroppo abbiamo verificato anche questo) o perché ogni strappo alla regola viene vissuto come una prova di forza, di coraggio. Purtroppo sono tanti gli aspetti che possono indurre i più giovani a delinquere. Non si rendono conto, però, che poi si prende il vizio e non se ne esce più. E’ come quando si fuma una sigaretta a 16 anni: se non riesci a smettere ti viene il cancro. Essere malati di malavita incancrenisce la società.

Tutto questo è emerso nella sua forma più drammatica nell’operazione “Romanzo Criminale”. Quanto ha pesato in quella circostanza il silenzio dei cittadini? E’ possibile parlare di responsabilità – o meglio, irresponsabilità – civile?

Indubbiamente, a Manfredonia, c’è stato un silenzio colpevole. Non di tutti, ma da parte di alcuni certamente. Se qualcuno fosse stato più partecipe, anche in forma anonima, forse Matteo di Bari sarebbe ancora tra noi, ad esempio. Molte persone potevano aver intuito, potevano aver sentito e qualcuno aveva sicuramente visto. Vincere l’omertà è un atto di coraggio, certo, ma c’è anche un’omertà di secondo livello ed è quella contro la quale più di ogni altra cosa ci troviamo a lottare. Ed è quella che porta a non essere in alcun modo collaborativi, farsi i fatti propri anche quando non si ha nulla da rischiare, a non segnalare di aver visto o sentito una cosa. Noi non chiediamo a nessuno di fare l’eroe, ma chiediamo a tutti di essere persone civili.

Lei è a Foggia ormai da due anni, o poco più. Cosa è cambiato in questo frangente di tempo?

Non crediamo di aver modificato né in tutto e nemmeno in parte la mentalità del foggiano medio. Oggi qualche piccolo, timido passo in avanti è stato fatto, ma non basta. Quel che è certo è che negli ultimi anni si è scoperto quanto la criminalità fosse penetrata nel tessuto sociale, quanto facesse parte del quotidiano di ognuno di noi. Si sta affrontando il problema e questo è certamente il primo passo per cercare di risolverlo.

C’è chi lavora nell’ombra, “ascoltando la strada”, e chi si impegna per la “sicurezza percepita”. Nonostante questo, dai quartieri periferici continuano a giungere “appelli”, richieste di vicinanza e sostegno alle forze di polizia (se ne trova traccia nei forum di FoggiaToday)…

Credo di aver dato ampia dimostrazione di avere sempre occhi aperti e orecchie tese sui problemi e sulle esigenze della gente. E’ chiaro che non abbiamo la possibilità di essere sempre ovunque. Però ci proviamo, con impegno, soprattutto nei quartieri periferici. Come ha detto lei, nelle zone centrali si ha l’immagine della sicurezza percepita; noi cerchiamo di non farci vedere ma di farci sentire. Proprio nei quartieri periferici abbiamo fatto la maggior parte delle nostre operazioni di polizia. Certo non basta perché è un ambiente estremamente difficile, ma siamo sempre pronti ad accogliere gli appelli della gente su indicazioni specifiche. A me serve il dato concreto: su quello posso lavorare, non su una volontà astratta.

Prima di concludere, una domanda fuori binario: quanto fastidio le ha provocato l’essere stato tirato in ballo da tutti i giornali nazionali e locali per quella fotografia – pubblicata da Panorama – e che la ritrae seduto ad un tavolo con il governatore della Puglia, Nichi Vendola e il giudice che lo ha recentemente assolto?

Assolutamente nessuno (ride, ndr). Frequento quotidianamente persone ben peggiori. Perché dovrebbe darmi fastidio farmi vedere al fianco di magistrati, giudici e politici? Credo che sull’argomento non ci sia davvero altro da aggiungere.

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