Cronaca

Adelina morta per la cittadinanza italiana, a Foggia aveva chiesto aiuto ai suoi "angeli" per il permesso di soggiorno

Alma Sejdini si è tolta la vita a Roma. Aveva vissuto nel capoluogo dauno e quando ha avuto problemi con il rinnovo dei documenti è tornata per rivolgersi alla Questura

"Questo mio caso di cittadinanza xxx sarà la mia tomba". Scriveva così sui social Adelina Sejdini sei anni fa, quando aveva già lasciato Foggia, ed è stata una tragica profezia. Nel 2016 era tornata in città per chiedere aiuto a quelli che chiamava i suoi "angeli in divisa". Si è rivolta alla Questura di Foggia perché in Toscana non volevano rinnovarle il permesso di soggiorno.

Alma Sejdini, per tutti Adelina, nel 1996 era stata sequestrata in Albania, rinchiusa in un bunker, violentata e venduta. A bordo di un gommone era arrivata sulle coste italiane, vittima della tratta, torturata e costretta a prostituirsi per quattro anni sulle strade italiane. Fino a quando, con l'aiuto di quegli angeli della Polizia di Stato di Varese, si è ribellata ai suoi aguzzini e la sua denuncia ha consentito di liberare le schiave e sgominare una intera organizzazione criminale con l'arresto di 40 persone e 80 denunce.

Da allora, tra le prime a usufruire dell'articolo 18 della legge Turco-Napolitano, le fu concesso il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, regolarmente rinnovato negli anni in cui ha vissuto a Foggia. Nel 1990 aveva perso la cittadinanza albanese. Ha presentato al ministero il riconoscimento dello status di apolide, ma il Dipartimento per le Libertà civili e Immigrazione le aveva risposto che non poteva essere accolta perché era da considerarsi cittadina albanese iure sanguinis.

Giornalista, scrittrice, ausiliaria di polizia giudiziaria - ha operato come interprete per le forze dell'ordine -, si sentiva italiana a tutti gli effetti, ma sul suo permesso di soggiorno alla voce cittadinanza c'erano solo tre ics, l'unico escamotage che si erano potute inventare le forze dell'ordine per aiutarla. "Status marziano", lo chiamava lei.

Nell'ultimo permesso di soggiorno le avevano scritto "cittadinanza albanese", ed è stata la sua dannazione, anche perché avrebbe complicato le pratiche per una casa popolare a Pavia, dove viveva adesso. Da anni lottava contro un tumore al seno. A fine ottobre aveva provato a darsi fuoco davanti al Viminale, e solo pochi giorni fa, il 5 novembre, un ultimo disperato tentativo di ottenere la cittadinanza, e la protesta le era costata un foglio di via obbligatorio, allontanata da Roma per resistenza a pubblico ufficiale e rispedita a Pavia, dove non è più tornata.

"Mi portano con la bara a Pavia", ha scritto sui social. Poche ore dopo si è tolta la vita, lanciandosi dal ponte Garibaldi. Adelina se n'è andata a 47 anni, cittadina albanese col tricolore cucito addosso per sempre. E non è stata uccisa dal cancro o dai suoi aguzzini, ma dalla burocrazia.

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