“Ti prego Michele, corri ti prego”: era l’11 novembre del 1999

La chiacchierata, il crollo, la telefonata nel cuore della notte, l’arrivo sul posto, lo sgomento e le lacrime di quel maledetto 11 novembre 1999. Testimonianza di Michele Sisbarra

Immagini di repertorio

Eravamo lì sotto, io e il mio cliente, sotto quello che tristemente poi sarebbe stato battezzato "Palazzo gemello". Aveva comprato casa da pochi giorni e il suo entusiasmo traspariva pulsante nelle fantasiose descrizioni di ciò che avrebbe voluto che io realizzassi nella mia opera di professionista. Eravamo lì, quella maledetta sera precedente, continuando a volgere lo sguardo verso l'alto, in direzione di quello che sarebbe stato il suo balcone. Rimanemmo a parlare per una buona ora fino a quando ci rendemmo entrambi conto dell'ora tarda. 

Alle quattro e cinquantadue il telefono suonò implacabile, anticipando nel mio cuore pulsioni di ansia che presto si tramutarono in più sferzanti sentimenti, mai sperare che il telefono lasci esprimere il suo canto di notte, affiorano in noi i più tristi presagi. Risposi confuso ed in balia di uno stato confusionale, con il cuore che batteva all'impazzata, mia madre era malata ed io sempre più in pena per lei. 

All'altro capo una voce isterica e rotta dal pianto continuava a ripetermi «è crollato, è crollato». «Cosaaa? - continuavo a rispondere a voce alta mentre cercavo di riportarlo alla lucidità - cosa hai detto?». «Michele, è crollato il palazzo» (non sapeva ancora quale dei due era crollato). «Com'è successo? lasciami capire»  la sua isteria mi aveva contagiato e cominciavo a dire parole sconnesse, mentre mia moglie si era alzata preoccupata. «Ti prego Michele, corri, ti prego». 

Furono le ultime parole singhiozzanti che disse prima di chiudere il telefono senza attendere nemmeno la mia risposta. Oramai si era scatenato in me un vortice di emozioni che a malapena riuscivo a sedare, quel tanto che mi diede la forza di indossare i primi indumenti strappati all'armadio per essere in auto dopo soli due minuti. 

Man mano che mi avvicinavo, nella luce ancora fioca dell’alba, una grande nuvola scura vedevo sollevarsi verso il cielo prendendo quelle forme che, nell’immaginario dei bambini, sono sempre riconducibili a minacciosi spiriti malefici. Ero a tre o quattrocento metri e un poliziotto, illuminato dai fari della mia auto, con fare convulso mi obbligava a non proseguire, “ Si tolga di qui, devono passare i mezzi di soccorso, forza, se ne vada” Impaurito e preda del panico, compiendo manovre impacciate e scorrette riuscii a parcheggiare la macchina e, senza che due secondi erano passati, ero lì a correre all’impazzata e con il cuore in gola. Così mi trovai sul posto quel maledetto undici novembre. 

E’ difficile poter descrivere quello che trovai dinanzi ai miei occhi senza che l’emozione risalga su dalle viscere a chiudermi inesorabilmente la gola e darmi forti dolori al petto. Un dramma, così devastante per i singoli e per la città, si stava consumando lì, dinanzi ai miei occhi, dinanzi all’impossibilità di poter portare indietro le lancette a quella sera prima. Avrei gridato a squarciagola di scendere dalle loro case, di non continuare a consumare la cena, avrei forsennatamente suonato a tutti i campanelli e poi di nuovo a urlare sino a togliermi il respiro. Ma ero lì, di fronte ad una tragedia che le lancette del tempo non avevano saputo fermare. Il fumo che risaliva dall’enormità delle macerie, quelle che tragicamente si delineavano col giungere della luce del mattino, era agre e portava con se quell’odore triste di rovine e di morte.

Avevo il fiatone e non riuscivo a placarlo anzi, quel susseguirsi frenetico del petto rigonfio era alimentato dal terrore, dalla sete di pianto che risaliva e inumidiva gli occhi e dall’impotenza che mi pervase totalmente. In maniera scomposta cercai di farmi spazio tra la folla di persone che, come anime vaganti e silenziose, facevano da cornice al luogo dove per molti si era consumata la fine di un’esistenza. Si, una tragica rappresentazione della vita, quella che era stata messa in scena senza preavviso, uno spettacolo devastante al quale non era stato chiesto ai protagonisti di voler partecipare e loro, inconsapevolmente, si erano immolati su quel palcoscenico diventando tristemente famosi e causa di immane dolore. 

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Ecco, lo sapevo, quel groppo alla gola mi sta attanagliando e, mentre scrivo, ripercorro il film di quel giorno senza poter fermare la lacrima che è riuscita a divincolarsi dai miei occhi lucidi. Ricorderò per sempre quel giorno, lo terrò sempre nel mio cuore, le sue immagini restano indelebili nella mia mente, ma ricorderò anche la grande solidarietà della gente comune che ha rimarcato quanto di buono esiste in questa città, un’accorata partecipazione che stride con le logiche degli interessi squallidi che strisciano subdoli nel tessuto urbano trafiggendo, con l’arma del profitto, inconsapevoli vittime sacrificali. Ma oggi non è il momento delle recriminazioni, oggi è il momento del dolore, quel sentimento che gelosamente voglio continuare a conservare dentro di me.  ERA L’UNDICI NOVEMBRE DEL MILLENOVECENTONOVANTANOVE.

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